[La polemica] Renzi è ancora il padrone del Pd e la proposta dei Cinque Stelle è un terremoto

Dalle europee ad oggi, si potrebbe dire, l’uomo di Rignano continua a perdere le sfide, e nel contempo a convincersi di essere ad un passo dalla rivincita. I fatti lo smentiscono, ma la curva lo esalta. Quelli della curva Dem erano gli stessi che dopo il referendum raccontavano di essere al 40%, quelli che dopo la perdita della Liguria dicevano che si trattava di un episodio locale, e che consideravano Roma e Torino un evento irripetibile. Erano quelli secondo cui il Rosatellum era una buonissima legge

[La polemica] Renzi è ancora il padrone del Pd e la proposta dei Cinque Stelle è un terremoto

#senzadilui. Ovvero: con o senza Matteo. C’è un grande dibattito da fare, intorno al terremoto che sta investendo in queste ore il Pd: il dibattito che non si è voluto celebrare dopo la sconfitta devastante e drammatica sul referendum del dicembre 2016, e che non si è fatto nemmeno dopo la rovinosa sconfitta delle politiche del 2017, e che adesso incombe sulla prossima direzione dei Dem in un clima da resa dei conti e lunghi coltelli. Il reggente Maurizio Martina è finito sotto processo per aver aperto il dialogo con i M5s, Matteo Renzi vuole sfruttare l’occasione per riprendere il controllo pieno del Nazareno. La domanda, all’osso è molto semplice e diretta: è giusto che Renzi dopo queste sconfitte (e dopo le altre tre che ha subito alle amministrative in questi anni) sia rimasto e voglia rimanere - come si vede in queste ore - il padrone virtuale del partito, colui che detta la linea ai suoi successori?

Il burattinaio fa danno al Pd

In primo luogo bisognerebbe aggiungere un dettaglio non da poco: non è per un caso che in tutti gli altri casi i leader europei quando hanno perso se ne siano andati, cessando qualsiasi attività di guida e di indirizzo politico. Se ne andò Lionel Jospin, in Francia, se ne andò Oscar Lafontaine in Germania (tornando solo dopo un decennio) se ne ne sono andati leader come Gerard Schroder, Tony Blair, grandi capi carismatici come Felipe Gonzales. Renzi invece ha fatto “la mossa”: ha dichiarato di voler fare un passo indietro, si è dimesso dal ruolo formale, ma poi ha collocato i suoi uomini nei posti chiave e (come si vede adesso) ha dettato la linea da seguire auto-definendosi addirittura il suo custode. Nulla di male se avesse deciso di restare anche formalmente capo politico: ma questa forma ibrida di burattinaio fa danno al Pd, che non riesce né a restare uguale né a cambiare, che non è più né renziano né post-renziano.

Liste bloccate per garantirsi il potere

Mai come in questo momento - infatti - c’è un evidente conflitto di interessi tra il bene dell’ex segretario del Pd e quello del suo partito. Renzi ha usato le liste bloccate per selezionare in parlamento la pattuglia dei suoi fedelissimi. Mentre il suo partito crollava al peggior risultato dal dopoguerra a oggi, e i suoi gruppi parlamentari si riducevano alla Camera addirittura di due terzi, con questo metodo la corrente personale del segretario ha di fatto raddoppiato la propria rappresentanza. Eppure il Pd di Renzi si è separato dagli elettori e dal consenso e - finché lui ci mette lo zampino, come si vede in Molise - il Pd sarà percepito come una sua emanazione e supporter e simpatizzanti continueranno a tenersi lontani dal partito nelle urne. Tuttavia l’altro paradosso è questo: Renzi ha coltivato un efficace movimento di ultras, che sono disposti a seguirlo in ogni caso e ovunque, nella sua evidente illusione di eterna revanche, più come si segue un capo-curva che come un leader politico. Più come delle groopies che come dei militanti. Dalle europee ad oggi, si potrebbe dire, l’uomo di Rignano continua a perdere le sfide, e nel contempo a convincersi di essere ad un passo dalla rivincita. I fatti lo smentiscono, ma la curva lo esalta. Quelli della curva Dem erano gli stessi che dopo il referendum raccontavano di essere al 40%, quelli che dopo la perdita della Liguria dicevano che si trattava di un episodio locale, e che consideravano Roma e Torino un evento irripetibile. Erano quelli secondo cui il Rosatellum era una buonissima  legge, quelli convinti che la coalizione di centrosinistra - come raccontava loro Matteo -sarebbe arrivata prima alle politiche. 

  • In questo fenomeno #senzadime la politica c’entra davvero poco. È un club di adoratori che si automotiva e si esalta raccontandosi che le sconfitte erano tutte inevitabili, che l’isolamento è virtuoso, che chi critica l’ex segretario è un rosicone che ha di certo una questione personale. Le argomentazioni di questo gruppo di fedelissimi solo ridicole: 1) con il M5s non si può dialogare (mentre con il centrodestra si poteva governare. 2) ci hanno insultato (mentre Cicchitto, Alfano e Bondi avevano scherzato) 3) gli elettori ci hanno mandato all’opposizione. Come se invece un partito politico non dovesse avere l’obiettivo di provare a fare delle cose. I #senzadime che - per dire - non hanno detto una parola quando il centrodestra di governo ammazzava lo ius soli (“È la cosa giusta nel momento sbagliato”), adesso si lambiccano nel trovare ostacoli pregiudiziali contro qualsiasi accordo con altri interlocutori. Ridicolo. In realtà è vero il contrario: i dirigenti Renziani non vogliono intavolare trattative con il M5s, perché confiderebbero una sconfitta essere portati a fare sacrosante “cose di sinistra” (ad esempio le misure a tutela delle vittime della Fornero) in alleanza con altri. I renziani raccontano il mondo come se l’isolamento virtuoso del Pd lo potesse conservare in una invidiabile posizione di forza.
  • Purtroppo è vero il contrario: il Pd in Molise partiva dal 16% e ha appena toccato lo sprofondo del 9%, passando per la prima volta da due cifre a una. Tra pochi giorni, presumibilmente, il Pd perderà il governo di un’altra regione, il Friuli Venezia Giulia: è questo in uno scenario di collasso in cui è finito il finanziamento pubblico, e in cui per il partito si dimezzano i fondi che arrivano dai gruppi parlamentari, in cui restano sul groppone del bilancio 9 milioni di euro di debiti (fatti da Renzi per la campagna referendaria del 2016), tutto ciò mentre i 170 dipendenti del Nazareno sono già finiti in cassa integrazione (e molti di loro rischiano il licenziamento), e mentre a Roma può capitare addirittura questo: che gli iscritti (e i proventi delle tessere) crollino, e che per fare cassa e per pagare l’affitto (nel circolo periferico di Ottavia-Palmarola) si accetti addirittura, in cambio di un contributo, di ospitare e di offrire ai militanti lo spettacolo umiliante di una vendita di materassi.

Se salta l'accordo resta solo il voto anticipato

Renzi, rispetto al Pd, è come uno che sta dissipando un patrimonio che non gli appartiene. Come un figlio che prende in prestito la macchina del padre, la distrugge in un incidente, e poi se la prende con il fratello (in questo caso il povero Martina) che sta provando a ripararla a spese sue. L’ultima cosa da sapere, però è questa: se salta questo accordo resta solo il voto anticipato. L’uomo di Rignano, a quel punto, si troverebbe padrone di un partito demolito, l’unica vera rottamazione riuscita della sua carriera. La tentazione di farsi il partito e liquidare il Pd come un bad company, a quel punto, resterà l’unica via percorribile. La scelta che farà aprire gli occhi alle groopies oggi renziane. Forse troppo tardi.