[il caso] Le Regioni a Draghi: “Cambiare sistema delle chiusure. Servono più vaccini”. Ecco la proposta

Lunedì mattina il primo vero Consiglio dei ministri del governo Draghi. Verso la chiusura delle regioni fino al 5 marzo. Premier al lavoro per trovare più vaccini. Criteri più oggettivi e tempi più certi per le chiusure

Il premier Mario Draghi (Foto Ansa)
Il premier Mario Draghi (Foto Ansa)

Le curve non diminuiscono, anzi aumentano seppur di poco. Nove regioni sono tornate arancioni dopo tre settimane in giallo. E nonostante la campagna vaccinale sia partita da quasi due mesi. L’unica buona notizia è che il vaccino funziona visto che gli ultra ottantenni - la fascia di età in corso di immunizzazione ma ancora lontana dalla copertura  - si stanno ammalando molto meno. E però il virus corre. Con le maledette varianti che quasi annullano i benefici della vaccinazione in atto.

Con questo rebus sul tavolo domattina alla 9.30 il presidente Draghi ha convocato il consiglio dei ministri, i primo veramente operativo da quando il governo è in carica. Era inevitabile che fosse la lotta al virus il primo dossier a cui il nuovo esecutivo avrebbe messo mano. Del resto, Draghi lo ha detto e ripetuto: “Lotta alla pandemia e aumentare il ritmo delle vaccinazioni sono i primi obiettivi del mio governo, sono queste le prime emergenza economiche dell’Italia”. 

Un primo cambiamento

C’è in tutto questo una prima buona notizia: sembra finita l’era delle riunioni convocate la sera,  dei cdm notturni, delle “importanti comunicazioni del premier” al paese travestite da conferenza stampa e dove, data l’ora, il contraddittorio era pari o zero o poco più. Da notare anche che la prima scadenza di misure in vigore è giovedì, dunque  qualunque cosa sarà decisa, ci saranno tre giorni di tempo per applicarla. “Mai più, nel limite del possibile, comunicazioni alla popolazione senza un congruo preavviso” è stata un’altra promessa del premier dopo che al suo primo giorno da premier si è trovato sulla scrivania un provvedimento in scadenza, quello sull’apertura dello sci. Che infatti non c’è stata come era noto da almeno dieci giorni.  

Ma il “cambio di passo” che  chiedono i governatori delle regioni non riguarda solo la tempista delle decisioni che tra le tante cose che non vanno sembra la più semplice da risolvere. Ad esempio, visto che il ministero della Sanità conclude la raccolta dei dati dalle regioni tra martedì e mercoledì, la decisione su aperture e chiusure deve essere assunta subito per entrare in vigore dal fine settimana successivo. E’ inutile aspettare, come succede ora, la conferenza stampa del venerdì pomeriggio/sera, l’ordinanza del venerdì che entra in vigore dalla domenica. Nel frattempo, tra martedì e mercoledì cominciano a filtrare le notizie, i governatori giustamente ne parlano e ogni volta montano le polemiche.

 Ieri i presidenti di regione si sono riuniti per tre ore. E oggi, in vista anche del Consiglio dei ministri di domani, vogliono presentare al governo alcune proposte su come gestire aperture e chiusure alla luce dell’andamento del virus.

Regioni ancora chiuse

Il governo Draghi si muove tra due scadenze La più vicina è quella di giovedì 25  quando scade il dpcm prorogato il giorno 11 (ultimo atto del Conte 2) che riguarda la possibilità di transitare da una regione all’altra. Possiamo già dire che le regioni restano chiuse - divieto di transito da una all’altra tranne che per “comprovati motivi” di salute, lavoro o altre necessita tra cui la proprietà di una seconda casa - almeno fino al 5 marzo, data di scadenza dell’altro Dpcm che prevede le chiusure di cinema, teatri, palestra, ristoranti e bar, fiere, congressi, viaggi, stadi. Quel pezzo importante d’Italia che non ha più riaperto e, se lo ha fatto, è stato solo per qualche settimane d’estate.

Non è chiaro se il Consiglio dei ministri si limiterà a prorogare la chiusura tra le regioni o metterà mano anche a tutti il resto. Di sicuro oggi dovrebbe essere recapitato al presidente Draghi uno schema di proposte in arrivo dalle regioni. Che sono, come capita spesso, divise anche tra di loro. Ma con alleanze inedite: Bonaccini (Pd) è d’accordo con Fontana (Lega) che però nn è d’accordo con Toti (Cambiano), Cirio (Fi) e Fedriga (Lega).

“Superare il sistema dei colori”

Il presidente Bonaccini vorrebbe liquidare il sistema delle fasce a colori: in vigore dai primi di novembre non ha prodotto i risultati previsti visto che le regioni fanno dentro e fuori con enormi disagi soprattutto per alcune categorie certamente più penalizzate rispetto ad altre. Ieri sera, a fine riunione, ha pubblicato un lungo post su Facebook. A dir la verità molto criptico. Rinviando ad oggi il dettaglio delle misure suggerite. ”Da domani l'Emilia-Romagna entra in zona arancione. Insieme alle altre Regioni siamo al lavoro su proposte di revisione dei meccanismi di ingresso e uscita dalle diverse fasce (…)Vanno riviste le regole e i parametri di entrata e uscita dalle zone di rischio, servono maggiore semplificazione, più certezze, deve essere evitato il disorientamento che ancora oggi ogni settimana vivono le persone e alcune categorie. Inoltre le decisioni vanno comunicate molto prima a cittadini e imprese rispetto a quanto accade ora”.

In  attesa che già oggi, al massimo domani, sia pronta a piattaforma con la proposta delle regioni, Bonaccini parte dalla constatazione che “tutto il sistema delle regole vada rivisto”:  “Un sistema che determina un calo temporaneo dei contagi e subito rialzi, senza che la curva pandemica venga davvero fermata è un sistema per cui siamo sempre costretti ad inseguire il virus e mai a governarlo”. Dopo un anno di convivenza e circa 150 miliardi spesi, sembra un po’ troppo poco, in effetti. Il presidente della Conferenza Stato-Regioni chiede misure che abbiano “un respiro più lungo, che diano più certezze ai cittadini e al commercio”. Ad esempio un sistema basato oltre che su parametri sanitari che vanno però semplificati, “anche su un’approfondita  analisi dei luoghi e delle attività. Contando anche i dati di rischio già accertati sulla base dei tracciamenti”. E si torna lì: sono più rischiosi bus e metro o i ristoranti o palestre dove si entra su prenotazione e con determinati protocolli di sicurezza?.

“Italia tutta arancione”. “No tutta gialla”

Bonaccini, in sostanza vorrebbe un’Italia tutta arancione ma con modifiche su attività aperte e chiuse in base alle statistiche sui contagi. I governatori sono però divisi.  Con Bonaccini si schiera il governatore della Lombardia Fontana, fedelissimo di Salvini.  Giovanni Toti non ci sta all’Italia tutta arancione. “Perchè mai chi è più virtuoso e riesce a tenere a bada il virus deve essere penalizzato come chi non riesce a farlo?”. Piuttosto, se è necessario uniformare qualcosa, “partiamo da un’Italia tutta gialla dove sono possibile sono rosse specifiche e non regionali via via che vengono individuati i cluster di contagi”. Che è un po’ la situazione attuale con i presidenti di regioni che di volta in volta, in base ai dati, chiudono - nel senso che sigillano e mettevo in quarantena come ai tempi del primo lockdown - interi comuni. Davanti ad un'ipotetica Italia tutta arancio ha tuonato anche il leader della Lega Matteo Salvini: “Basta con gli annunci, gli allarmi e le paure preventive, basta lockdown ingiustificati e generalizzati”.

Divisi sulle ricette, i governatori sono d’accordo su un punto: “Quando introduciamo restrizioni particolari per i singoli territori, devono essere attivati contestualmente gli

indennizzi per le categorie coinvolte. Per questo la misura non può essere solo regionale ma subito d’intesa con il ministro della Salute per avere il via libera del governo”.

Una cosa è certa: il governo di unità nazionale, “il governo del Paese”, impedirà le strumentalizzazioni di parte nella gestione del virus. Dunque, quello che sarà deciso d’ora in poi, potrà fare a meno del solito carico di polemiche. 

Le Procure indagano sulle offerte di vaccini

Ora è chiaro a tutti ormai che questa situazione si risolve solo con i vaccini. “Serve un deciso cambio di passo nella campagna vaccinale e per la ripresa economica” dicono Ole regioni annunciando la loro piattaforma e chiedendo un incontro urgente al governo”. La priorità è la campagna vaccinale che, però, inutile negarlo come fatto finora, “sta andando a rilento. E questo - chiariscono i governatori - non per disguidi organizzativi, carenza di personale o indisponibilità della popolazione. Il problema è nell’approvvigionamento”. Mancano le dosi Anche ieri Astrazeneca appena “liberato” fino ai 65 anni, ha per l’appunto annunciato un taglio delle dosi pari al 15%. Comincia ad essere sospetto il fatto che le case farmaceutiche, che hanno scritto nei contratti (purtroppo segreti) determinate forniture,  all’improvviso annunciano tagli. Tutto ciò va di pari passo con la comparsa sul mercato di vaccini offerti direttamente alle regioni tramite intermediari. Ci sono ben due inchieste aperte: procura di Roma e procura di Perugia.

L’appello: servono più vaccini

I presidenti di regione chiedono al Governo di “intraprendere ogni sforzo per reperire più dosi. Le Regioni sono a disposizione nelle forme e nei modi utili e possibili, a partire dal coinvolgimento diretto di aziende e filiere nazionali”. Il tema è liberare i brevetti dei vaccini e provare a convertire i macchinari di alcune aziende per avere una  produzione nazionale visto che i vaccini saranno necessari per i prossimi anni. E non possiamo certo pensare di dipendere dai colossi della farmaceutica che in questi mesi stanno incassando miliardi e miliardi. La Commissione europea sta contattando aziende farmaceutiche in vari paesi europei, tra cui l’Italia, per arrivare ad avere una produzione europea dei vaccini. Ed è proprio sui vaccini che l’Italia potrà contare sul “fattore Draghi”che vuol dire maggiore capacità contrattuale nelle trattative internazionali ed europee.