Regionali, Centrodestra nel caos. Salvini vuole “candidati senza tessera”. La Meloni reagisce infuriata

Guerra degli sgambetti tra i due. La leader di FdI si irrigidisce: "I miei nomi non si toccano". Centrosinistra e M5S alleati potrebbero approfittarne.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Ansa)
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Ansa)

Tutto sbagliato, tutto da rifare”, direbbe Gino Bartali. Mentre nel governo e nella maggioranza giallorossa se le danno di santa ragione, tra Iv da una parte e Pd e M5S dall’altra, non è che il centrodestra, che aspira a tornare “al più presto” alla guida del Paese, sia messo molto meglio, almeno sul fronte delle candidature per le elezioni regionali. Il marasma, dentro la coalizione che comprende Lega, FI e FdI (più Udc e un grumo di liste e listarelle di appoggio), è massimo e il leader della Lega, Matteo Salvini, non fa nulla per abbassare la tensione, anzi, se possibile, l’ha aumentata.

Tanto che “le candidature alle regionali - dice l'ex ministro leghista Gian Marco Centinaio - non sono ancora chiuse finché Salvini non ci dice che quelli sono anche i nostri candidati...”. E, in diretta su Facebook, lo stesso segretario federale osserva che “non è necessario o sufficiente per essere un buon sindaco o un buon governatore avere una tessera”. Un vero via libera a candidati civici e apartitici mentre, in teoria, i tre partiti del centrodestra si erano già spartiti le candidature con uomini di partito e di apparato. Poche parole, apparentemente banali, con cui di fatto la Lega cancella con un colpo di spugna gli accordi già siglati mesi fa con gli alleati che, dal canto loro, ovviamente reagiscono irritati, chiedendo il rispetto dei patti sottoscritti.

Nel mirino della Lega ci sono Marche, Puglia e Campania

Nel mirino ci sono, soprattutto, le candidature ‘in quota’ Fratelli d’Italia (Acquaroli nelle Marche e Fitto in Puglia), candidature che Giorgia Meloni, invece, dava da tempo come già acquisite, ma anche quella di Stefano Caldoro (FI) in Campania. Tutto il quadro, praticamente, che era stato, in teoria, già deciso da un vertice a tre tra Berlusconi, Salvini e Meloni risalente a ben prima della (sonora) sconfitta della Lega e del centrodestra in Emilia-Romagna. Solo che, appunto, da allora è passata un’era geologica: Salvini - che ora dovrà anche affrontare il processo, dopo l’autorizzazione al Senato che lo ha concesso, sul caso della nave Gregoretti – dopo la ‘batosta’ presa nella regione rossa per eccellenza ha deciso di ricalibrare l’intera strategia della Lega, ovviamente ai danni dei suoi alleati di centrodestra.

Da un lato strizza l’occhio a Renzi per invogliarlo a tirare giù Conte e dar vita, se non a elezioni anticipate, almeno a un nuovo governo che veda la sua Lega protagonista e, dall’altro, vuole ‘sfondare’ al Sud, oltre che nelle grandi città, territori dove la Lega, storicamente, è assai debole, come dimostra la vittoria di Jole Santelli (FI) in Calabria.

Solo il Veneto e la Liguria hanno candidati già acquisiti

Il risultato, appunto, è la totale rimessa in discussione delle candidature, quelle degli alleati, in Puglia e Campania, ma anche nelle Marche. Stabilito che il Veneto ‘non si tocca’ (lì il candidato, per la terza volta, è il leghista Luca Zaia e sulla sua vittoria nessuno nutre dubbi) e che la Toscana, dopo l’esperienza dell’Emilia, Salvini ormai la dà per persa, cioè già vinta dal centrosinistra, per cui poco gli importa se il candidato sarà suo o un civico o un esponente di FI o FdI, mentre per quanto riguarda la Liguria nessuno ha dubbi: Giovanni Toti correrà per la sua riconferma e rivincerà, sono Campania, Puglia e Marche le regioni entrate ‘nel mirino’ di Salvini e che stanno creando polemiche a non finire. Un vero rebus e di difficile soluzione. Le candidature di Raffaele Fitto in Puglia e Stefano Caldoro in Calabria, presentate da Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, sono messe in dubbio e regna il caos nella coalizione. Lega, Fi e Fdi si rimpallano le responsabilità con reciproche accuse.

I sospetti degli azzurri: “Salvini gioca su più tavoli”

I tre leader si sarebbero anche sentiti al telefono, ma ancora non si siano visti per il chiarimento finale, mai tanto atteso. “Come nel gioco dell'oca Matteo ha deciso di ritornare alla casella zero, riaprendo i giochi'”, dice un big azzurro. Sempre gli azzurri spiegano che i nomi dei governatori sarebbero solo una ‘parte’ di una trattativa più ampia, che comprende anche il rinnovo delle presidenze del Garante della privacy e dell’Agcom. Si tratterebbe, dunque, di un ‘pacchetto complessivo’, ecco perché tutti alzano il tiro.

Ma che l'accordo sia in alto mare lo dimostrano, appunto, le frasi pronunciate oggi da Salvini sulla necessità di avere candidati senza “tessere di partito” ma facce nuove: “Non è necessario o sufficiente per essere un buon sindaco o un buon governatore avere una tessera di partito. Se c'è gente nuova, fresca, efficiente, pronta a farsi avanti, le porte della Lega e dell'intera coalizione di centrodestra sono aperte”. Parole che suonano alle orecchie degli alleati come nuovi guanti di sfida. Tanto che dalle parti di Fratelli d'Italia vogliono capire se Salvini preferisce isolarsi e continuare a ragionare come se già ci fosse il proporzionale, cioè ad andare per conto proprio. Anche Forza Italia punta i piedi e difende ancora, e a spada tratta, Caldoro: “Senza di noi non si vince, per noi Caldoro è un candidato irrinunciabile” mentre, per quanto riguarda le Marche, Fratelli d'Italia non intende nemmeno discutere: forti di un sondaggio che li dà in forte avanzata, con oltre il 12%, il partito di Meloni non ha nessuna voglia di cedere terreno e di rinunciare al suo candidato, Acquaroli, che però non piace neppure dentro FI.

La guerra degli sgambetti tra Salvini e la Meloni

Ma Salvini, scottato dall’Emilia, dove ha imposto una candidata ‘di parte’, per quanto ‘sua’, e perdente, che non ha saputo allargare i consensi, batte e ribatte: il centrodestra deve allargarsi e includere. L'avvertimento Salvini lo lancia soprattutto a Giorgia Meloni. Il segretario leghista assicura di non volere alcuna lite (“le discussioni lasciamole a Renzi, Conte e Zingaretti”, afferma) ma - raccontano i suoi - non ha più scudi ‘zen’ da opporre a quelli che considera i “quotidiani attacchi, distinguo e precisazioni polemiche” della presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, che pure si è presentata sugli spalti del Senato per dargli solidarietà. In ogni occasione pubblica, Salvini riafferma la necessità di allargare la coalizione di centrodestra e di dare importanza al lavoro di squadra perché “da soli non si va da nessuna parte e si vince insieme”, ma da FdI vuole, anzi pretende, un cambio di passo “perché così non si può andare avanti.” “Altrimenti - si ragiona in via Bellerio -, ognuno corre da sé e vediamo dove va Meloni da sola, con il suo 10 per cento”.

Le accuse della Meloni contro la ‘citofonata’ al Pilastro

Quello che avrebbe segnato il punto di non ritorno sia stato il distinguo, “l'ennesimo”, sull'episodio della citofonata di Salvini alla ricerca del presunto spacciatore al quartiere Pilastro di Bologna. “E' stata una provocazione”, commentò la leader di FdI, “ma c’è il rischio di emulazioni” La frase - pronunciata in piena campagna elettorale per le Regionali – ha fatto davvero infuriare il leader leghista. “Una uscita ipocrita”, la giudicano i leghisti, “perché qualche mese prima furono proprio i suoi uomini a fare un gesto del genere”. Il riferimento è ai due esponenti di Fratelli d'Italia di Bologna, Galeazzo Bignami e Marco Lisei, che, a novembre, in un video, ‘passarono in rassegna’ i citofoni.

Salvini: “Meloni non è mia competitor, rappresenta la destra radicale…”

La verità è che, forse mai come ora, i rapporti tra i due partiti – Lega e FdI - sono stati così tesi, malgrado le frasi rassicuranti e i selfie sorridenti, come quello scattato lunedì, a Basovizza, da Salvini e Meloni, per ricordare le foibe. “Alla faccia di chi vuol farci litigare” ha scritto la leader di FdI. “Un saluto per voi e un sorriso dedicato a chi ci vuole male” le ha fatto eco Salvini. Il vero oggetto del contendere è causato dalla crescita elettorale di Fratelli d'Italia e dalle conseguenti richieste, sempre più esose, della Meloni. Meloni che non intende modificare le sue candidature: le considera ufficiali e già lanciate. Ieri, alla Stampa estera, Salvini ha chiarito che non vede Meloni come ‘competitor’: “Non essendo noi la destra radicale non abbiamo competitor e non ambisco a rappresentare la destra radicale. Abbiamo il 32% e la Lega è un partito che deve parlare a tutti no alla destra radicale”, ha detto. Parole urticanti perché è come dire che la Meloni e i suoi candidati sono dei ‘fascisti’ o dei ‘post-fascisti’ che non sanno o non possono parlare, sul piano elettorale, ai ceti moderati e a tutto il Paese. Immediata la replica fatta filtrare da FdI, che rivendica la co-presidenza dei Conservatori in Europa e i rapporti con i Repubblicani statunitensi, mentre Salvini – viene fatto notare - è alleato del Rassemblement national di Marine Le Pen e della tedesca AfD. Insomma, come dire che con i ‘fascisti’, a livello europeo, ci si è alleato Salvini. Regista dell’ “operazione simpatia” presso la Stampa stera è stato Giancarlo Giorgetti, responsabile Esteri del partito e gran tessitore dei rapporti che contano. Ed è proprio lui a spiegare in apertura il senso dell'incontro, definendo Salvini “il segretario di un partito che è stato più volte al governo, che governa le regioni più moderne d'Italia, assolutamente in grado di rappresentare il popolo italiano senza vergogna, ad ogni livello, anche con l'estero”. Poi ricorda che “prima o poi toccherà alla Lega assicurare il governo”. Alla Lega e a Salvini, intende Giorgetti, non certo a Meloni e ai suoi…

Avviso di sfratto consegnato per Fitto e non solo per lui

E così, selfie sorridenti e ‘carrambate’ a parte, tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni, la tensione resta altissima e il leader della Lega manda un messaggio forte e chiaro anche a Berlusconi: in tutte le regioni si deve cambiare cavallo. E così Salvini (“Servono nomi nuovi che non sono lì da 20 anni, senza tessere di partito, indicati magari da Fi e Fdi”) ha consegnato l'avviso di sfratto a Raffaele Fitto (“Basta con dire qui in Puglia mettiamo uno noi, lì voi, dico piuttosto sediamoci tutti intorno al tavolo e decidiamo insieme”) ma non solo a lui. Nel mirino di Salvini non c'è solo la principale regione del Sud, la Puglia, su cui la Lega vuole mettere le mani perché pensa che sia l’unica davvero ‘contendibile’ al centrosinistra (Renzi, Calenda e Bonino presenteranno un candidato contro la ricandidatura del governatore Emiliano e i grillini andranno da soli), ma anche le Marche, appunto. Il candidato di FdI, Francesco Acquaroli, è ritenuto troppo ‘divisivo’ dalla Lega (oltre che, anche, da Forza Italia) perché troppo ‘fascista’ (sic).

Giorgia Meloni si irrigidisce: i miei nomi non si toccano

Dall’altra parte, l'irrigidimento di Giorgia Meloni sul tema (su Fitto in Puglia e Acquaroli nelle Marche non si discute) ha fatto saltare tutto l'impianto e gli equilibri di colazione. Certo è che, secondo il Carroccio, l'accordo sulle prossime regionali va rivisto e al più presto. Secondo fonti della Lega infatti si parla di “intese in alto mare” con Salvini pronto a vedere i responsabili locali lunedì prossimo a Roma per mettere in piedi una strategia “d'urto” che potrebbe anche prefigurare la rottura definitiva, cioè la corsa in solitaria.

Ma nel marasma c’è anche la Campania per Caldoro

A mettere ancora di più brace sul fuoco c’è pure il caso Campania, dove Berlusconi ha candidato Stefano Caldoro, candidatura osteggiata anche internamente al partito azzurro con Mara Carfagna, vicepresidente della Camera, che punta a cambiare cavallo e a lanciare un nome della società civile, il magistrato antimafia Catello Maresca. Ma Antonio Tajani ribadisce che “Caldoro non si tocca”: “La nostra priorità irrinunciabile - dice il vicepresidente azzurro - è la Campania con Caldoro. E' il candidato scelto da Berlusconi e ratificato dal Comitato di presidenza”.

I colonnelli leghisti tuonano, quelli meloniani rispondono

Ma non è un caso che da via Bellerio si siano alzate le voci di Nicola Molteni, responsabile della Lega per la Campania (“Sarebbe bello che il centrodestra sapesse rinnovarsi, scegliendo candidati nuovi, freschi, condivisi, vincenti”), e di Paolo Arrigoni responsabile della Lega nelle Marche (“Nelle Marche, come in tutte le altre regioni ci piacerebbe che ci fossero candidati nuovi, vincenti espressione del territorio che ha bisogno e desidera cambiare”) e infine di Luigi D'Eramo, responsabile della Lega per la Puglia (“Dobbiamo avere il coraggio di sapere guardare avanti, verso il cambiamento. Creare ancora schemi del passato, vecchie logiche di spartizione francamente non ci interessa”). Tutte voci dei colonnelli leghisti, e fatti uscite ‘a batteria’ dallo stesso Salvini, uniti da un solo ritornello: “La Lega non chiede nulla, ma è necessario avere gli occhi puntati al futuro ovunque”. Ma Fratelli d'Italia non ci sta e se la Meloni non commenta la crisi interna in atto, ci pensa Francesco Lollobrigida, capogruppo di FdI alla Camera, a piantare i paletti: “È curioso che adesso la Lega metta a rischio l'unità del centrodestra pretendendo di indicare i candidati di Fratelli d'Italia e Forza Italia. Se in Toscana la Lega deciderà, come da accordi sottoscritti, di esprimere un candidato con tessera di partito, noi lo sosterremo lealmente come abbiamo sempre fatto. Se invece avere la tessera della Lega è, da ora, una discriminante per Salvini, certo non lo è per noi di Fratelli d'Italia”. Nessun commento da Arcore, per ora, anche se pure lì si ravvisa uno schema ben preciso: “La Lega vuole forzare sulla Puglia, quindi vuole mettere l'uno contro l'altro, per arrivare al caos e azzerare tutto”.

Il centrosinistra e M5S alleati potrebbero approfittarne

Per ora l'unico risultato ottenuto è che nel weekend i tre leader non si vedranno. Tutto rimandato a data da destinarsi, forse all’inizio della prossima settimana. Ma il tempo corre e le regionali, previste per il 24 maggio, si avvicinano a grandi passi. E così, per paradosso, se il centrosinistra e M5S riuscissero davvero a mettersi d’accordo almeno in Marche e Campania (e, perché no, anche in Liguria, mentre in Puglia ormai i giochi sono fatti, come lo sono anche per il Veneto, dove Zaia vincerà), i giallorossi, oltre che in Toscana, avrebbero chanches di vittoria che, fino a ieri, apparivano davvero inaspettate.