[Il caso] La regia discreta del Quirinale sul superdecreto per fare ordine nella crisi. Il Parlamento torna centrale

Nessuna data sulla durata delle misure. Conte: “Spero di darvi buone notizie il prima possibile”. L’elenco delle 29 misure restrittive. Multe da 500 a quattromila euro per chi viola i divieti. Nessun chiarimento con le norme già decise dai governatori. E intanto Salvini coltiva l’idea del “gabinetto di guerra”. Per ritrovare una scena. E togliere il palcoscenico al premier

Il presidente Mattarella e il premier Conte (Ansa)
Il presidente Mattarella e il premier Conte (Ansa)

Il primo appello all’unità nazionale e, quindi, alla centralità del Parlamento era andato in frantumi sabato sera in una improbabile diretta Facebook che il premier Conte ha tenuto sabato alle 23 per annunciare il decreto che avrebbe “chiuso” il Paese. Il Capo dello Stato aveva rotto uno schema a lui molto caro, quello dell’arbitro, ed era sceso in campo per ricordare di marciare uniti. Il risultato, diciamo così, era scappato di mano. Il secondo tentativo è andato, pare, a buon fine. Ieri mattina il presidente Sergio Mattarella, in occasione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, ha fatto l’ennesimo richiamo alla coesione ricordando come al termine di quegli anni terribili “segnati dalla dittatura e dalla guerra, l'unità del popolo italiano consentì la rinascita morale, civile, economica, sociale della nostra Nazione”. La stessa unità “richiesta, oggi, in un momento difficile per l'intera comunità”. Nelle ultime 48 ore non sono mancati i contatti tra il Quirinale e palazzo Chigi. E la deriva un po’ accentratrice di palazzo Chigi, alle prese - va detto - con la crisi più difficile dal secondo dopoguerra, è stata in parte raddrizzata. Almeno negli intenti. Dopo un mese difficilissimo per chiunque, il Parlamento sembra tornare centrale, le opposizioni tornano al tavolo dell’unità nazionale e alcuni sbandamenti, figli della novità e della gravità della situazione, dovrebbero ritrovare il giusto equilibrio.

Ogni due settimane alle Camere 

Dopo ventitré atti governativi, tra Dpcm e ordinanze, in un mese e una marea di ordinanze regionali di cui è stato perso il conto - una produzione spesso antitetica, comunque vorticosa e caotica - il premier Conte cerca di mettere un punto e andare a capo. Al di là del contenuto, quello che importa è che il governo ha approvato ieri pomeriggio un decreto legge che mette ordine nelle decine di norme e prescrizioni finalizzate a limitare il contagio di Covid-19 firmate in questo mese. Accetta di riportare il Parlamento al centro delle decisione politica grazie alla norma che impone di coinvolgere i presidenti di Camera e Senato ogni volta che sarà emanato un nuovo Dpcm e al premier, o ad un suo ministro, l’obbligo di informare le Camere ogni due settimane sullo stato dell’emergenza sanitaria. Torna quindi la possibilità di emendare, quando si tratta di un decreto, e di far sapere prima la propria opinione quando si tratta di un Dpcm (che non deve affrontare alcun passaggio parlamentare).

Il nodo governo centrale-regioni

Resta sul tavolo, irrisolto, il nodo tra governo centrale e regioni. In questo mese c’è stato un vero e proprio valzer delle ordinanze. Dai negozi alimentari allo sport, dai divieti di assembramento di più di due persone nei luoghi pubblici alla chiusura degli studi professionali, dal blocco dei cantieri non urgenti alla chiusura di tutti gli uffici pubblici non essenziali. Liti quotidiane su chi deve stare aperto e chi deve chiudere. Sulla riduzione degli orari dei supermercati e su quanti passi si possono fare all’aria aperta.  Governo e regioni hanno discusso su tutto in questo mese, anche sulle sanzioni: più leggere quelle previste da Roma (200 euro di multa); fino ai tremila euro decise dal governatore Fontana. Una pericolosa rincorsa del virus a suon di ordinanze dei governatori e Decreti del Presidente del Consiglio. A fin di bene, è chiaro, per di fermare l’epidemia che sta rallentando per il terzo giorno di fila (+8%, era al 30 %una settimana fa) ma ancora ieri ha fatto 743 vittime.

Un malinteso senso dell’autonomia regionale (ad esempio sulla sanità) che alla fine di questo incubo dovrà essere analizzato con molta attenzione. La sanità, ad esempio, è una competenza regionale ma all’inizio, a febbraio, le regioni del nord, pur essendo subito interessate al virus, hanno tentennato più del governo centrale. Della serie “pensaci tu che poi arrivo anch’io”.  Il risultato è che ieri a Villa San Giovanni siciliani di passaggio e di ritorno nell’isola, sono stati fermati tutto il giorno in riva allo Stretto. La governatrice della Calabria Jole Santelli ha chiuso i confini regionali e sigillato (cosa che non è stata fatta a tempo debito al nord) comuni e paesi infetto. Lo stesso ha fatto Musumeci in Sicilia. Risultato: ieri colonne di siciliani in arrivo dal nord erano bloccati a Villa San Giovanni e calabresi che lavorano a Messina bloccati in Sicilia. In serata la situazione si sarebbe risolta. In Campania, poi, tra un po’ entra in vigore la legge marziale: Il governatore De Luca ha promesso di usare “il lanciafiamme” se troverà ancora i campani a feste, strusci, abbuffate domenicali. A Napoli, ad esempio, il concetto “state a casa” non è stato ancora recepito.   

La risposta di Conte sulle Regioni

In questa jungla di provvedimenti fai-da-te, interpretabili, contraddittori il governo ieri aveva l’occasione, visto lo stato di emergenza, di avocare a sé deleghe e poteri in capo ai governatori per il tempo dell’emergenza. Non un atto di imperio bensì una scelta condivisa per questo tempo necessario. Una cessione di potere e sovranità con un costo certamente alto ma tanto quanto quello che ciascuno di noi sta pagando chi da due, chi da tre settimane, chi anche da un mese. Una scelta eccezionale come i tempi che stiamo vivendo che però avrebbe consentito di omologare finalmente le regole del gioco in tutto il paese. Le cose sono invece rimaste come sono, con qualche aggiustamento: il governo stabilirà “la cornice” entro la quale tutti dovranno muoversi ma uno spazio di manovra alle Regioni resta. Nessun commissariamento: potranno introdurre d’urgenza, per tempo limitato e a causa di specifiche emergenze, misure più dure concordandole col governo. Gli articoli 2 e 3 del decreto sono dedicati a questo specifico punto. Le regioni, secondo quanto previsto dall'articolo 3 possono introdurre ovvero sospendere l'applicazione di una o più delle misure adottate a livello nazionale e restano in vigore per non più di sette giorni. Anche il Sindaco può introdurre o sospendere nel territorio comunale, con propria ordinanza, l'applicazione delle misure a livello regionale e l'ordinanza è efficace per sette giorni e deve essere comunicata alla Regione. Insomma, non pare venir meno il caos di questi giorni. E non è chiaro che fine fanno decisioni regionali già assunte in questo periodo.

"Nessun commissariamento”

 “Non potevamo fare diversamente” ha spiegato Conte nella conferenza stampa successiva alla riunione del Consiglio dei ministri, conferenza stampa condotta con i giornalisti che potevano fare le domande da remoto e dunque con nessuna possibilità di replica o approfondimento. “Nessun atto di imperio soprattutto perché abbiamo bisogno della collaborazione delle regioni che hanno e gestiscono tutti i dati della Sanità” ha aggiunto Conte. “Una collaborazione che funziona visto che grazie a questa collaborazione abbiamo raddoppiato i posti di terapia intensiva (da 5.400 a circa 8 mila), quelli di subintensiva, stiamo trasferendo macchinari e logistica per nuovi reparti, sono nati al nord come al sud una ventina di Covid hospital, possiamo trasferire da una regione all’altra con i sistema cross malati che hanno bisogno della terapia intensiva”. Una lista di “successi” - meglio dire recupero di funzioni primarie perdute nel tempo -  che presuppone la collaborazione tra stato e regioni che, è chiaro, sarebbe dovuta esserci anche in caso di momentanea cessione di sovranità da parte dei governatori.  Occasione sprecata, dunque. E vedremo poi alla fine a quale prezzo, sociale, individuale, anche economico. Chi controlla come vengono eseguiti certi lavori in urgenza? Certi miracoli di reparti tirati su in pochi giorni?      

29 misure  

Multe salate, da 400 a tremila euro, sequestro del locale fino a 30 giorni se il proprietario reitera il reato (sulla severità delle sensazioni è stato serrato il pressing del capo della polizia, il prefetto Franco Gabrielli). Soprattutto, la possibilità di adottare sul territorio nazionale, o specifiche parti, le 29 misure elencate al comma 2 dell’articolo 1, dallo stop agli spostamenti alla possibile chiusura di strade e parchi, cinema e ristoranti. Le singole misure valgono per periodi “predeterminati” (30 giorni), “reiterabili e modificabili fino al 30 luglio 2020” quando finirà il periodo dello stato di  emergenza di sei mesi dichiarato il 30 gennaio.  “Non significa che resteremo chiusi in casa fino a quella data - ha precisato Conte - Anzi, noi confidiamo di dare buone notizie il prima possibile”.

Il decreto, che uscirà oggi in Gazzetta, punta soprattutto a fare ordine e ridare un metodo rispetto ad un modo di procedere finora caotico, a ristabilire una gerarchia delle fonti legislative nonché la centralità del Parlamento. Il decreto, che sarà discusso e convertito dalle Camere, disegna la cornice entro la quale il governo si andrà a muovere e i rapporti con gli enti locali. Ogni volta, poi, in base all’evoluzione della crisi e alle necessità, il premier adotterà le singole misure firmando Dpcm (decreti del Presidente del Consiglio dei ministri che non sono discussi in Parlamento). In casi urgenti potranno essere anche i singoli ministri a firmare ordinanze. Una volta, fatto il decreto, l’emergenza veniva gestita con ordinanze della Protezione civile. Contro Covid-19, Conte ci vuole mettere la faccia in prima persona, sempre e comunque.

No allo sciopero.  E ad un “gabinetto di guerra” 

Nelle consueta giornata rutilante, Conte affronta almeno altre due questioni chiave. La prima riguarda quali aziende devono restare aperte e la trattativa con i sindacati. La seconda il rapporto con le opposizioni che, grazie alla triangolata del presidente Mattarella hanno ottenuto udienza a palazzo Chigi e un nuovo incontro con la maggioranza oggi al Senato dove è incardinato il superdecreto che accorpa tuti i decreti anti-Covid sin qui approvati. Salvini, orfano di un palcoscenico, ha già ottenuto insieme con le altre opposizioni e Italia viva, il ritorno alla centralità del Parlamento. Il suo sogno è quello di formare “un gabinetto di guerra” per tornare a sedere al tavolo delle decisioni. Ma Conte non intende cedere un centimetro della propria centralità in queste emergenza. I sondaggi lo premiano. E nel futuro, chissà.

Il confronto con i sindacati è serrato, incombono scioperi come quello dei metalmeccanici in Lombardia e la minacciata chiusura dei benzinai a partire da mercoledì notte. Conte auspica che non ci siano scioperi e professa il dialogo, è convinto che “non servirà la precettazione” e annuncia che “sarà rivista la lista delle attività aperte (rispetto alla lista del Dpcm del 22 marzo, ndr)), per limitarla per quanto possibile, ferma restando la filiera alimentare e sanitaria”. Ma con fermezza Conte avverte che “la decisione finale è in capo al governo” perché “la concertazione anni '90 è superata, con i sindacati ci sono lunghi confronti ma poi si decide”. I cittadini, costretti a stare a casa, molti senza alcuna prospettiva di lavoro, non capirebbero uno sciopero dichiarato in questo momento contro chi può e deve lavorare in sicurezza. Il rischio boomerang per i sindacati è altissimo.