La carica della Casta: vicino l’obiettivo del referendum contro il taglio dei parlamentari. Ottenerlo vuol dire allungare la vita della legislatura

Cosa prevede la legge sul taglio e l'iter delle riforme

La carica della Casta: vicino l’obiettivo del referendum contro il taglio dei parlamentari. Ottenerlo vuol dire allungare la vita della legislatura

I tacchini, come si sa, non amano festeggiare il Natale. E la Casta – altro luogo comune – ama difendere se stessa. Ma i tempi cambiano e, oggi, esporsi a difesa delle “poltrone”, specie quando sono le proprie, non aiuta, in termini di popolarità e di consensi. Eppure, un gruppo di ‘eroi’ ha pensato che era questa la “buona battaglia” da ingaggiare.

La battaglia dei parlamentari contro il taglio dei parlamentari

In questo caso, si tratta di quella contro il taglio del numero dei parlamentari. Le 500 mila firme popolari necessarie per indire un referendum confermativo sono un miraggio (ma i Radicali si sono messi di buzzo buono per provarci) e cinque consigli regionali che si oppongano al taglio non si trovano neppure con il lanternino (per ora si è pronunciato a favore solo il consiglio regionale della Lombardia, ma un pugno di deputati (solo 18, per ora, sui 126 che servono) e soprattutto di senatori (50 sui 64 necessari, l’obiettivo è un passo) ce la stanno mettendo tutta per costringere gli elettori a esprimersi: serve un quinto di loro per ottenerlo. “Volete voi il taglio dei parlamentari?” sarà la domanda. Facile profetizzare la risposta (“Sì”), ma i difensori del sistema attuale credono che, opportunamente convinti, gli italiani possano rispondere “no, non lo vogliamo”. Illusione? Miopia? Forse. Una cosa è certa: ci stanno provando eccome, a costo di remare controcorrente, pronti a spiegare al ‘popolo sovrano’ perché i parlamentari ‘non’ devono essere tagliati. Ma procediamo con ordine.

Cosa prevede la legge sul taglio dei parlamentari

Il taglio dei parlamentari è legge dello Stato dall’8 ottobre scorso quando la Camera ha dato il via libera definitivo (IV lettura) alla riforma costituzionale che riduce i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200: in totale, si tratta di 345 parlamentari in meno (230 deputati e 115 senatori). A favore, in quell’occasione, si sono espressi 553 deputati, solo 14 sono stati i voti contrari e solo due gli astenuti. Il disegno di legge è stato sostenuto e voluto soprattutto dal Movimento 5 stelle, ma ha raccolto una maggioranza trasversale: per il sì si sono schierati anche Pd, Leu e Italia viva, Fdi, FI e Lega. I contrari sono stati tutti esponenti del gruppo Misto più una rappresentante di Forza Italia. Il renziano Roberto Giachetti, pur votando a favore, annuncia che avrebbe raccolto le firme per indire un referendum che blocchi il testo. Identica cosa aveva fatto, al Senato, Andrea Cangini (FI), che guida la rivolta dei senatori e che, coerentemente con le sue idee, vota ‘no’.

Il taglio, però, non è immediatamente operativo, anzi la sua entrata in vigore è stata, formalmente, ‘sospesa’, per ora: decorrerà dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della riforma. Perché? Semplice e difficile spiegarlo.

Un taglio non immediatamente ‘operativo’

Innanzitutto, va detto che si tratta di una legge che modifica la Costituzione, quindi il suo esame ha previsto quattro letture parlamentari (una doppia lettura conforme di Camera e Senato) perché cambia il dettato costituzionale, precisamente gli articoli 56 e 57 della Costituzione, che fissano il numero dei parlamentari in 945 (630 deputati e 315 senatori). Alla base della riforma costituzionale c’erano le seguenti motivazioni: i parlamentari italiani sono troppi, il Parlamento costa troppo, la macchina legislativa è lenta e macchinosa, per cui è necessario snellirla. Il taglio dei parlamentari porterebbe un risparmio di 100 milioni di euro l’anno, altre stime parlano di soli 40 milioni l’anno.

In ogni caso, in base all’articolo 138 della Costituzione, che regola le modifiche costituzionali e dal momento che la legge ha ottenuto la maggioranza assoluta dei due terzi alla seconda votazione solo alla Camera, ma non al Senato, il testo di riforma, nei tre mesi seguenti alla sua approvazione, può essere sottoposto a referendum confermativo. Il referendum può essere richiesto da un quinto dei membri di una Camera, da 500 mila elettori o da cinque consigli regionali. Se le firme dovessero essere raccolte, si voterebbe, per il referendum confermativo, a maggio-giugno 2020, cioè entro 60 giorni dalla richiesta del referendum, e solo a partire dal giorno del referendum, nel caso in cui il testo venisse confermato, scatterebbero i 60 giorni concessi al governo per ridisegnare i collegi elettorali. Infatti, seguito della riforma, il numero degli abitanti per deputato aumenta da 96.006 a 151.210 e il numero di abitanti per ciascun senatore cresce da 188.424 a 302.420. Una crescita esponenziale nel rapporto tra eletto ed elettore che comporta la necessità di ridisegnare i collegi con una legge che, invece, ove il referendum non dovesse tenersi, dovrebbe essere licenziato dalle Camere in due mesi a partire dal 12 gennaio 2020. I tempi, dunque, se il referendum si terrà o meno, si allungano o si restringono.

Sempre secondo quanto prescrive la Carta costituzionale, il referendum confermativo, a differenza di quello abrogativo, prescinde dal quorum: si procede al conteggio dei voti validamente espressi indipendentemente se abbia partecipato o meno alla consultazione la maggioranza degli aventi diritto. Pertanto, con il referendum confermativo i cittadini decidono se confermare o meno una legge di riforma costituzionale già approvata dal Parlamento, ma che non ha ottenuto la maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento. Il problema è che al referendum, prima ancora di ingaggiare la battaglia per vincerlo, devi arrivarci.

Le firme che servono per il referendum sono a un passo

Servono, appunto, almeno 64 firme al Senato e 126 alla Camera entro e non oltre il 12 gennaio 2020: i senatori ne hanno già trovate 50 e sono convinti di centrare l’obiettivo, i deputati sono, invece, molto indietro e, ad oggi, hanno raccolto solo 18 firme. In ogni caso, l’operazione per cercare di fermare la riforma costituzionale del taglio dei parlamentari procede a passo spedito ed è nato un comitato parlamentare bipartisan a sostegno del referendum. A dare le cifre, in una conferenza stampa, è stato il senatore Tommaso Nannicini (Pd): “Gli aderenti appartengono un po’ a tutti i gruppi, tranne la Lega e FdI. Ci sono anche tre colleghi del M5S di cui non riferisco i nomi per rispettare la riservatezza, ma il loro atto mi ha stupito”. Solo uno dei tre pentastellati firmatari è venuto allo scoperto ed è Mario Michele Giarrusso, che negli ultimi mesi ha contestato con forza la linea ufficiale del Movimento: “Ho votato per il taglio, ma sono favorevole al fatto che i cittadini possano pronunciarsi”. Giarrusso ha anche detto di aver proposto ai colleghi di sostenere l’iniziativa: “Sarebbe un bel segnale”.

I campioni della raccolta firme: Giachetti e Cangini

Giarrusso ritiene che il “referendum non è contro il taglio dei parlamentari”, ma il comitato promotore ha già lanciato una campagna di opinione per affossare la riforma. E’ un comitato “trasversale” che raccoglie parlamentari di maggioranza e opposizione, appoggiato dal Partito Radicale e dalla Fondazione Einaudi, che hanno iniziato anche l’improba raccolta delle firme tra i cittadini. “Il numero che diminuisce o non diminuisce è un dettaglio, il punto” - per l’ex Dc Giuseppe Gargani - “è che la strategia dei 5 stelle è quella di delegittimare il Parlamento e se alla riduzione dei parlamentari si aggiungesse il vincolo di mandato si distruggerebbe totalmente il Parlamento e la sua funzione. Noi, attraverso questo referendum, dobbiamo spiegare all’opinione pubblica che il Parlamento ha una funzione essenziale e ineliminabile della democrazia e libertà del Paese”. Giachetti si è detto fiducioso: “La raccolta firme è aperta e sono fiducioso che il risultato lo raggiungiamo sia alla Camera che a Senato”. Ha concluso Cangini: “La democrazia parlamentare è oggetto di un’offensiva, questa riforma per come è stata pensata, con uno spirito da ragionieri e senza sensibilità politica, allarga ulteriormente il divario tra cittadini e istituzioni. Ci saranno intere regioni che non potranno esprimere un senatore di opposizione, un fatto gravissimo (questo ove restasse in vigore il sistema elettorale vigente, il Rosatellum, ndr.). Siamo arrivati quasi a 50 firme al Senato, ne servono 65 e sono ottimista che le raccoglieremo”, ha concluso Cangini.

Il referendum ‘allunga la vita’ anche alla legislatura

Insomma, il caro vecchio Senato potrebbe essere la chiave di volta per arrivare al referendum confermativo. Vincerlo, ovviamente, è un altro paio di maniche e, al momento, appare un’impresa improba, se non del tutto impossibile. Ma il risultato dell’operazione del Comitato contro il taglio dei parlamentari avrebbe anche un altro effetto indotto: allungare la vita della legislatura. Infatti, il Capo dello Stato – nel momento in cui si aprissero le procedure per dare luogo al referendum confermativo – difficilmente potrebbe sentirsela di sciogliere le Camere ‘prima’ del referendum, che dovrebbe tenersi entro 60 giorni dal momento in cui le firme sono state raccolte, cioè dal 12 gennaio 2020 in poi, perché farlo vorrebbe dire mandare il Paese a votare con il ‘vecchio’ numero dei parlamentari (945) e non con il ‘nuovo’ (600). Infatti, con lo scioglimento delle Camere in via anticipata, il referendum slitterebbe a data da destinarsi. Bisognerebbe, quantomeno, aspettare i tre mesi per indire il referendum e poi altri due mesi per ridisegnare i collegi. Insomma, la legislatura prenderebbe fiato e vita almeno per tutto il 2020. Inoltre, ad agosto del 2021, inizia il semestre bianco (il Capo dello Stato, negli ultimi sei mesi del suo mandato, che scade a gennaio del 2022, non può sciogliere le Camere), ergo la legislatura durerebbe e, al massimo, si potrebbe cambiare governo, non correre al voto. Se, invece, il referendum ‘non’ dovesse tenersi, tutto diventerebbe più facile per chi ha voglia di urne anticipate.

Se il referendum non si tiene è più facile sciogliere le Camere

Il taglio dei parlamentari, infatti, entrerà a regime alla data del primo scioglimento ‘naturale’ o dalla prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale ma non prima siano decorsi da essa 60 giorni. La previsione del termine di sessanta giorni serve, appunto, a “consentire l’adozione del decreto legislativo in materia di determinazione dei collegi elettorali”. Due mesi, insomma, a partire da gennaio 2020, quindi marzo 2020, ed ecco tornare la spada di Damocle delle elezioni anticipate.

Intanto la maggioranza va avanti con le altre riforme

Nel frattempo, la maggioranza di governo giallorossa, per quanto ‘terremotata’ ogni giorno al suo interno, non resta ferma. E’ già arrivato in Parlamento, infatti, la prima parte del pacchetto di riforme in appoggio proprio alla legge sul taglio dei parlamentari. Si tratta di un ddl costituzionale che opera due innovazioni: cambia il metodo di elezione per il Senato, che passa dall’attuale base regionale a una “circoscrizionale”, e rimodula la platea dei delegati che saranno chiamati a eleggere il capo dello Stato. Inoltre, altre due riforme sono già state presentate al Senato in un altro apposito ddl costituzionale: riguardano la parificazione dell'età per l'elettorato attivo e passivo di Camera e Senato a 18 e 25 anni. Ma è il nuovo ddl che serve a contenere l'impatto costituzionale del taglio poltrone con l'obiettivo, si legge nella relazione, “di rafforzare la rappresentatività dei parlamentari nei confronti della più ampia platea di elettori” proprio perché il taglio dei parlamentari – su questo ha ragione chi ne contesta gli effetti – sperequa, nel senso che allontana eletti ed elettori. Nel dettaglio, la proposta di legge consegnata a Montecitorio a firma di Federico Fornaro (LeU) e sottoscritta da Maria Elena Boschi (IV), Graziano Delrio (PD), Renate Gebhard (Autonomie), Francesco Silvestri (M5S), Stefano Ceccanti (PD), Marco Di Maio (IV) e Anna Macina (M5S), sotto la regia del ministro Federico D’Incà (M5S), modifica l'art. 57 della Costituzione in materia di base elettorale per l'elezione del Senato della Repubblica rendendo l'elezione a palazzo Madama a base “circoscrizionale” e non più “regionale”, come previsto ora, per poter recuperare i resti a livello nazionale e consentire ai partiti medio-piccoli di eleggere senatori in più. Nell'articolo 2 della pdl invece si affronta il tema dell'elezione del Presidente della Repubblica: il numero dei rappresentati regionali viene ridotto di un terzo (da tre a due per ogni regione) “in maniera analoga a quanto realizzato per il numero dei parlamentari” perché, altrimenti, con meno parlamentari i delegati regionali peserebbero troppo all’elezione del nuovo Capo dello Stato.

Un Parlamento ‘sospeso’ tra vecchie e nuove regole

L'ultimo articolo infine subordina l'entrata in vigore della legge alla entrata in vigore della legge costituzionale di riduzione del numero dei parlamentari. Il paradosso è che, nel caso in cui il la legislatura dovesse arrivare a scadenza naturale (quindi nel marzo 2023) il successore di Sergio Mattarella sarebbe eletto con le vecchie regole, cioè con una seduta comune del Parlamento che, se al completo, sarà formata da 630 deputati, 315 senatori eletti più i senatori a vita, tre delegati per 19 regioni e un delegato della Valle d'Aosta, per un totale di 1007 persone.  Se, invece, il taglio del numero dei parlamentari entrasse in vigore nei due mesi seguenti al 12 gennaio 2020 (ove, ovviamente, non si raggiungesse il numero di firme necessarie per ottenere il referendum confermativo) sia l’elezione del Senato (base circoscrizionale) che quella del Presidente della Repubblica (meno delegati regionali) verrebbero svolte con le nuove regole e, ovviamente, gli italiani eleggerebbero ‘solo’ 600 parlamentari, non più 945.

Ma anche questo doppio pacchetto (nel senso di due diversi ddl) di riforme costituzionali richiedono una doppia approvazione conforme nei due rami del Parlamento e quindi svariati mesi di tempo prima che vadano ‘a dama’ Sono cioè un messaggio di stabilità rispetto alle fibrillazioni continue, sulla manovra o sull'Ilva, interne alla maggioranza. E così, dato che la crisi di governo sembra sempre a un passo, c'è chi si domanda se, dentro l’M5s ma anche dentro il Pd, in caso di crisi dopo la Legge di Bilancio, la celebrazione del referendum non sia un buon argomento da presentare a Mattarella per far nascere un governo istituzionale, anche di breve durata, che consenta di tenere la consultazione. E poi da cosa nasce cosa, perché un governo se non è sfiduciato va avanti. Se la risposta alla domanda fosse sì, le firme alla richiesta di referendum da parte di parlamentari di M5s potrebbero aumentare...

L’ultimo tormentone in essere, la legge elettorale

Infine, tanto per non farsi mancare nulla – e, anche in questo caso, per allungare il brodo della legislatura - la maggioranza si appresta ad avviare il confronto su quello che potrebbe trasformarsi in un vero percorso a ostacoli: la riforma della legge elettorale. L’obiettivo di arrivare a una proposta condivisa entro dicembre, come è scritto nero su bianco nel documento della maggioranza, è molto lontano. A differenza delle riforme costituzionali, sul sistema di voto manca una linea comune nella maggioranza. E di certo non aiutano le fibrillazioni che si registrano ogni giorno sulla manovra. Anzi, fonti di maggioranza spiegano che finché non si rasserena il clima, ogni partito manterrà le carte coperte. A complicare ulteriormente il quadro, poi, ci sono proprio le posizioni diverse all'interno del Pd sul sistema elettorale: non tutti i democrat sposano un ritorno al proporzionale, anche se corretto magari con una soglia di sbarramento alta (si ipotizza il 5%), come chiede l’M5S, ma prediligono un sistema maggioritario a doppio turno nazionale con possibilità di apparentamento al ballottaggio, mentre Renzi e Iv è per il proporzionale o, al massimo, per tenere in vita il Rosatellum. Sistema che, però, anche con le modifiche costituzionali a regime, crea forti sperequazioni. Ma anche discutere, in modo appassionato e approfondito, di legge elettorale è un modo per ‘tenere in vita’ la legislatura, non foss’altro perché, quando ne scrivi e voti una nuova, poi vuoi usarla e, cioè, andare presto a votare.