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“Il reddito di cittadinanza non funziona e va modificato. Avanti con l'obbligo vaccinale per tutti”

Intervista con Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro, ora consulente del ministro Orlando. Quattro riforme legate al lavoro rendono più complessa di quel che è l’agenda autunnale del governo Draghi. “Orlando ha lavorato bene nella riforma degli ammortizzatori e nel decreto antidelocalizzazioni. Il Pd? Deve tornare ad essere l’orizzonte di ultimi e lavoratori”. “Perdiamo il centro? L’importante è ritrovare la sinistra”

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Foto Ansa
Foto Ansa

Cesare Damiano butta acqua sul fuoco: lo “scontro” tra il ministro del Lavoro Andrea Orlando e il ministro economico Daniele Franco “è un classico” di ogni governo “tra i ministeri di spesa e quelli di risparmio”. Niente di nuovo sotto il sole. Quello che c’è di vero è che in questa complessa, qualcuno dice “di fuoco”, agenda autunnale del governo Draghi, le riforme legate al lavoro sono almeno quattro: riforma degli ammortizzatori, reddito di cittadinanza,  quota 100 e pensioni e decreto antidelocalizzazioni, solo l’ultima grana scoppiata tra Orlando e Confindustria.  Hanno tutte una loro urgenza e hanno tutte un potenziale altamente divisivo per la larga maggioranza del governo Draghi. Al premier toccherà ancora una volta trovare la sintesi. Ne parliamo con Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro e ora consulente del ministro Orlando.

Si fa un gran parlare dello scontro totale tra il ministro Orlando e il ministro Franco. Cosa c’è di vero?
"Niente di nuovo sotto il sole. Personalmente, quando ero ministro del lavoro, ho quotidianamente  “combattuto” assieme ad Enrico Letta, all’epoca sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con il compianto ministro dell’economia Padoan Schioppa per scucirgli 40 miliardi di euro, in dieci anni, che avrebbero dovuto finanziare il Protocollo del 2007, il grande accordo di concertazione con sindacati e Confindustria dove inventammo le quote pensionistiche e gli ammortizzatori”.

Allora chi vinse?
“Nel tira e molla ci fu un pareggio, come è normale che sia in questi casi. Voglio dire che in ogni Governo ci sono i ministeri di spesa, come quello del lavoro, e quelli di risparmio, uno su tutti il Mef.  E’ evidente che si verifica costantemente un braccio di ferro quando si tratta di affrontare il nodo delle risorse”.

Prima di andare avanti, definisca una misura statalista.
“Cominciamo dicendo che, se mi devo collocare, mi ritengo uno statalista. Nel senso che penso che sia opportuno e necessario l’intervento dello Stato a sostegno di determinate misure di protezione sociale, di stimolo per il lavoro e di aiuto alle imprese. Questo soprattutto quando parliamo di settori strategici. Del resto, il cosiddetto liberismo che ha trionfato dalla fine degli anni Settanta, ci ha condotto in una situazione nella quale il capitalismo globale è dominato da istinti predatori e miopi tesi solo alla ricerca del maggior profitto, piuttosto che ad un’idea di sviluppo dell’impresa sociale”.

Giudizio molto severo. Non salva nulla degli ultimi decenni? Gli imprenditori sono tutti “prenditori”?
“Certo che no. Ma se andiamo nel terreno delle multinazionali vediamo che avvengono fatti come i licenziamenti via whatsapp  che non sono altro che una riedizione tecnologica dei vecchi licenziamenti “ad nutum”, al cenno, che si praticavano negli anni sessanta, prima dello statuto dei lavoratori. Siamo tornati indietro invece che andare avanti”.

Quattro riforme sul tavolo. Andiamo con ordine. Riforma degli ammortizzatori, ovverosia razionalizzare le decine di forme di sussistenza in  3/4 modelli che però garantiscano tutti. E non solo i dipendenti come è accaduto finora. Ci si prova da un anno e mezzo e non siamo ancora a nulla. Quando arriverà la riforma?
"La riforma è ferma sul nodo risorse. Cioè chi deve pagare: aziende, lavoratori, Stato, ciascuno per la sua parte probabilmente. Ho letto la proposta del ministro Orlando e mi pare che vada nella giusta direzione. In primo luogo si supera l’antica divisione tra lavoratori dipendenti e autonomi che non ha più ragione di esistere perchè oramai è facile transitare da una condizione all’altra e non possiamo certo sopportare che intere fasce di lavoratori restino senza aiuti, come è successo durante la pandemia. In secondo luogo, questo superamento  porta all’idea di ammortizzatori universali, cioè per tutti, anche se tagliati su misura. Un conto è la tradizione di tutela nella manifattura, altro conto sono le  tutele, assai meno strutturate per non dire assenti,  del lavoro autonomo. Con la riforma andiamo verso un universalismo differenziato”.

Va bene, ma chi paga?
“Non lo sappiamo ancora. E qui sta il problema. La cassa integrazione ordinaria ( non quella Covid di cui si è fatto man bassa) è già pagata da imprese e lavoratori. Ed è chiaro che per chi non l’aveva in precedenza, si dovrà trovare il modo di autofinanziare attraverso un fondo il costo degli ammortizzatori. E qui si arriva al nodo che sta bloccando tutto: chi paga? Chi mette quei soldi?”

La convince la proposta Orlando, già sottoposta a sindacati e associazioni di categoria?
“E’ una proposta innovativa perchè a differenza del passato non separa più la tutela passiva (la CIG quando resti dipendente e l’indennità di disoccupazione quando perdi il lavoro)  da quella attiva. Mette la formazione al centro, prevede interventi per la promozione del lavoro, cioè norme e indirizzi che aiutano a ricollocare chi resta disoccupato, e valorizza la formazione anche quando sei al lavoro per fare un continuo aggiornamento delle competenze. È giusto includere anche norme per rimodulare l’orario di lavoro e l’uso di forme di flessibilità pensionistica che possano accompagnare alla pensione chi ha più di 60 anni ma non ancora 65-67”.

Detto così sembra un intervento organico, illuminato, in pratica in un modo nell’altro, tra formazione e promozione, non si esce mai dal mondo del lavoro. Quanto costa questa riforma?
“I soldi da mettere subito in cassa si dice che siano circa 6-10 miliardi. Poi dobbiamo convincere tutti i settori produttivi, da un certo punto in poi, a finanziare questo sistema. La riforma andrà in legge di Bilancio. Non è legata in alcun modo al Pnrr”.

6-10 miliardi. Lei sa bene che questo è il tesoretto destinato a finanziare il Reddito di cittadinanza. E’ la misura bandiera dei 5 Stelle su cui sarà difficile intervenire. Lei cosa ne pensa?
“L’Italia è stata una delle ultime nazioni industrializzate ad adottare questa forma di Reddito. Non ho mai demonizzato questa misura, ma mi redo conto che non ha del tutto funzionato. Ha protetto le famiglie più povere, ma ci sono stati abusi e non ha promosso il passaggio alla ricerca del lavoro. Quindi, per essere chiari, credo che il Reddito non vada cancellato, ma cambiato e diventare una misura destinata solo ai poveri. Un po’ come era il Rei (governo Renzi e Gentiloni, ndr) che però non fu sufficientemente finanziato”.

L’ultima occasione di scontro tra Orlando e Confindustria è figlia del decreto antidelocalizzazioni. “Mettete in fuga le imprese private, noi dobbiamo essere attrattivi e non punitivi” ha detto il presidente degli industriali Bonomi. Anche qui, dove sta la verità?
“Bonomi si è scagliato contro Orlando già ai tempi del blocco dei licenziamenti. Comunque, credo sia stato un errore sbloccarli prima della riforma degli ammortizzatori. Così il Governo ha perso forza contrattuale e siamo arrivati ai licenziamenti whatsapp, questa “civilissima” nuova forma di relazione con i propri dipendenti. Questo avviene con le multinazionali e questo non è più sopportabile”.

Al momento non esiste nulla per impedire ad una azienda di delocalizzare quando magari ha anche ricevuto incentivi pubblici?
“Nulla, e questo è il problema.  Dunque sono necessarie misure molto semplici: prima di licenziare, tu azienda mi devi avvisare per tempo e non il giorno prima e devi individuare soluzioni alternative; se per insediarti hai ricevuto risorse e te ne vai solo perchè cerchi mano d’opera a costo inferiore e dunque con meno diritti, devi restituire il maltolto”.

Sono le proposte del decreto Orlando-Todde?
“Questo è il senso del provvedimento, poi, come tutte le bozze, si può limare qualcosa, ma non urlare che il Governo è punitivo con le aziende. Guardiamo quello che fanno in altri Paesi europei dove la difesa del territorio e del lavoro è ritenuta un bene essenziale. Invece noi siamo ancora al capitalismo de noaltri….”

Definisca una misura “statalista e assistenzialista”. Soprattutto, ce ne sono in vigore?
“Certo che sì, come in tutti i Paesi che hanno l’idea di un welfare pubblico che sostenga i più deboli e garantisca una protezione sociale. Poi però ci deve essere tutto il resto che abbiamo detto, promozione, formazione, altrimenti diventa un assistenzialismo dannoso”.

Vaccini e green pass. Come giudica le resistenze dei sindacati?
“Chiarisco subito: a questo punto, sono per la vaccinazione obbligatoria. Dunque, non comprendo le resistenze dei sindacati della scuola. Il ragionamento è semplice:  chi non vuole vaccinarsi non può opporsi al green pass, perché altrimenti diamo il passaporto alla pandemia. Nelle scuola la scelta è sacrosanta e chi si oppone al green pass vuol dire che vuole tornare subito nella Didattica a Distanza.  Nelle fabbriche c’è una contraddizione perchè le mense rientrano nei protocolli  anti-Covid dello scorso anno e non ha senso vietarle a chi non ha il green pass. In generale sono per fare un  appello a tutti i lavoratori: vaccinatevi, non solo quelli che sono a contatto con il pubblico”.

Perché Draghi non decide?
“Perché la composizione del Governo è un continuo tiro alla fune, dai migranti ai vaccini. Ma credo che arriveremo a questa decisione”.

Damiano, come sta il Pd? Si dice che si stia spostando molto a sinistra e sempre meno al centro.
“Me lo auguro che si sposti a sinistra, perchè eravamo troppo spostati al centro. Anche per alcune scelte che hanno reso più facile i licenziamenti, come il Jobs Act, i lavoratori non si riconoscono più nel nostro partito. Riavvicinarsi al mondo del lavoro dev’essere un tratto importante e identitario del nuovo corso del Pd”. 

A Bologna, nelle elezioni comunali,  lei avrebbe coinvolto le Sardine e lasciato fuori i riformisti, renziani ma non solo?
“Le elezioni comunali devono fare scelte su misura che rispecchiano le dinamiche del territorio che per noi, da fuori, è difficile giudicare. Dunque non saprei rispondere e non ho approfondito l’argomento. Di sicuro le Sardine sono state, per un tratto, preziose compagne per il Pd”.

Ultima cosa Damiano, non è che per caso il Pd sta lasciando la sua quota centrista e riformista al partito di Conte?
“Non saprei dare una valutazione precisa. Siamo in un bollitore. Anzi, in una betoniera in cui tutto viene continuamente impastato. Vediamo che amalgama ne verrà fuori. Io chiedo al Pd  di ritrovare un orizzonte e valori visibili che parlino ai più deboli, agli ultimi, a chi soffre”.

E le aziende?
“E che sia di sostegno alle aziende, certo. In Italia ci sono 4 milioni e mezzo di unità locali, dalla microazienda dove il datore di lavoro è fianco a fianco con il suo operaio, alla multinazionale. Ci vogliono sostegni differenziati”.

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