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Il rebus Iva, l’ingorgo Irpef e quelle misure varate dal governo che non hanno nessun effetto

Quasi nessuno crede alle cifre contenute nel Documento economico e finanziario varato questa settimana

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Il rebus Iva, l’ingorgo Irpef e quelle misure varate dal governo che non hanno nessun effetto

Quasi nessuno crede alle cifre contenute nel Documento economico e finanziario varato questa settimana. Anche giornali vicini al governo lo hanno bollato come “parole vuote”: il cammino che il governo seguirà per la politica economica del 2020 lo capiremo solo a settembre e avrà assai poco a che fare con gli obiettivi, i paletti, le indicazioni di oggi. Ma quale governo? Appena superiore ai sostenitori del Def è il numero di quelli convinti che, nel 2020, ci sarà ancora questo governo. C’è però di più: in ogni caso, infatti, la scommessa di Conte – o del suo probabile successore – è che l’Europa post elezioni sarà molto più compiacente e di manica larga verso le esigenze dei singoli paesi. Ma, anche qui, gli scettici sono la stragrande maggioranza, sicuri che i paesi più in sintonia con i gialloverdi sugli spazi da lasciare alla sovranità nazionale saranno anche i più arcigni nel chiedere il rispetto dei conti, per evitare che le altre nazioni vengano chiamate a pagare la bolletta di chi è troppo generoso entro i propri confini. Insomma, tuttora non sappiamo come riusciremo ad attraversare un anno difficilissimo, come il 2020. Sappiamo, però – lo confermano le stesse cifre del Def - che il sentiero è strettissimo. Ecco quanto.

Quanto crescerà l'economia

Forse, in realtà, l’economia non crescerà affatto. Le previsioni per il 2019 vanno da meno 0,2 per cento stimato dall’Ocse, al più 0,2 per cento prospettato nel Def, passando attraverso lo zero via zero calcolato dai più. Gli ultimi dati sulla produzione industriale mostrano, però, una vitalità inaspettata. Se confermati (il tentativo di diagnosticare l’economia una statistica per volta è un esercizio inutile) darebbero ragione a chi prospettava un miglioramento dell’economia italiana nella seconda metà dell’anno.

In realtà, è tutto appeso ad una catena assai debole  di Se. Le misure varate dal governo – reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni – messe insieme non hanno, infatti, effetto significativo sui consumi. Gli incentivi agli investimenti, quando riusciranno finalmente a partire, non daranno effetti prima di un anno o due. Possiamo, tuttavia, essere fortunati con quello che accade all’estero: una Brexit morbida, Trump e Xi chiudono la guerra commerciale, la Casa Bianca non apre quella con l’Europa, la Germania riprende a correre. Difficile, ma possibile. In caso di tempo più sereno, di quanto potrebbe crescere l’Italia? Tre o quattro decimali di punto, forse quanto basta per arrivare all’1 per cento nel 2020.

Il motore perde colpi

Però, anche l’1 per cento è troppo poco. Su una cosa Paolo Savona, all’inizio della sua breve esperienza di governo, aveva ragione: l’Italia ha bisogno di uno sviluppo almeno dell’1,5 per cento per reggere un programma di costose riforme. In realtà, neanche l’1,5 per cento di Savona sarebbe sufficiente. Per una ragione di banale aritmetica delle frazioni. Il debito pubblico italiano ha un costo medio del 3 per cento. Se il Pil reale cresce dell’1 e l’inflazione di un altro 1, il Pil cosiddetto nominale (a prezzi correnti) sale del 2 per cento. Questo vuol dire che debito e disavanzo (3 per cento) corrono più in fretta del Pil nominale (2 per cento): il rapporto fra il debito e il Pil e quello fra il disavanzo e il Pil – i due parametri su cui il mondo intero giudica l’economia italiana – non possono che peggiorare.

Di quanto? A Palazzo Chigi possono anche sperare che, a partire dal prossimo autunno, Bruxelles conti poco e i mercati siano distratti, ma qui non stiamo parlando dello scivolamento di qualche decimale (già oggi, invece che al 2 per cento, il deficit 2019 è stimato nel Def al 2,4 per cento del Pil), ma dello scardinamento di qualsiasi barriera o paletto. Se mettiamo insieme gli effetti sulle entrate fiscali di una economia – comunque – deludente, le spese già previste, in particolare per sussidi e pensioni e ci aggiungiamo l’impegno a non aumentare l’Iva di 23 miliardi, siamo già intorno ad un disavanzo del 3,4 per cento del Pil, ben oltre i parametri di Maastricht. Se poi consideriamo anche le velleità di flat tax, si decolla. A meno di non trovare da qualche parte 40 miliardi di euro per chiudere il buco. Si può fare?

Il rebus dell'Iva

Dall’aumento dell’Iva, il governo ha messo a bilancio 23 miliardi di euro di entrate. Tutti dicono di non volere l’aumento, ma questo vuol dire trovare altrove 23 miliardi. O, come dicono amerebbe fare Tria, si potrebbe risparmiare qualcosa con un aumento non generalizzato, ma selettivo, dell’Iva, che colpirebbe alcuni beni, ma non tutti. E’ un problema di misura: troppo poco non cambia abbastanza la grandezza del buco finanziario per ritrovare tranquillità. Troppo, chiude il buco, ma strangola l’economia. In pratica, il governo ha messo la testa dentro un nodo scorsoio. Se fa scattare l’aumento, colpisce proporzionalmente i consumi e indebolisce l’economia. Se non lo  fa scattare, fa schizzare il deficit oltre il 3 per cento del Pil, incendiando lo spread, facendo salire i tassi d’interesse e compromettendo – per questa via – l’economia.

L’ingorgo Irpef

In questo scenario, parlare  di flat tax per l’Irpef è come buttare benzina nel camino acceso. Il costo pieno di un’aliquota al 15 per cento su tutti i redditi fino a 50 mila euro l’anno è di oltre 13 miliardi di euro, che andrebbero ad aggiungersi ai 23 miliardi del mancato aumento Iva. Il progetto, tuttavia, è ancora troppo fumoso per poter fare dei conti. Se la contropartita della flat tax fosse l’abolizione di tutte le deduzioni attualmente in vigore, il peso sarebbe inferiore. Ma cancellare il ristorno fiscale per le spese mediche, per la casa o per il mutuo è socialmente accettabile? In ogni caso, al di là dei conti, la flat tax (una riduzione fiscale alternativa, ad esempio, all’abbattimento del cuneo fiscale fra lordo e netto in busta paga) pone problemi più generali. Oltre all’attacco al principio della progressività delle imposte, su cui si regge, da un secolo, la moderna democrazia fiscale, la flat tax disegna una immagine schizofrenica della famiglia. Per come è stata prospettata, premia i nuclei in cui solo un componente porta a casa un reddito. Il padre capofamiglia con tutti a carico e la moglie a casa, come, probabilmente, piacerebbe al pubblico della giornata della famiglia a Verona. Ma il paradosso è che, allora, se la moglie lavora, fiscalmente conviene divorziare e (eventualmente) convivere. Un pasticcio.

Il boomerang delle dismissioni

C’è un’altra mina sulla strada della politica economica. Nessuno ci crede, ma, nei documenti, c’è scritto che, nel 2019, lo Stato venderà beni per 18 miliardi di euro e per altri 6 l’anno prossimo,  che serviranno ad abbattere il debito. Dove può pescare il governo? Qualche miliardo si potrebbe recuperare dalle concessioni autostradali, ma bisogna aspettare che arrivino a scadenza e, comunque, i ministri, congelato lo scontro con i Benetton, non ne parlano più. Il grosso, comunque, può venire solo dalla cessione di quote azionarie nelle grandi imprese pubbliche, come Eni, Enel, Enav. Vendere significa rinunciare ad una parte dei 2,4 miliardi di euro che, ogni anno, queste imprese versano allo Stato: incassare subito, cioè, perdendo una fonte di guadagno permanente. Inoltre, vendite massicce significano prezzi peggiori. Dunque, due revolverate nei piedi. Ecco perché rispunta l’ipotesi di mettere in mezzo un compratore complice e consenziente: la Cassa Depositi e Prestiti, ovvero la cassaforte che custodisce oltre 200 miliardi di euro dei risparmi postali degli italiani. Ma è una terza revolverata: la cosa funziona solo se la Cassa accetta di comprare ad un prezzo diverso e più alto di quello che fisserebbe il mercato, tradendo la fiducia  dei risparmiatori.

Ma c’è un ulteriore pericolo. Oggi, nelle statistiche europee, il bilancio della Cassa è fuori dal perimetro della pubblica amministrazione. Operazioni come quelle prospettate potrebbero convincere Eurostat a far rientrare i passivi (come i 200 miliardi di euro di libretti postali) della Cassa nel bilancio dello Stato, facendolo esplodere.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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