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[Il ritratto] Ciao ciao Razzi, l’amico del dittatore Kim Yong Un e pronto a dare i suoi due reni a Berlusconi e a votare Riina

Ha paragonato «la Corea del Nord alla Svizzera d’Oriente, con strade molto belle e pulite. Lì puoi andare tranquillo, nessuno ti tocca. Mica è Roma». Ha negato che ci siano campi di prigionia: «Ci sono serre di pomodori grandissime, mai viste così grandi. Saranno quelle che scambiano per lager». «Berlusconi mi dice fai quello e io faccio quello. Io sono poronto a votare Totò Riina se me lo chiede. Io sono un fan, un dipendente e fanatico, chiamalo come vuoi».

Momento 'selfie' per Antonio Razzi
Momento "selfie" per Antonio Razzi

Se non ci sarà Antonio Razzi alle prossime elezioni, ce ne faremo una ragione. Ma ci dispiace tanto. Ci dispiace per lui, soprattutto per noi, ci dispiace per Crozza, ci dispiace perché ridere fa bene alla salute, e ogni tanto lo cercheremo ancora su Youtube, rincorrendo la memoria, con una di quelle musichette sottofondo che fanno tanta nostalgia, e ripenseremo a com’era incredibile l’Italia di questi anni e quanto bravo è stato Di Pietro a portarcelo in Parlamento, perché uno così non lo si trova tutti i giorni. Ci dispiace, anche se non è detta l’ultima parola, perché lui è l’unico a non saperlo che Berlusconi non l’avrebbe ricandidato: «Io sono tranquillo. I miei rapporti di correttezza e lealtà con il partito e il Presidente Berlusconi sono tali da escludere una modalità di questo tipo, in quanto non ho ricevuto nessuna comunicazione in questo senso». E poi, diciamocelo, fuori dai denti: «Io ho riunito le Coree e manco mi ricandidano? Si parla di premio Nobel, non so se mi spiego». Come sarebbe possibile con uno che ha speso queste parole per il suo leader: «Lui è un Messia, io prego i miei santi perché Berlusconi viva fino a 120 anni. Darei la vita per lui, gli darei un rene, due reni, persino mia moglie se lei è d’accordo»?

Lo chiamavano "sgrammaticazzi"

Oddio, più o meno diceva le stesse cose su Di Pietro, anche se con meno entusiasmo. L’ex magistrato l’aveva pescato in Svizzera e l’aveva subito portato a Roma. E poi dicono che Di Pietro non capisce niente degli uomini. Tanto per cominciare, Antonio Razzi, detto sgrammaticazzi, non era uno qualunque, ma un cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, perché questo è un Paese così, che i suoi cavalieri se li sceglie bene. E poi all’inizio, lui resistette a ogni tentazione, come spiegò perfettamente nel suo italiano spettacolare: «io sono eletto nel Partito dell’Italia dei Valori e tale voglio rimanere io, come ho già detto loro, fino alla morte, sperando che Di Pietro mi tiene. Le proposte sono allettanti, io personalmente ho detto: "anche se ho un mutuo da pagare ancora, preferisco non accettare niente perché il mutuo me lo voglio pagare io"». Ribadendo poi il concetto, sempre con maggior chiarezza: «Ho detto, io sono un operaio e me ne vanto, perché non è che gli operai si compra così, io non sono una merce, ma sono una persona». Purtroppo poi si sa come è andata a finire, che qua «sono tutti malviventi, questi pensano solo ai cazzi loro», come disse lui al collega che lo stava registrando di nascosto: «A te non ti pensa nessuno, te lo dico, caro amico, te lo dico da amico, che questi se ti possono inculare ti inculano senza valesina».

Farsi "li c....i tua"

Sarà stato il mutuo da pagare, sarà stato il vitalizio, o chissà che altro, ma Antonio Razzi da Giuliano Teatino, Abruzzo, operaio tessile con tanto di diploma, perché pure questo si dimenticano tutti, che anche se parla così è un diplomato oltre che cavaliere, quella volta cedette: «Meglio anche per te», rispose al collega. «Perciò fatti nu poco li cazzi tua e non rompere i coglioni più a me, eh? Così anche tu ti mancano meno di un anno e ti entra il vitalizio. Che cazzo te ne fotte, dico io». Limpido e chiaro. Antonio Razzi, una vaga somiglianza con Totò nella parlata fluida, ha sempre detto che lui le cose preferisce dirle così: «Molte volte reagire a muso duro non serve. Meglio parlare, come dico io, da amico. Come si dice in francese, un po’ di "savar fess" bisogna averlo».

"Parlo con i dittatori, non sono un comico"

Questa sua grande capacità di comunicare l’ha portato poi ad essere molto apprezzato all’estero: «Io so parlare con tutti, anche coi dittatori. Non ho paura di nessuno. Non sono un comico». Ma un diplomato, cavaliere d’Italia e onorevole. Che non è da tutti. «Come si suol dire, il pericolo è il mio mestiere. Io sono stato l’unico a parlare con Kim Yong un», il padrone della Corea del Nord, l’amichetto di giochi atomici di Donald Trump, stringendo con lui un rapporto di grande fiducia e diventando quasi il suo portavoce nel mondo, perché non è vero che certe cose capitano solo da noi e che il nostro è un Paese senza speranza. Non è che il mondo sia messo tanto peggio. E comunque ci sono paesi dove gente come i suoi compagni di avventura Trump e King governano e decidono tutto. Lui, di fatto, dalla grande tribuna di Tele Abruzzo, ha parlato direttamente con Obama: «io sono stato varie volte a Pyongyang e non è vero tutto quello che dicono. Che ha la bomba atomica, che la stanno costruendo. Presidente Obama, stia tranquillo, che non c’è niente di bomba atomica!». Nelle varie interviste, ha paragonato «la Corea del Nord alla Svizzera d’Oriente, con strade molto belle e pulite. Lì puoi andare tranquillo, nessuno ti tocca. Mica è Roma».

Serre di pomodori, mica lager

Ha negato che ci siano campi di prigionia: «Ci sono serre di pomodori grandissime, mai viste così grandi. Saranno quelle che scambiano per lager». E ha rinsaldato sempre di più il rapporto con il dittatore («ma non è vero, è un uomo moderato che cerca di portare la democrazia»), stabilendo persino una proficua corrispondenza: «Ho inviato un messaggio di congratulazioni al Caro leader Kim Yong un, per l’ottima prestazione del calciatore Kwang Song Han che nella prima giornata del campionato di serie B ha trascinato il Perugia alla goleada sull’Entella». Alla fine s’è persino convinto di poter portare la pace fra le due Coree: «Ci sono spiragli di dialogo. Mi hanno detto che potrei vincere pure il Nobel».

Jobs Act o Jobatt? Fa lo stesso

In quel caso, prima di andare a Stoccolma, dovrà imparare meglio alcune cose. Come il job acts: «E che ne so? Io non lo conosco questo jobatt. Ma non so neanche se sia un pesce, se è ‘na carne... Ma chi cazzo lo conosce? Di nome non lo so, però se lo vedo, può pure darsi...». Siamo sicuri che studierà. L’onorevole Antonio si è sempre dato da fare, come dimostra l’impegno profuso per il suo Abruzzo: «Noi siamo fortunati ad avere una regione dove ha il mare e la montagna. Ho portato tante iniziative a favore dell’Abruzzo, pensa i tornei di tennis e di pallone che ho organizzato a Francavilla al Mare e a Montesilvano». Ci mancherà molto. Ecco perché ancora non riusciamo a crederci che Berlusconi non l’abbia candidato: «Berlusconi mi dice fai quello e io faccio quello. Io sono poronto a votare Totò Riina se me lo chiede. Io sono un fan, un dipendente e fanatico, chiamalo come vuoi». Uno schiavo? «Anche schiavo, ma sì, mettiamoci pure schiavo». Ma possiamo davvero fare a meno di un uomo così? «Guarda, te lo dico da amico. I capi vicini a Kim Jong un, mi hanno riferito che quando sono rimasti soli, Kim gli ha detto: questo è un grande italiano».

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, giornalista e scrittore   
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