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Il rapporto complicato tra la Destra e l’informazione giornalistica e radiotelevisiva

Tornerà il Minculpop se la Meloni vince le elezioni? No, ma almeno in Rai molte cose cambieranno…

Ettore Maria Colombodi E. M. Colombo   
Meloni e Crosetto (archivio Ansa)
Meloni e Crosetto (archivio Ansa)

Dire che il rapporto tra la destra e l’informazione sia un rapporto da “cime tempestose” è dir poco. Come si sa, la destra italiana ‘non ama’ giornali e giornalisti da tempi non sospetti. Cioè dalla sua nascita, quella dell’Msi (poi Msi-DN) nel 1946, ab urbe condita, quindi, fino ad AN e poi FdI. Ma, qui, non si cadrà nell’errore di ‘assimilare’, in una sorta di (assurda) continuità ideologica, il fascismo delle origini (Fasci di combattimento), fascismo al potere (PNF), fascismo di regime (il ventennio mussoliniano) e post-fascismo (Msi-An-FdI). D’altronde, a chi invece ripete, in modo ossessivo e querulo, questa versione della Storia ‘crociana’ cioè priva di ‘salti’ (Historia non facit saltus) va ricordato che, mutatis mutandi, è come se si volesse rintracciare una perfetta continuità ideologica, politica e pratica tra Pcd’I (1921) – Pci (1944) – Pds (1991) – Ds (1996) – Pd (2008), il che, oggettivamente, è una favola per gonzi che solo il Silvio Berlusconi di decenni fa poteva cercare di ammansire ai suoi elettori e ai cittadini.

Ma, tornando al punto, essendo stati ghettizzati (giustamente: erano gli eredi, non pentiti, del regime mussoliniano e pure della Rsi di Salò) e tenuti ai margini della vita pubblica per 70 anni (quelli della Prima Repubblica, si chiamava politica dell’arco “costituzionale”: tutti i partiti, anche il Pci, partecipavano al gioco democratico, tutti tranne l’Msi), i ‘neo-fascisti’ di Almirante, per non parlare di formazioni extraparlamentari di destra radicale (Ordine nuovo di Pino Rauti, etc.) non godevano, per usare un eufemismo, di ‘buona stampa’. La quale ‘stampa’ era, di suo, almeno dagli anni Settanta in poi, molto “democratica”, cioè assai di sinistra e assai vigile sul piano dell’antifascismo militante e del tifo a sinistra (comunista, socialcomunista, extraparlamentare). Solo dagli anni Ottanta cambia, parzialmente, la percezione della destra italiana nella stampa e, buona ultima, in Rai, grazie ai ‘buoni rapporti’ di Almirante con alcuni dirigenti dell’epoca, ma soprattutto allo ‘sdoganamento’ che il Psi di Craxi, la Dc del Caf e persino l’ultimo Pci operarono nei confronti della destra italiana.

Anche negli anni Novanta, con la nascita di AN, voluta da Gianfranco Fini, le cose cambiarono poco, anche se un pochino in meglio. In Rai e, ovviamente, in Mediaset, iniziarono ad entrare, e soprattutto ad avere ‘diritto di cittadinanza’, autori e conduttori riconducibili alla ‘destra’. Ma, nonostante la ‘svolta di Fiuggi’ e la definizione del fascismo come “male del secolo” (inteso come il XX, ormai), l’inferiority complex’ della destra, nei confronti del principale bastione culturale della Sinistra, cioè l’informazione stampata e radio-televisiva (Antonio Gramsci le definiva le ‘casematte’ della Cultura da conquistare per mantenere l’egemonia ‘culturale’ del partito, una lezione mandata a memoria, nel Pci), è sempre rimasta tale e forte.

L’egemonia culturale ‘sinistra’ sulla stampa e un mondo, quello Rai, non ‘simpatizzante’…

Al netto di alcuni programmi e conduttori che, nel passato, hanno fatto epoca e scandalo (il populista Gianfranco Funari, agli albori della II Repubblica o il ciellino destrorso Antonio Socci o il leghista, allora era tale, Gianluigi Paragone), o delle ‘comparsate’ dello showman Vittorio Sgarbi e altri personaggi di dubbio gusto, e al netto pure del circoscrivere l’analisi alla sola Rai (Mediaset, filo-berlusconiana, fa storia a sé e, ovviamente, La 7 di Umberto Cairo, editore puro, ma storicamente schierata a sinistra, anche), la destra si è sempre sentita – a torto o a ragione – ‘ghettizzata’ dal mondo dell’informazione tv. Per quanto riguarda i ‘giornaloni’, invece (da Repubblica e Stampa e giornali locali del gruppo Gedi, apertamente schierati a sinistra, fino al gruppo Corsera-Rcs, oggi in mano allo stesso Cairo fino ai giornali di bandiera della sinistra, dal manifesto al Fatto quotidiano passando per il ‘nuovo’ il Domani di Carlo De Benedetti), per la destra-destra, che può contare solo sulle simpatie (fanatiche) dei tre giornali della destra-destra (Libero di Vittorio Feltri, la Verità di Maurizio Belpietro e il Giornale oggi di Augusto Minzolini ma storicamente da Alessandro Sallusti, che però è più corretto definire ‘filo-berlusconiano’ doc), è un vero ‘pianto greco’. In buona sostanza, ce li ha tutti contro, e pure da “tempi non sospetti”. Infatti, le campagne ‘antipatizzanti’ verso FdI di Repubblica contro la Meloni (l’inchiesta in più puntate “M come Meloni e come Mussolini”, quelle del Domani contro Crosetto (accusato di lucrare sui suoi affari personali, accuse ridicole) e quelle del Fatto quotidiano (di tutto e di più), in questa campagna elettorale si sono intensificate, ma – a onore del vero – erano partite ben prima. Insomma, la destra che sta per andare al governo si sente ‘accerchiata’ e ‘bastonata’ dai giornali. In parte ne ha ben donde, in parte fa del vittimismo, tipico della destra prima berlusconiana, poi leghista e ora meloniana che accusa la stampa e, in generale, l’informazione di non essere nulla più di “un branco di comunisti al soldo del Pd” e, forse, pure della “grande finanza internazionale”.

“Pescivendola” e “mercante d’armi”. Il noto Friedman attacca, in tv, Meloni e Crosetto…

Va detto, però, che, in questi ultimi giorni, gli attacchi di giornalisti e opinionisti hanno raggiunto il diapason del ridicolo e dell’insulto. La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha dovuto subire il ‘fango’ – e ben altro, specie sul lato ‘vita privata’ di sicuro sta per arrivare - addosso, di attacchi scollacciati e scomposti. Un assaggio, tra i tanti, se ne è avuto lunedì scorso, su La 7. Ospite della trasmissione “L’aria che tira”, condotta da Myrta Merlino, la quale lo ha lasciato fare e parlare, per poi scusarsi, in diretta, ma quella del giorno dopo, il giornalista economico angloamericano, Alan Friedman, - noto anche per alcuni assai controversi trascorsi - l’ha bollata come “una pescivendola” (scarso, qui, il rispetto per la nobile arte delle medesime). Poi Friedman ha descritto il cofondatore, con lei, di FdI, Guido Crosetto, che presiede l’Aiad - delicata e importante società aerospaziale della Difesa, che dà lavoro a centinaia di migliaia di persone e che ha lavorato con tutti i governi, negli ultimi venti anni, quindi quasi tutti governi di centrosinistra - come “un mercante d’armi”. Aggressioni pesantissime. Giorgia Meloni non ha replicato, in pubblico, e neppure Guido Crosetto.

La stampa, italiana e non, è “anti-patriota”?

Del resto, anche a chi, su diversi giornali – campioni nel genere, si capisce ‘StampaPubblica’ cioè il gruppo Gedi che controlla Repubblica, la Stampa, l’Espresso e tutti i giornali della Finegil - scrive della “marea nera” o grida “allarmi, son fascisti!” o orchestra campagne del genere vedi alla voce “Meloni=Mussolini”, raramente da FdI si replica. Come pure ha fatto finta di niente di fronte ad autorevoli conduttrici di programmi Rai, come ‘Report’ di Milena Gabanelli, che sul suo Twitter scrive: “la Meloni ha costruito il suo consenso perché è contro la Ue, la riforma del catasto e della concorrenza, l’aborto, i diritti civili. Ora è diventata fervente sostenitrice della linea Draghi. Tanto c’è Salvini a tenere il punto. Nessun conflitto, ma perfetto gioco di squadra”. Crosetto, invece, che è più tignoso, si è più volte ‘appiccicato’ con alcuni conduttori tv (Rula Jebreal, Senio Bonini, Paolo Celata) che, per lui, dicevano “palesi inesattezze e scorrettezze sulle posizioni di FdI e della Meloni su Ue, etc”, il che peraltro, per incidens, era pure assai vero.

La giornalista, mezza italiana e mezza no, che non ha mai mostrato simpatia per Fratelli d'Italia e per la destra in generale, aveva scritto: “Buona fortuna per quando dovrete spiegare alla stampa internazionale che sono ex fascisti/idonei a governare l'Italia”. E ancora: “Dream Team: Crosetto e Meloni”. Poi ha definito Crosetto “Il Tizio che passa le giornate a intimidire giornalisti, aggredire critici sui social, e perfino a consigliare ai trolls di denunciarmi”. Parole che, però, non hanno lasciato indifferente (eufemismo), Crosetto, che ha risposto a tono, aggiungendo pure un pizzico di ironia: “Eccomi. Mai stato neppure di AN, si figuri fascista. Grazie per avermi concesso di poterla incontrare in tribunale e chiedere di farle fare una donazione forzata al Bambin Gesù!”. Forse un riferimento all'intenzione, non troppo velata, di querelarla, cosa che, peraltro, con lei, ha fatto pure Meloni. Non si sa, invece, a oggi, di querele a Friedman.

Certo è che, con la stampa italiana – già meno con quella internazionale, di certo più obiettiva, ma anche quella non scherza, con gli attacchi – la destra italiana che sta per andare al Potere un ‘problema’ ce l’ha, e pure bello grosso. I partisan – nel senso di ‘partigiani’ dell’antifascismo – allignano, praticamente, in tutti i giornali dello Stivale (tranne, si capisce, i super-destrorsi Libero e la Verità e il berlusconiano il Giornale), per non dire delle tv, dove pure FdI non ha amici, sostanzialmente, oppure ne ha davvero pochi.

Se vince Meloni, in Rai arriverà il Minculpop? Pochi ‘meloniani’ che presidiano viale Mazzini

Probabilmente, quando e se la Meloni andrà a palazzo Chigi, almeno dentro la Rai (le tv private sono ovviamente, untouchables, da Mediaset, in ogni caso storicamente ‘affine’ al centrodestra, fino a La 7 di Urbano Cairo, proprietario di quel Corriere della Sera dove la Gabanelli scrive), ci sarà un discreto ‘repulisti’. Il ‘toto-nomine’, come pure in altri e importanti enti pubblici, impazza e da mesi, resta solo da capire se sarà messo in atto un modello stile ‘Minculpop’ (il sistema di veline e censure che vigeva al ministero dell’Informazione sotto il fascismo, che controllava, in modo ossessivo, giornali e radio) o se i ‘nuovi Barbari’, invece della mano pesante, quella da ‘niente prigionieri’, useranno la mano ‘leggera’. Se, cioè, saranno attenti al merito e ai necessari bilanciamenti o se useranno l’accetta. Certo è che i giornalisti ‘de destra’, dentro la Rai attuale, e in grado di ‘fare’ programmi’ (da conduttori, ma anche da autori, il che non è facile) degni di questo nome e pure ‘capaci’, si contano sulle dita di una mano, e pure mozzata.

Tra questi ci sono, ovviamente, il direttore di Rainews24, Paolo Petrecca, un nome storico di An, Nicola Rao (vicedirettore di Rai 1) e, ovviamente, Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2. Il quale ‘nasce’ missino ma si tramuta poi in leghista, tanto che fu nominato in ‘quota Lega’ e molte voci erano girate su una sua candidatura, non ben specificato se nelle file di FdI o Salvini. Inoltre, il consigliere della Lega nel cda Rai e ‘fido’ di Salvini, Igor De Biasio, ora spinge per ‘piazzare’ due amiche storiche del Capitano: Giovanna Maglie, pensionata Rai (ha 70 anni), finita, anni fa, in una brutta storia di ‘note spese’ gonfiate, ai tempi in cui era dipendente della Rai, e Annalisa Chirico, opinionista del Foglio e attiva sui temi di ‘giustizia giusta’, cari a Salvini. Il quale già può contare a Viale Mazzini sulla presenza di Monica Setta, che conduce ben “4 programmi 4” (quattro). Un record ineguagliato. Per non dire dell’attuale conduttore de la 7, il discusso (e assai discutibile) Massimo Giletti, che muore dalla voglia di ‘tornare’ in Rai e dalla porta principale e che, da mesi, cerca agganci un po’ dappertutto: dentro la Lega, FdI e pure FI…

In quota FdI, last but non least, due vicedirettori. Il primo è Paolo Corsini, fino all’altro ieri vicedirettore di Rai 2, oggi vice-direttore della Direzione Approfondimenti Informativi con a capo Antonio Di Bella che ha preso il posto, nel ruolo di Direttore dei programmi giornalistici Rai, di Mario Orfeo, tornato al Tg3, ma non prima di aver lasciato in eredità a Di Bella i palinsesti. Corsini è anche il fondatore dell’unico sindacato (Lettera 22), di destra non di sinistra dentro la Fnsi e dentro la Rai, dove la fa da padrone – da un tempo ormai biblico – ka potente Usigrai. L’altro vicedirettore in quota FdI è Angelo Mellone vice-direttore al day time (la direttrice è Simona Sala), ti programmi che vanno in onda in fascia di diurna, con delega a trasmissioni come Linea Verde, Uno Mattina, UnoM in famiglia.

Poi, schierati con la destra e con FdI, ci sono alcuni (pochi) giornalisti, autori o conduttori di programmi politici in seconda serata: Alessandro Giuli, con Vitalia e autore, con presenza video, di Anni Venti, condotto da Francesca Parisella (quota Lega ma sostenuta anche da FdI), chiuso quest’ultimo per volontà di Orfeo anche a causa dei bassi ascolti, e Laura Tecce, che conduce da tre edizioni Onorevoli confessioni. Per il resto, la struttura Rai è saldamente in mano a quella ‘sinistra’ – e, in parte, va detto, a Lega e FI, però - che la Meloni, in buona sostanza, detesta, anche perché l’attacca dura, di giorno come di notte.

Come è ‘divisa’, oggi, la Rai lo sanno in pochi. Di certo, le ‘quote’ di FdI valgono pochissimo.

Qui, però, va fatto un altro discorso per capire ‘come’ è strutturata, già da qualche anno, la Rai. Nell’attuale Cda Rai, nominato dall’esecutivo Draghi con Ad Carlo Fuortes (ex direttore dell’Opera Lirica di Roma, quota centrosinistra, è impossibile sostituirlo: scade nel 2024 e nessun governo nuovo si avventura in imprese simili, con l’eccezione del governo Renzi che silurò Campo Dall’Orto) oggi non siede nessun consigliere in quota Fratelli d’Italia. I consiglieri, a parte l’ad e la presidente, Marina Soldi, oggi sono cinque: Bria (Pd), De Biasio (Lega) Di Majo (5 Stelle), Laganà (in rappresentanza dei dipendenti) e Agnes (Forza Italia). FdI aveva un consigliere, nel cda, Giampaolo Rossi – detto ‘la Bussola’, è uno dei consiglieri più fidati di Meloni dentro FdI e lavora, oggi, dietro le quinte, sulla Rai - nel governo Conte I e II, ma lo ha perso nell’attuale.

Inoltre, a livello amministrativo e di contenuti, la Rai non è più divisa in reti (cioè Rai1, Rai2 e Rai3), ma in ‘generi’, trasversali alle reti: ad esempio, sotto il genere ‘Approfondimento’ ricadono tutti i talk show politici (Carta bianca, In mezz’ora, etc., ma non ‘Che tempo che fa?’) di tutte le reti e nel genere ‘Day time’ tutti i programmi del giorno (“La Vita In diretta”, etc.). Per i talk show, che ricadono tutti nel genere ‘Approfondimento, il direttore è Antonio Di Bella (quota Pd e persona assai attenta al merito, storico corrispondente da New York, direttore di Rainews24, ma che nel 2023 andrà in pensione).

Ma i palinsesti estivi e autunnali sono stati decisi dall’ex direttore dell’Approfondimento, il coriaceo e spiritoso, oltre che assai bravo, Mario Orfeo (Pd), oggi direttore del Tg3. E proprio lì sono numerosi i programmi con conduttori di sinistra (Berlinguer, Annunziata, Giandotti). In buona sostanza, FdI è in una posizione di netta minoranza, in Rai, un po’ come se valesse il 4% dei voti presi nel 2018 e non certo il 25% (nei sondaggi) che la quotano adesso. Non ha direttori di ‘genere’ (che decidono i programmi, i conduttori, gli autori) e solo due vice-direttori. Corsini – che ha anche la delega su programmi di Salute e benessere e su Porta a Porta (intoccabile per ovvie ragioni: Vespa non si fa comandare da nessuno e la sua anzianità aziendale e politica tracima di Repubblica in Repubblica…), nonché su Onorevoli Confessioni della Tecce e su Restart di Annalisa Bruchi (vicina a FI ma in ogni caso molto “trasversale”) e Angelo Mellone che ha in mano le linee (Linea Verde, Linea Blu, ecc..). Insomma, la ‘marea nera’, in Rai, non è arrivata.

La Lega in Rai comanda già quasi quanto il Pd mentre la ‘marea nera’ ancora non è arrivata

Da segnalare la nuova e bella striscia di Rai 3, affidata all’ex direttore dell’Espresso, Marco Damilano, “Il cavallo e la Torre”, che ricorda i vecchi punti di un mito della tv, Enzo Biagi, che andavano in onda in quell’orario (ma su Rai 1), e la prima serata di politica di Rai 2 - la sola rete, e da 30 anni, stabilmente ‘in quota’ centrodestra – affidata alla giornalista sportiva Ilaria D’Amico, in quota Pd e che partirà da fine settembre. In Rai, dunque, non esiste un talk non ‘de sinistra’. La Lega, invece, ha fatto, negli anni, l’en plein: può vantare il vicedirettore all’approfondimento, con delega ad Agorà (talk show quotidiano di punta, Rai 3), Federico Zurzolo (vicino sia a FI che Lega), la direzione delle testate regionali (TgR) con Alessandro Casarin (i tg regionali sono seguitissimi e cruciali, per il consenso…), Isoradio in mano alla fedelissima Angela Mariella e una direzione di genere (Zappi ai Documentari), un vice direttore (Milo Infante, che conduce anche una ‘quotidiana’ di attualità e cronaca su Rai2, “Ore14”), alti dirigenti, (Ciannamea, capo dei palinsesti, Ferragni, direttore Rai Italia), vice direttori di peso, autori. Appoggiando il governo Draghi e con De Biasio a fare il bello e il cattivo tempo, in Cda, a fronte di un Pd, da tempo, assai inerte, sull’argomento (e FI pure), la Lega ha avuto molto. Anche FI ha i suoi, in numero minore, ma in ogni caso conta su Agnes, dentro il Cda, e sul direttore Marketing, Roberto Nepote, dirigente di peso nonché su Antonio Preziosi direttore di Rai Parlamento.

Per il resto, la Rai è ‘terreno di caccia’ del Pd e pure strettamente riservato, come la tenuta di un vero gentlemen inglese. Il genere Intrattenimento-Prime time è in mano a Stefano Coletta (area Pd) che Ballando con le Stelle e altri programmi cult. La direzione Rai Cultura è di Silvia Calandrelli (quota Pd-Franceschini), come la Fiction, la cui direttrice è Maria Pia Ammirati, pure quota Pd. Morale, nonostante FdI sia da tempo accreditato come il primo partito italiano e la Meloni come la prossima premier, nei palinsesti estivi e autunnali, non ha voce in capitolo in nessuna rete (Rai1,Rai 2 e Rai 3), in nessuno tg (Maggioni presidia il Tg1, Sangiuliano il Tg2, Orfeo il Tg3) e in nessun talk show politico con una conduzione di un giornalista “vicino” a FdI o un programma del day time condotto da un “volto” di area di FdI. Ecco perché si parla, da mesi, e con insistenza, di un vorticoso ‘giro’ di nomine che vedrebbe Sangiuliano (o Petrecca) andare al Tg1, al posto della Maggioni – la quale, però, è stimata da tutti, anche a destra - con Petrecca promosso al Tg2 e Orfeo che resta invece al Tg3. A meno che il centrodestra non voglia tentare persino l’inosabile e cioè dare la ‘scalata’ al fortino del Tg3, espugnandolo per la prima volta da quando è nata ‘Telekabul’ (primo, mitico, direttore ne fu Curzi) lasciando alla sinistra la ‘cenerentola’ di Rainews.

Meloni e i suoi – il responsabile Informazione di FdI, di cui si parla come possibile sottosegretario all’Editoria, è Federico Mollicone, deputato e personalità eclettica e poliedrica, vicino a Meloni – di certo sono assai stufi di non contare nulla, in Rai, e di sentirsi attaccati (secondo loro) ogni ora. Ci metteranno mano, oltre a metterci entrambi i piedi. Se, poi, faranno scelte modello Minculpop o scelte logiche, razionali e attente al ‘merito’, questo lo si vedrà e saprà solo quando le faranno. Sempre che, si capisce, FdI le vinca, le elezioni. Altrimenti in Rai si tornerà al solito quieto vivere e, cioè, a FdI trattata come una ‘Cenerentola’…

Ettore Maria Colombodi E. M. Colombo   

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