[Il ritratto] "Se ne esco viva è gia molto". L'attesa per la sentenza e i due anni di tormenti della Raggi

Il 10 novembre il giudice deciderà se assolvere o condannare la sindaca per falso nella nomina di Marra. E' solo il culmine di un percorso pieno di problemi, ed errori

Virginia Raggi
Virginia Raggi
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

A Roma cadono gli alberi sotto il vento e la pioggia, si aprono buche e voragini nelle strade, saltano in aria bus in pieno centro, le scale mobili di una fermata metro travolgono tifosi e muore in modo orribile la sedicenne Desirée, drogata e violentata per ore. La gente va in strada gridando "basta Raggi". E la sindaca della città alla quale tutto il mondo guarda quando si tratta di Italia, sente riecheggiare le sue parole dette tempo fa, sempre attuali: "Già arrivare viva alla fine di questo mandato sarà un grandissimo successo". Non è tutta colpa di Virginia Raggi. Il MoVimento 5 Stelle sapeva bene che la presa di Roma, due anni fa, sarebbe stata l'inizio di una guerra in un campo minato. Ad ogni passo rischi di saltare in aria, anche per il lascito delle precedenti giunte travolte dai procedimenti giudiziari (Alemanno) e dalle guerre interne al Pd (Marino). Ma la Raggi al 2021 non pensa per niente. Tutte le sue energie sono concentrate sulle prossime ore, perché il 10 novembre arriverà l'esito del procedimento che la vede imputata per falso. Un bivio: per lei e per tutto il M5S.

Mandarla avanti senza simbolo non è così facile

La sentenza che attende la Raggi è il culmine di un caso di cui si è a lungo parlato e scritto. In estrema sintesi: i pm di Roma sono convinti che la sindaca abbia assunto come responsabile del Turismo Renato Marra su pressione e indicazione del fratello Raffaele, ex capo del personale della prima cittadina ora in carcere per corruzione. La Raggi si è sempre difesa dicendo di aver preso quella decisione in autonomia, e se questa versione dovesse definitivamente crollare di fronte a una sentenza di condanna, allora vorrebbe dire che la sindaca su questa nomina non avrebbe detto la verità all'Anticorruzione. Salvo poi dirsi arrabbiatissima per lo stipendio troppo esoso di Renato Marra. Mentre le ore corrono veloci, nel MoVimento si pensa a che fare: abbandonare Virginia Raggi in caso di condanna e aprire la porta alla Lega che già punta le sue pedine per la conquista del Campidoglio? O inventarsi un'eccezione, tipo levare il simbolo Cinque Stelle e permettere alla prima cittadina di proseguire finché riuscira? Strategia problematica, quest'ultima: perché aprirebbe a rese dei conti dolorose fra i pentastellati romani, col fronte dei duri e puri capitanati da Roberta Lombardi, sempre avversi alla Raggi, pronto a sollevarsi e un'idea comunque imbarazzante. Perché levare il simbolo a un sindaco richiama, ad esempio, il caso Pizzarotti, primo cittadino di Parma dissidente e per questo punito. 

Una lunga sequenza di tormenti ed errori

Se la Raggi cadesse sono in molti ad esser pronti per riprendersi lo scranno più alto di Roma. Sul fronte Pd si pensa a Carlo Calenda, Roberto Giachetti, Monica Cirinnà, Michela De Biase e Paolo Gentiloni. A destra occhio a Barbara Saltamarini (prima in An poi vicinissima alla Lega) sempre che Salvini non decida di sostenere l'agguerrita Giorgia Meloni. E rieccoci alla Raggi, che due anni fa in lacrime, felice, commossa e col tricolore addosso, proclamava che stava cambiando tutto e rilanciava: "Hanno vinto i romani". Quell'elezione a sindaca arrivava sull'onda di una rabbia antica, quella di una città stremata dai disservizi, dai ritardi, dalla corruzione e dall'orribile spettacolo dato dalle giunte precedenti. Arrivava l'avvocatessa cresciuta nello studio di Cesare Previti (prima polemica contro di lei), con gli occhi enormi, i capelli neri, l'eleganza naturale e l'entusiasmo dell'outsider che spinto dal grido Onestà! Onestà! prometteva pulizia, efficienza e una nuova era di cure per la Capitale. E' andata diversamente, con dolore. Sempre difesa da Grillo, Di Maio e soprattutto Casaleggio Jr. Virginia Raggi ha dovuto attendere quasi un mese, tra esitazioni e dimissioni, per avere la sua giunta. Poi si è vista "tradire" anche da quello che doveva essere il sindaco-ombra: l'avvocato Luca Lanzalone, promosso anche dai vertici nazionali del M5S e messo a capo dell'Acea e dentro il progetto del nuovo stadio a Tor di Valle, poi agli arresti domiciliari per i presunti rapporti illegali con l'imprenditore Luca Parnasi. Guai per Virginia anche anche da Paolo Ferrara, capogruppo Cinque Stelle indagato per corruzione.

La gente sempre più lontana da lei

Lei ribatte: "Chi ha sbagliato pagherà". Ma c'è sensazione, sempre più diffusa, che la Raggi abbia problemi di ingenuità, competenza e scarsa autocritica. Ma Roma ha fretta, vuole aria nuova, è una città tentacolare e umorale che pretende soluzioni eclatanti da chi la governa, mentre si ritrova inzeppata di rifiuti, senza Olimpiadi (fatte saltare dalla sindaca per paura della corruzione arrivata poi a corrodere la sua giunta per altre vie), con le strade a pezzi, l'azienda dei trasporti sempre a un passo dal fallimento, e infine l'orribile morte di Desirée Mariottini, dopo la quale i cittadini sono scesi in strada a gridare "basta Raggi". Nessuno ha la bacchetta magica per rendere limpida, pulita e onesta la metropoli dei mille intrighi e connivenze, ma certo si potrebbe fare ben di più nella scelta delle persone con cui amministrarla. Il che ci porta al vero problema mai risolto dal MoVimento 5 Stelle, e segnalato a più riprese perfino dal giornale più vicino alla creatura di Grillo e Casaleggio, il Fatto Quotidiano: la poca qualità della sua classe dirigente. Formatasi nella bolla dell'uno-vale-uno e spinta a considerare come normale che una società privata di servizi informatici e lo stesso comico-fondatore, via blog possano di fatto influenzare vita e morte (politica) di quelli che ci mettono la faccia e sono stati eletti. Con meccanismi molto vicini alla scomunica e alla gogna via Web. Mentre il MoVimento non è più un movimento ma un partito, che ora gestisce il potere e si è subito reso conto di quanta sia la differenza fra gridare slogan all'opposizione e mettersi a governare.