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[L’analisi] La Raggi va alla guerra contro Salvini. E lo sfida a colpi di ruspa per riconquistare Roma

Matteo Salvini, prima della sentenza di assoluzione era lì a ballare già sul cadavere: «Dall’amministrazione a cinque stelle di Roma tutti si aspettano di più. Le vedo anch’io le buche e la monnezza». Perché questi due anni sono stati un calvario, autobus in fiamme, cumuli di immondizia con le foto dei topi che scorazzano, e le strade disastrate con i Codacons e i giornali che soffiano sul fuoco: 230 mila incidenti per l’asfalto gruviera, e 80mila motorini con le gomme bucate, cioè uno su cinque. Molto è stato ereditato, è vero. Ma da quando c’è lei non è che le cose siano migliorate. Anzi. Si può fare di più?, chiedevano a Salvini, come delle vipere. E lui, «sicuramente sì, avoja». Poi è scattata la rivincita

Salvini e Raggi: quella stretta di mano non esiste più
Salvini e Raggi: quella stretta di mano non esiste più

Se i sondaggi continuano a dare la Lega in ascesa e il M5S in difficoltà a perder punti lì dietro, non è detto che sia tutta colpa del governo. Di Maio giura che non c’è nessun problema, che i loro numeri sono diversi: «Siamo solo due punti alle spalle di Salvini», ripete, e c’è tempo per recuperare. Ma quanto contano nell’inmmagine che il Movimento dà di se stesso i governi di Roma e Torino, le due sindache donne prigioniere di due città ereditate con più problemi che soluzioni? L’Appendino deve fare i conti con una maggioranza che molte volte non sembra molto d’accordo con la sua linea: ha dovuto dir di no alle Olimpiadi e sulla Tav. La Raggi, invece, ha individuato i suoi nemici. Soprattutto uno: Salvini. Ma non solo lui. Per lei è giunta l’ora di fare i conti. E alla fine ha deciso di andare alla guerra. 

La ripartenza della sindaca

Ci si sveglia presto per prepararsi alla battaglia. Alle 5 di una mattina fredda da inverno romano era già lì che scriveva un post su facebook dove annunciava lo sgombero delle ville dei Casamonica, clan mafioso di sinti: «Questa di oggi è una giornata storica per la città di Roma». Era un post che aveva un indirizzo preciso. Matteo Salvini l’avevano subito svegliato con la notizia, e alle otto s’era precipitato in via Quadraro, periferia Est di Roma, per assistere alle operazioni, come se fosse roba sua. Ma mentre lui camminava trionfante nel feudo dei Casamonica, la Raggi chiamava a raccolta i giornalisti in conferenza stampa nella sede del VII Municipio, per prendersi tutti i meriti, a scanso di equivoci: «Abbiamo iniziato l’abbattimento di otto ville completamente abusive del clan Casamonica», scandiva lentamente con la mano sull’asta del microfono. Otto, cavolo, mica una. Perché una settimana fa il ministro dell’Interno aveva annunciato urbi et orbi il suo programma sicurezza per Roma: «Sono felice, il 26 novembre useremo la ruspa per abbattere la villa dei Casamonica». Una villa. Zitta zitta, il sindaco ha fatto il blitz, sei giorni prima e le ha buttate giù tutte. Altro che una. Seicento agenti urbani in tenuta di combattimento, televisioni, facebook e conferenza. La guerra è guerra.

Via il fango

Lei l’aveva cominciata subito, la guerra, dopo la sentenza di assoluzione, 10 novembre, articolo 530 comma uno, lacrime di rabbia e di gioia: «Questa sentenza spazza via due anni di fango». E un mucchio di sassolini da levarsi dalle scarpe: i giornalisti, Matteo Salvini, la Lega, e pure qualche amico del partito, di quelli da cui ti guardi Iddio. Perché quelli che la conoscono bene lo dicevano che «la moretta», come la chiamavano gli uscieri del Campidoglio prima che diventasse sindaco, è una un bel po’ permalosa: come tutti i secchioni e lei era proprio una secchiona, che si studiava rigorosamente tutti i suoi lavori, molto determinata, consigliera brillante, dai modi gentili, ma la più inflessibile, la più ortodossa di tutti. Il suo punto di riferimento sarebbe Alessandro Di Battista, il romano del direttorio quando lei era una semplice consigliera, il suo mentore. Uscita dal tribunale, quel 10 novembre, l’ha sentito al telefono, che non piangeva più e aveva un po’ di rabbia da sfogarsi. Se pensi che l’unico che aveva creduto alla sua assoluzione era stato Sgarbi, ma mica per stima, - «La Raggi mi sembra talmente cretina che non è neanche colpevole» -, c’era davvero da farsi venire la bile, perché tutti gli altri erano stati appollaiati come avvoltoi sulla preda, alleati e compagni di partito in testa. Di Battista è partito all’attacco dei giornalisti. Al resto ci ha pensato lei.

Salvini mira ma sbaglia il colpo

Matteo Salvini, protestava Virginia, era lì che faceva il giro delle sette radio a ballare già sul cadavere: «Dall’amministrazione a cinque stelle di Roma tutti si aspettano di più. Le vedo anch’io le buche e la monnezza». Perché questi due anni sono stati un calvario, autobus in fiamme, cumuli di immondizia con le foto dei topi che scorazzano, e le strade disastrate con i Codacons e i giornali che soffiano sul fuoco: 230 mila incidenti per l’asfalto gruviera, e 80mila motorini con le gomme bucate, cioè uno su cinque. Molto è stato ereditato, è vero. Ma da quando c’è lei non è che le cose siano migliorate. Anzi. Si può fare di più?, chiedevano a Salvini, come delle vipere. E lui, «sicuramente sì, avoja», faceva pure il piacione. «Certo che sì. Sono a disposizione, come con tutti i comuni d’Italia, per quanto riguarda la sicurezza. Ma non posso essere io ad asfaltare le strade e a mettere a posto le scuole». Ah sì? Allora, la prima cosa che ha fatto Virginia dopo l’assoluzione è stata qiella di chiamare Il Fatto e cominciare a sparare: «La Lega aveva provato a lanciare una Opa su Roma, ma aveva fatto veramente male i conti».

A testa alta

Adesso aveva vinto lei e si andava avanti, «a testa alta», come aveva scandito subito dopo il processo. Così è arrivata la bordata con le ville dei Casamonica. Ora c’è il resto che è un po’ più complicato. Ma la guerra è guerra. Con i giornalisti è scontro totale, con quasi tutti. Con gli amici del Movimento, sono ferite da rimarginare. Perché lei non dimentica, prima lo scaricabarile su Luca Lanzalone, arrestato nell’inchiesta sul progetto stadio della Roma, definito da un altro imputato, l’imprenditore Luca Parnasi, il Mister Wolf del Movimento, l’uomo che aggiustava i problemi, come il personaggio di Pulp Fuction interpretato da Harvey Keitel: «Io sono mister Wolf e risolvo i problemi». Secondo il ministro Bonafede, Lanzalone era stato «scelto dalla Raggi», come per Di Maio che a Porta a Porta aveva detto che era stato «individuato dalla sindaca come presidente dell’Acea». Ma se lei manco lo conosceva Lanzalone, che lavorava a Livorno nella giunta Logarin: logico che qualcun’altro lo avesse portato a Roma. E poi c’erano state le dichiarazioni prima della sentenza, quella frase sul codice del M5S che «parla chiaro. Lo applicheremo».

In trincea politica, con l'elmetto

La davano già per condannata. Virginia era rimasta sola: le ossa se le è fatte così. Così la sindaca del no, quella che ha detto no alle Olimpiadi, che ha detto no alla Fiera di Roma, alle Torri dell’Eur, al recupero dei vecchi mercati generali, ha cambiato registro e s’è messa l’elmetto. Forse era l’ora. Finora aveva detto un solo sì, allo stadio della Roma, proprio lei che è laziale, e l’ha difeso anche dopo l’inchiesta: si va avanti, a meno di catastrofi. Ci sarebbe stato un altro sì, pieno di polemiche e di frecciate, a dar retta all’assessore all’ambiente Pinuccia Montanari che in una diretta facebook a proposito delle capre e delle pecore per mangiare l’erba dei parchi aveva detto che «la sindaca Virginia Raggi proprio recentemente mi ha sollecitato all’utilizzo di animali» come tosaerbe. Ma lei sull’argomento ha preferito non insistere e tacere. Meglio così. E’ partita per la guerra. La sindaca adesso ha altro da fare.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, editorialista   
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