[L’analisi] Raggi, Appendino, Di Maio e la sindrome degli incapaci al governo. Il rischio prima del traguardo

Quanto hanno inciso questi malgoverni, amplificati dai media, nel voto siciliano? Quanto ha pagato il M5S per gli errori forse fatali dei due sindaci più rappresentativi? Senza considerare che un altro sindaco, Pizzarotti, eletto nelle file dei grillini, che invece aveva fatto molto bene, cominciando a risanare Parma, è stato sbattuto fuori da Grillo, per essere poi riconfermato dai suoi cittadini correndo da solo

Appendino e Raggi con la fascia tricolore

E’ difficile valutare correttamente il voto dei Cinque Stelle in Sicilia. I numeri parlano di un successo indiscutibile, che solo gli avversari più prevenuti non vogliono riconoscere, essendo il Movimento passato dal 18,7 per cento al 27 abbondante, ben nove punti in più. Pesa senza dubbio su questo eccellente risultato la figura di Giancarlo Cancelleri, che ha superato da solo il 34 per cento dei consensi, un candidato abbastanza trasversale, personaggio di spicco, molto conosciuto e stimato nell’isola per le sue battaglie ambientaliste e il suo impegno civico. Ma quanto avrebbero ottenuto i Cinque Stelle se non avessero dovuto presentarsi alle elezioni con il grave handicap della Raggi e dell’Appendino e delle loro deludenti amministrazioni, assieme al loro tutor, Giggino Di Maio, un gaffeur dal sorriso stampato, molto ben vestito, ma altrettanto supponente, come testimonia ad esempio l’episodio della vigilia da Gigi Mangia, ristorante cult di Palermo, quando ha rifiutato di sedersi a tavola se il padrone non sbatteva fuori i tre giornalisti che avevano già cominciato la loro cena, tralasciando per carità di Patria il gran rifiuto per il dibattito con Renzi che lui stesso aveva chiesto qualche giorno prima?

La Raggi ha dilapidato in un anno e mezzo un patrimonio di consensi eccezionale, avendo conquistato il Campidoglio addirittura con il 67 per cento di consensi. Lo ha fatto mettendo in fila una serie di errori, gaffes, scivoloni e leggerezze sin dall’inizio, un po’ per inesperienza e molto per insipienza. Il fuoco, l’acqua, le strade invase dall’immondizia con i cassonetti traboccanti e le pantegane a far banchetto, le incertezze sullo stadio della Roma e sulle liste di governo, la questione Atac, il caso Marano, l’arresto di Marra per corruzione, i bus in fiamme, le vie piene di buche, i disservizi: niente l’ha risparmiata e niente ci ha risparmiato. Proprio nell’anno in cui in tutta Italia è risorto il turismo, con un 2,3 per cento in più nella tabella sul numero degli ospiti, la Capitale è l’unica città che invece è riuscita a perderli.

E oggi, l’ultimo sondaggio dichiara che 7 romani su 10 vorrebbero già rispedirla a casa. Ancora peggio è andata l’Appendino, perché se alla Raggi qualche attenuante bisogna onestamente riconoscergliela, considerando anche che a Roma, dopo Rutelli, non è che gli altri sindaci avessero brillato per buon governo (il tanto osannato Veltroni l’ha riempita di debiti, con i quali adesso tutti devono fare i conti), il sindaco di Torino è riuscita addirittura a disperdere il vento a favore, e la complicità silenziosa, per certi versi incomprensibile, del principale quotidiano della città, fino a quando un fondo durissimo di Luigi La Spina non ne ha spezzato la benevole indifferenza. L’Appendino non solo non ha mantenuto nessuna delle promesse fatte in campagna elettorale, ma dimostra soprattutto di non saper cercare nessuna via d’uscita alla crisi di una città orfana della Fiat.

Così ad esempio l’ultimo bilancio prevede un taglio di 5,8 milioni di euro alla cultura, senza considerare che la Torino post Fiat stava cercando di rinascere proprio grazie ai grandi eventi. Se aveva detto che avrebbe puntato sulle periferie, l’unica cosa che ha fatto è stata quella di spedire Luci d’Artista alle Vallette, con il risultato di scatenare atti di vandalismo, che hanno provocato pure l’uscita un po’ fuori dalle righe di Luca Beatrice, curatore d’arte molto famoso e presidente del circolo dei lettori: «A qualcuno per puro spirito demagogico è venuto in mente di portare Luci d’Artista in periferia, dove sono stata vandalizzate e distrutte. Ci sono luoghi dove la bellezza e la cultura non arrivano». Ora, lasciando perdere queste verbose e violente polemiche, è un dato di fatto che l’Appendino, raggiunta fra l’altro da un avviso di garanzia per il morto e i feriti di Piazza San Carlo durante la finale di Champion’s (tragedia per la quale il Comune più indebitato d’Italia rischia di dover dissanguare le sue casse per risarcire le vittime), non ne ha mai azzeccata una. Forse non è un caso che la giornalista Ilaria D’Amico, futura moglie di Gigi Buffon, sia sbottata in una trasmissione de La7 dicendo che alla fine «è meglio un corrotto che uno Stato rotto».

Ed è questo il punto. Quanto hanno inciso questi malgoverni, amplificati dai media, nel voto siciliano? Quanto ha pagato il M5S per gli errori forse fatali dei due sindaci più rappresentativi? Senza considerare che un altro sindaco, Pizzarotti, eletto nelle file dei grillini, che invece aveva fatto molto bene, cominciando a risanare Parma, è stato sbattuto fuori da Grillo, per essere poi riconfermato dai suoi cittadini correndo da solo? E quanto rischia di dover pagare alle politiche di marzo, quando magari qualcuno comincerà a bombardare gli elettori dalle sue televisioni? L’impressione è che già adesso quello di Cancelleri sia un successo dimezzato, condizionato da cattivi esempi che non lo riguardavano direttamente ma che potrebbero aver inciso in qualche maniera sul voto globale. Forse per il M5S sarebbe stato meglio non vincere alle comunali. Aspettando il piatto grosso. Il governo.