Berlusconi oggi decide. Tra sospetti e veti incrociati. Ecco gli schemi che portano al Colle

Sono tre, in sostanza: Draghi; bis di Mattarella; figura ponte e istituzionale che mette d’accordo destra e sinistra. Il Cavaliere potrebbe sottrarre la scettro del mediatore a Salvini. Intanto Letta e Renzi lavorano insieme ad un patto di legislatura. Per mandare Draghi al Colle

Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini
Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (Foto Ansa)

Lo aveva promesso. E’ stato di parola. “Entro il fine settimana decido…” Oggi Silvio Berlusconi, dopo cinque giorni di totale silenzio, comunicherà agli alleati che intenzioni ha: provarci davvero, declinare l’invito e ringraziare, rinunciare al “sogno” ma non alla leadership del centrodestra. E, quindi, essere lui a dare i dadi per la prossima mossa. Ad indicare il candidato o la candidata per diventare il tredicesimo Presidente della Repubblica. Tra tante incertezze, stop and go, falsi allarmi e crisi di nervi, la giornata di ieri ha segnato qualche punto fermo.

Qualche punto fermo

Il primo è che, appunto, oggi i leader di centrodestra si vedranno. Berlusconi dovrebbe restare ad Arcore e collegarsi da remoto. Un secondo punto fermo è che il Cavaliere, dopo giorni segnati da un durissimo braccio di ferro con gli alleati, scioglierà la riserva sulla sua candidatura. Sarà molto probabilmente un passo indietro. Ma è possibile anche il contrario. Un’altra evidenza di questo dossier Quirinale è che Matteo Salvini si è ritagliato il ruolo di regista del centrodestra nel confronto con tutti gli altri leader. Dopo la nota di Forza che ieri intorno alle 17 ha comunicato l'avvenuto pranzo di lavoro con Berlusconi, Confalonieri, i capigruppo Barelli e Bernini e la senatrice Ronzulli, il segretario leghista ha nei fatti convocato lui la riunione di oggi (“dopo una lunga e cordiale telefonata con il presidente Berlusconi e Giorgia Meloni”). In serata ha diffuso una secondo nota, hastag #lavoriincorso, in cui ha spiegato di aver “contattato tutti i leader per avvisarli del vertice”. Insomma, la corsa è partita, dando per scontata la decisione del Cavaliere. Che però così scontata non è. Nella riunione di ieri di Forza Italia sono stati più volte rifatti i conti dei voti, aggiornati al nuovo ingresso di ieri, la senatrice Vono, ex M5s, ev Iv. Se nessuno degli alleati tradisce, Berlusconi dispone di un tesoretto di 452 voti, Grandi elettori regionali compresi. Ma è quel “se” che non è possibile togliere e che il Cavaliere continua ad avere molta voglia di verificare in aula, alla quarta votazione, quindi, quando il quorum si abbassa a 505.

Buio fitto

Sul resto, però, su come andare avanti, su quali nomi e con quali strategie, “è buio fitto”, con il rischio di un “redde rationem”. Sugli scenari futuri è un susseguirsi di piani e contropiani, proposte, subordinate e veti incrociati. Da Arcore trapela che lui “potrebbe anche voler andare avanti”, e anche che, nel caso opposto, “non vedrebbe di buon occhio la candidatura di Mario Draghi”. A quel punto, il Cavaliere preferirebbe lo status quo, ovvero la rielezione di Mattarella che però giovedì, davanti al Csm, ha ripetuto per la quattordicesima volta di fila, di voler lasciare. Il bis non piace alla Lega. E neppure a Fratelli d’Italia. L’ex Presidente della Camera Pier Ferdinando Casini è tra i Quirinabili ma, ancora una volta, non piace alla Lega. Ecco che allora potrebbe “risalire” il nome del presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati su cui si sono soffermati sempre giovedì Salvini e Conte, entrambi contrari anche a Draghi. Sull’incontro Salvini-Conte (non si vedevano, e si insultano, da settembre 2019, la crisi del Conte1) si è aperto un doppio caso. Nei 5 Stelle, perchè è venuto fuori che Salvini avrebbe incontrato Riccardo Fraccaro, l’ex sottosegretario alla Presidenza dei governi Conte 1 e Conte 2, che gli avrebbe garantito una trentina di voti. Fraccaro ha agito di propria iniziativa e questo ha mandato in bestia Conte. Anche nel Pd hanno mormorato sull’incontro Conte-Salvini. Il Nazareno ha detto che era concordato. Altri smentiscono. In questo confuso quadro, ogni nome che viene messo sul tavolo corre il rischio della bruciatura. Casellati, ad esempio: ruolo istituzionale, seconda carica dello Stato, ieri mattina l’unica tra Draghi e Mattarella in Cassazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, simpatie trasversali. Soprattutto piace a Salvini. Perchè allora non mandarla avanti con l’intenzione però di bruciarla e poi puntare su Draghi o Mattarella? Non tanto per lei. Quanto per dare una lezione a Salvini.

Schematizzando

Il caos. "Normale quando si deve eleggere il Presidente della Repubblica” tranquillizzano i parlamentari più esperti. “Sarà tutto più chiaro la mattina del voto e poi vedremo…”. Saranno giornate piene di riunioni, incontri, telefonate. Possiamo fissare il quadro tentando una schematizzazione. Per il Pd c’è il Piano A (Draghi), il B (convergenza di tutto il Parlamento sul Mattarella bis), il Piano C, una figura che faccia da ponte tra centrodestra e centrosinistra. C’è Casini, appnto, ma anche Amato. Il Movimento 5 stelle ancora non sa. La novità è che "col passare del tempo abbiamo capito che non ha senso alzare veti per poi puntualmente perdere” ironizza con un buon realismo un deputato. Conte ha ipotizzato l'ex ministro Severino, nei giorni scorsi non avrebbe chiuso a Casini che ha il gradimento di Renzi, anche se il leader di Italia viva, al pari di Letta preferirebbe di gran lunga puntare su Draghi. “Ti conviene intestarti Draghi” continua a suggerire una parte di FI al Cavaliere che però sarebbe offeso per la scarsa confidenza che Draghi ha riservato a Berlusconi in questo anno di governo. “Ha Natale l’ho chiamato io, altrimenti…” ha confessato amaro.
“Alla fine il rischio è che si vada su Draghi e per noi sarebbe un disastro” diceva ieri un senatore leghista. Altro che Salvini “federatore” e “pontiere”. Ecco dietro tanto attivismo del leader della Lega c’è anche il nervosismo di chi in realtà sa di non controllare fino in fondo la situazione. Anche nel Movimento 5 stelle il fronte di chi non vuole il premier al Colle 'resiste'.

Eppure si muove: faccia a faccia Letta-Renzi

Anche se sul tabellone del Risiko Quirinale le pedine sono ancora tutte in movimento, qualcosa però nelle ultime ore è cambiato. “E’ questione di metodo, il Presidente della Repubblica si elegge facendo a gomitate oppure alla fine di un confronto civile” diceva ieri mattina Matteo Renzi. “E’ preferibile ovviamente la seconda e mi pare che le cose adesso stiano girando in questa direzione. La situazione è ancora in alto mare ma è normale che sia così” ha rassicurato il leader di Italia viva, alla guida di 44 voti che nel malaugurato caso si andasse alle “gomitate”, possono spostare la bilancia da una parte o dall’altra. Portare a 505 voti, ed eleggere il Capo dello Stato, il candidato del centrodestra o quello del centrosinistra. Il segretario dem Enrico Letta ha capito e da un pezzo di dover scegliere il metodo della condivisione. Al netto di una parte importante di Pd e di un pezzo di 5 Stelle invece convinto di avere una sorta di prelazione sulla candidatura. Ieri mattina Letta ha incontrato Renzi a palazzo Giustiniani. “Letta chiede un patto di legislatura - ha spiegato i senatore di Firenze - un patto di governo circoscritto con l’indicazione chiara di alcune priorità, a cominciare ovviamente dal Pnrr. Sono d’accordo. Quindi facciamolo. Poi litigheremo di nuovo nel 2023”. L’accordo Italia viva-Pd ha uno sbocco duplice. Il primo: Draghi presidente e un governo guidato da un tecnico rafforzato nella squadra da nomi di peso dei partiti di maggioranza. Quella sul governo dopo Draghi è l’altra grande trattative in piedi in queste ore. “Aiuterebbe molto questa fase se il premier parlasse con i partiti per definire lo schema di gioco di un eventuale nuovo governo” ha suggerito ieri Renzi. Il secondo sbocco prevede che Draghi resti a palazzo Chigi e al Quirinale salga una figura istituzionale il più possibile condivisa. Colao? Cartabia? Nessuna di queste soluzioni convince. E la soluzione della seconda “partita” - quale governo dopo Draghi - rischia di diventare il più grosso problema per Draghi.
“Devono capire - aggiunge un senior delle elezioni presidenziali come il senatore centrista Gaetano Quagliariello alludendo ai leader dei vari schieramenti - che qui non si tratta di vincere lo scudetto ma giocare la Champion…”. Chissà se il paragone calcistico avrà più presa in questo frammentato e ingovernabile Parlamento.

Intanto Draghi fa Draghi

Cioè governa. E anche ieri ha preso decisioni alcune molto popolari. Altre assai meno. Nel consiglio dei ministri di ieri mattina sono stati dati un miliardo e 600 milioni di sostegni per ristorare le attività colpite dalle ultime restrizioni anti Covid, dalle discoteche al turismo e poi commercio al dettaglio, cultura, sport, moda e tessile. Un altro miliardo e 200 milioni sono stati destinati contro il caro bollette, nello specifico per tagliare gli oneri di sistema. Altri 400 milioni sono andati alle Regioni per sostenere i costi degli hub vaccinali. Tre miliardi e mezzo senza scostamento di bilancio. Senza cioè fare ulteriore debito, trovati nelle pieghe del bilancio. Ha firmato il decreto per far votare i Grandi Elettori positivi Covid (ad oggi circa trenta) nel drive-in corso di allestimento nel parcheggio di Montecitorio. Ha anche cancellato con un tratto di penna alcune contestate Sad (sgravi fiscali però inquinanti) recuperando già in questo anno più di cento milioni. Il punto era iniziare a farlo visto che il taglio delle Sad è sul tavolo da anni ma poi viene store rinviato.Con il ministro Giorgetti hanno finalmente approvato il Registro pubblico delle opposizioni: qui i cittadini potranno mettere il loro numero di cellulare per evitare il massacro del telemarketing. La aziende saranno costrette a consultare il registro ogni mese. E guai se chiamano i numeri li sopra indicati. Una norma attesa da anni. I Grandi Elettori non potranno che essere contenti. Ma anche scontenti.