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La situazione economica peggiora sempre più. Il Pd avverte gli alleati: ecco perché serve Draghi

l governo ci tiene a sottolineare quanto ha fatto sul fronte dell’attuazione degli impegni legislativi e dei provvedimenti attuativi, ‘tallone d’Achille’ di ogni governo e per il rispetto degli impegni presi con il Pnrr

Ettore Maria Colombodi Ettore Maria Colombo   
Mario Draghi
Mario Draghi (Foto Ansa)

L’inflazione. Le bollette. Il prezzo del gas e degli idrocarburi. La cronica mancanza di materie prime. L’impoverimento delle famiglie. Ecco perché, di fronte a una recessione che si fa sempre più aggressiva e di fronte a una guerra che non dà speranze di attenuarsi, ma anzi si accentua, che il Pd – e non solo lui – si ‘aggrappa’ alla figura del presidente del Consiglio che, sempre secondo il punto di vista del Pd, il centrodestra e i 5stelle con i loro continui ‘strappi’ (il centrodestra sulle tasse, i 5Stelle sulle armi) rischiano di mettere a repentaglio, facendogli passare la ‘voglia’ di governare. Ora, al netto del fatto che il premier è ben saldo sulla tolda di comando e che, anzi, rilancia – fino al punto di ‘magnificare’ – la sua stessa azione di governo, a paragone con quelli passati, certo è che il Pd si conferma come il ‘perno’ di una coalizione di unità nazionale che, ogni giorno, fa acqua da tutte le parti e che solo il Pd sembra voler sorreggere a ogni suo passo, facendo, peraltro, la consueta fatica di Sisifo. Ma meglio vedere prima cosa dicono i dati economici e dunque anche le previsioni contenute nel Def.

La guerra pesa sulle previsioni del Def

La guerra in Ucraina comporta ''un'eccezionale incertezza'' sul quadro macroeconomico delineato dal governo con il documento di economia e finanza che traccia il percorso per i prossimi anni. Il quadro su cui poi si innesta la manovra. Molti gli elementi di rischio: i prezzi dell'energia, l'acutizzarsi del conflitto, ma anche la nuova ondata della pandemia. Effetti che pesano su famiglie e imprese ma anche, ad esempio, sul turismo russo che era un'importante voce negli incassi. E’ questa la fotografia che emerge dalle audizioni di Corte dei Conti, Istat, Bankitalia e Ufficio Parlamentare di Bilancio sul Def ed è allarmante tanto quanto l'effetto che potrebbe avere sui conti pubblici. Ad esempio, stima Bankitalia, nei primi tre mesi 2022 è già perso mezzo punto di Pil. In questo quadro ''fosco'' il Governo si impegna ad intervenire già subito dopo Pasqua con ulteriori sostegni a famiglie e imprese in difficoltà. Ma - puntualizzano gli intervenuti in audizione - si dovrà tenere ben presente il quadro macro a partire dall'inflazione sempre più al galoppo. Corsa che riguarderà anche i titoli indicizzati il cui rimborso costerà decisamente di più. Inoltre, in una situazione di Pil in calo e spesa in crescita, deficit e debito sono sempre al centro dell'attenzione. E un ulteriore rischio è all'orizzonte: la stretta sui tassi di interesse.

"In assenza di interventi discrezionali - dice il presidente della Corte dei Conti, Guido Carlino - si valuta che il Pil crescerebbe in media del 2,9% quest'anno e poi a tassi via via più contenuti". Le stime "evidenziano un impatto frenante della crisi geopolitica di 1,8 punti sul 2022 e di un ulteriore mezzo punto sul 2023". Servono così ulteriori "sforzi di bilancio" ma compatibili con il quadro disegnato dal Governo con la Nadef. La guerra - evidenzia ancora la Corte dei Conti - mette a rischio anche la programmazione del Pnrr in un Paese come il nostro nel quale ci sono fenomeni gravi come un'evasione fiscale ''di massa'' soprattutto in capo ai ''lavoratori indipendenti''. Il presidente dell'Istat Gian Carlo Blangiardo ricorda quale sarebbe l'effetto di un inasprimento delle sanzioni su gas e petrolio russi: "Un tasso di crescita del Pil inferiore rispetto alle previsioni tendenziali di 0,8 punti percentuali nel 2022 e 1,1 nel 2023, mentre il tasso di inflazione risulterebbe più alto di 1,2 punti nel 2022". Dati di 'peso' considerato anche l'elevato valore dell'interscambio: nel 2021 le importazioni italiane di merci dalla Russia hanno raggiunto il valore di 17,6 miliardi di euro, mentre le importazioni di merci dall'Ucraina sono ammontate a 3,3 miliardi di euro.


In Italia, intanto, i consumi iniziano ad arrancare: considerando il trimestre dicembre-febbraio, le vendite sono stimate in calo (-0,4%). E un'ultima previsione negativa: "l'inevitabile azzeramento" della domanda russa di turismo "che avrà un importante impatto sui ricavi". "La guerra è un fattore di eccezionale incertezza – spiega Fabrizio Balassone di Bankitalia - entrato su un quadro macro già offuscato da inflazione e riacutizzarsi della pandemia. La guerra ha determinato sanzioni senza precedenti. Le ripercussioni dipenderanno dalla prosecuzione del conflitto" che finora si è manifestato con il rialzo dei prezzi delle materie prime. L'effetto fino ad oggi è un Pil sceso "di poco più di mezzo punto percentuale nei primi tre mesi" del 2022. Infine, il presidente dell'Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, vede la crescita quest'anno ridursi al 2,9%. La ''forte revisione al ribasso è legata ai prezzi dell'energia, ma anche al profilo meno conveniente dei tassi di interesse". Ma il 'lion's share' è proprio ancora il costo dell'energia. Scenario che potrebbe aggravarsi se la guerra durasse fino a fine anno: secondo le stime dell'Upb, l'economia italiana "sarebbe tra le più colpite" e subirebbe "una contrazione addizionale di circa un punto e mezzo percentuale nel complesso del biennio".

Il Pd avverte gli alleati: ci serve Draghi

"Purtroppo, la situazione è molto complicata e difficile e bisogna mettercela tutta, trovo che stiamo entrando in una fase complicatissima e credo che la possibilità che ci sia una terza recessione sia reale. Sono molto preoccupato". Dal Nazareno, dove è insediata in modo permanente la task force dem sul caro vita, Enrico Letta lancia un allarme diretto innanzitutto agli alleati di governo. Gli 'strappi' del centrodestra rischiano, è il ragionamento, di minare il cammino dell'esecutivo in una fase cruciale per il paese. "Così si spegne la candela", aveva già avvertito il segretario dem nei giorni scorsi, che, dopo l'incontro di l’altro ieri con i sindacati, ieri ha incontrato Confindustria. Dare forza ai salari e alle pensioni è "la priorità massima" per il Pd, ha spiegato Letta alle rappresentanze sociali, per poi rivolgersi a Confindustria con un appello a "uno sforzo comune" in quella che sembra sempre di più una corsa contro il tempo per evitare la terza recessione in dieci anni. Per farlo, Letta chiede di procedere il più velocemente possibile per mettere un tetto al prezzo del gas: "Del tetto al prezzo del gas abbiamo parlato anche con gli industriali e la nostra posizione è molto netta: abbiamo chiesto il 'price cap' a livello europeo sul gas. Non capisco le opposizioni in Olanda e Germania su questo tema. Solo così saremo capaci di evitare un ingresso nella terza recessione. Se non si farà il blocco europeo, bisogna farlo a livello nazionale, non ho alcun dubbio". Ma è un passaggio di Letta sul 'peso' del premier in questo momento a dare il senso di un'urgenza percepita fra i dem: "L'autorevolezza del governo Draghi è importante per convincere l'Unione a sostenere scelte nazionali impegnative e a supportare decisioni come il price cap". Una autorevolezza che potrebbe essere minata dalle continue tensioni che attraversano la maggioranza, sponda centrodestra, e sulle quali Letta si sofferma anche oggi, ridimensionandole a "teatrino" della politica. Il riferimento è, ovviamente, all'incontro chiesto e ottenuto dai leader di centrodestra con Mario Draghi per sincerarsi che la riforma del fisco non comporti l'aumento della pressione fiscale.

Renzi, però, se la prende anche con Conte

"Hanno detto che non vogliono che aumentino le tasse, Draghi gli ha risposto che non ne ha nessuna intenzione, e loro sono usciti dicendo di aver ottenuto di non fare aumentare le tasse. Il paradosso". Sulla stessa lunghezza d'onda è anche Matteo Renzi che, però, annovera fra i partecipanti al teatrino anche Giuseppe Conte, per le intemerate del M5s sulle spese militari: "Il centrodestra e Conte hanno bisogno dello show, hanno bisogno del teatrino, stanno una settimana sui media a dire 'non cederemo', poi scambiano due sms, arriva la convocazione, parata uscendo davanti a tutte le telecamere. Sono ragazzi, soprattutto Conte, che sono in crisi di astinenza, se non hanno trenta telecamere non stanno bene. Quindi fanno trenta telecamere e sono felici e contenti".

Ritorna il dibattito sulla legge elettorale

Enrico Letta predica "pazienza" e assicura di voler continuare a lavorare al campo largo, da qui al 2023, con l'obiettivo di dare al paese una maggioranza "europeista, progressista e democratica". Possibilmente, attraverso una nuova legge elettorale. Ma la riforma del sistema di voto appare tanto auspicabile quanto lontana al segretario del Pd, consapevole della tentazione che corre fra le forze politiche di maggioranza e non. A fronteggiarsi è il partito trasversale del proporzionale e, dall'altra parte, quello del maggioritario. Letta, fautore del secondo da tempi non sospetti, lascia la porta aperta a ogni ipotesi, spiegando che sarà compito del Parlamento trovare il sistema migliore. E nelle file parlamentari del Partito Democratico è in crescita da alcune settimane il fronte di quanti auspicano un ritorno al proporzionale. A dare il via alla corsa è stato il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, a cui hanno fatto seguito big del calibro del ministro Andrea Orlando, oltre che esponenti parlamentari come Matteo Orfini e Andrea Marcucci o come il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, che è anche il capofila dei sindaci di area progressista di Ali (Autonomie per l’Italia). L'idea di un ritorno al proporzionale trova sostenitori anche negli alleati del M5s: "Non abbiamo trovato una correlazione tra la legge elettorale e la partecipazione al voto da parte degli elettori. Un cambiamento verso il proporzionale potrebbe essere di giovamento in questo momento storico, ma non c'è collegamento", spiega il ministro per i Rapporti col Parlamento, Federico D'Incà.

Al contrario, Matteo Renzi mette in campo un gruppo di lavoro per arrivare in tempi relativamente brevi a una legge ricalcata su quella con la quale si eleggono i sindaci nei Comuni e che consentirebbe di avere un sistema come quello francese, in cui chi vince governa per cinque anni. Insomma, Renzi si mette sulla strada per il semi-presidenzialismo alla francese, sulla scia della leader di Fratelli d’Italia, Meloni. Renzi rompe il tabù sul presidenzialismo Dall'altra parte dello schieramento, Matteo Salvini ha già fatto sapere che il Parlamento non deve perdere tempo a parlare di legge elettorale, specie in un momento tanto drammatico. E Giorgia Meloni, fiera paladina del presidenzialismo, ha avvertito gli alleati che se qualcuno nel centrodestra votasse per un cambio della legge in senso proporzionale la coalizione non esisterebbe più. Di presidenzialismo torna a parlare Matteo Renzi, rompendo un doppio tabù: quello dei leader di centrosinistra a parlare del sistema presidenziale e quello suo ad affrontare il tema delle riforme costituzionali dopo la sconfitta del 2016: "Per noi è come parlare di corda in casa dell'impiccato", sottolinea il leader d'Italia Viva in una diretta su radio Leopolda. "Da qui alla Leopolda faremo un gruppo di lavoro, per presentare alla Leopolda un articolato di legge costituzionale", annuncia.

L'apertura di una discussione vera e propria in Parlamento sembra quanto mai lontana, dunque, ma i posizionamenti che si cominciano a registrare fra le forze politiche sembrano indicare che il tema è sul tavolo, ma difficilmente qualcosa si muoverà prima delle amministrative. Nel frattempo, c'è da superare il test nei Comuni. Giuseppe Conte rinvia ogni discussione sul doppio mandato a dopo le urne, spiegando che "chi si vuole fregiare dell'appartenenza al M5s deve mettersi al lavoro per quell'obiettivo". Enrico Letta ha chiesto al partito di avere "l'occhio della tigre", citazione dalla saga cinematografica di Rocky: una mobilitazione totale che deve fare i conti, però, con le nuove emergenze che vive il paese e che mettono a dura prova anche il governo.

L’offensiva comunicativa di Draghi sull’azione del suo governo

Da segnalare anche la vera e propria ‘offensiva’ comunicativa del premier sull’azione del governo. Da un lato palazzo Chigi fa sapere che, a partire da oggi, è attiva “Italia Domani #inFatti”, la nuova newsletter dedicata al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, promossa dalla Presidenza del Consiglio. Il nuovo servizio nasce per comunicare periodicamente, in modo aggregato e organico, le principali novità relative al Pnrr. "La newsletter ha cadenza quindicinale e raccoglie informazioni su bandi, avvisi e scadenze; racconta le principali iniziative della Presidenza del Consiglio sul tema, aggiorna sui dati e sull'avanzamento del Piano ed è disponibile sulla homepage del sito del Governo", si spiega. Dall’altro lato, il governo ci tiene a sottolineare quanto ha fatto sul fronte dell’attuazione degli impegni legislativi e dei provvedimenti attuativi, ‘tallone d’Achille’ di ogni governo e per il rispetto degli impegni presi con il Pnrr. "Incassati i 21 miliardi connessi – scrive il governo - al raggiungimento dei 51 obiettivi Pnrr del 2021, il Governo prosegue nell'attuare il vasto programma di riforme, investimenti e misure economiche e sociali. Con il dl Pnrr 2, approvato ieri dal Cdm, per realizzare e agevolare il raggiungimento di alcune delle milestone del 2022 e con l'ordinaria ma intensa attivita di attuazione delle politiche definite in questi mesi. A quest'ultimo riguardo, in poco più di un anno di attività il Governo ha 'smaltito' 955 provvedimenti attuativi previsti dalle disposizioni legislative approvate nelle XVII e XVIII Legislatura". È quanto si evince dalla relazione sul monitoraggio dei provvedimenti attuativi, presentata in Consiglio dei ministri dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli, delegato all'attuazione."I quasi mille provvedimenti attuativi attestano che l'impegno politico e amministrativo profuso in un settore cruciale per l'efficacia delle politiche pubbliche sta dando primi risultati con un innalzamento della capacità attuativa del Governo: una capacità da rafforzare ulteriormente intervenendo su alcuni snodi della produzione normativa e del sistema istituzionale preposto. I 955 provvedimenti attuativi del Governo in carica - si legge ancora nella nota - costituiscono quasi il triplo degli atti 'smaltiti' nello stesso periodo di tempo (i primi 13 mesi e mezzo di attività) dal primo e secondo Governo della XVIII legislatura (cioè dal I e dal II governo Conte, ndr.); e ciò, nonostante il concomitante e aggiuntivo impegno che il Governo e le amministrazioni stanno assicurando sul fronte del Pnrr". Un modo come un altro per dire: finora siamo stati noi i più bravi. Conte ne sarà felice…

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