[La polemica] Il processo mediatico alla Raggi è finito nel nulla. Ora Virginia sistema Roma

La sindaca era accusata di falsa dichiarazione su un reato per cui era già stato prosciolta. E la falsa dichiarazione era dedotta da una incongruenza tra quanto aveva detto ai pm e quanto aveva scritto in una chat. Quindi potrà essere anche antipatica, la Raggi, ma come si faceva a condannarla?

[La polemica] Il processo mediatico alla Raggi è finito nel nulla. Ora Virginia sistema Roma

Era una farsa ridicola, e alla fine è finita come doveva finire: nel nulla. Perché il problema non era Virginia Raggi: può piacere o non piacere, infatti, il sindaco di Roma, puoi pensare che amministri bene o male Roma (io sono tra i pochi che non l’hanno votato) , ma il tema di questa sentenza (che per fortuna è di assoluzione) non era lei. Il tema era che questa inchiesta fondava su presupposti traballanti, se non ridicoli. Pensate solo al capo di imputazione su cui si sono espressi i giudici oggi, un sofisma così folle da far impallidire Franz Kafka: la Raggi era processata per falsa dichiarazione su un reato per cui era già stato prosciolta. E la falsa dichiarazione era dedotta da una incongruenza tra quanto aveva detto ai pm e quanto aveva scritto in una chat.

Quindi potrà essere anche antipatica, la Raggi, ma come si faceva a condannarla? Possiamo scriverlo oggi, con grande serenità, su questo sito, perché le stesse cose ve le avevamo raccontate, e prima che arrivasse la sentenza, quando tutti scrivevano delle accuse senza spiegare o esporsi. Anche questo giudizio, fra l’altro, non era che l’ultimo moncherino di accusa sopravvissuto, di una grande cattedrale inquisitiva che si era già schiantata al suolo da mesi. Pensate per un attimo al paradosso di questo schema di indagine: io magistrato ti indago per un reato di cui poi ti prosciolgo, ma intanto uso quell’interrogatorio per il reato che non c’era  - la magistratura stessa aveva stabilito che la Raggi non lo aveva commesso, non noi - per appiopparti un altro reato, quello di “falso in atto pubblico” e chiedere una condanna a 10 mesi.

L’ipotesi di accusa principale - che si era già sgonfiata come un sufflé - era che la nomina di Marra fosse un illecito. Ma se gli stessi giudici avevano detto  che non era vero, la Raggi non aveva diritto a difendersi, visto che il reato non sussisteva? Mistero. Se Raggi fosse stata condannata in Italia si sarebbe  inventato un nuovo fortunato genere giallo, “l’inchiesta criminogena”, quella che quando comincia sei innocente, ma quando finisce ti rende colpevole. Tuttavia non è ancora finita. Già durante questa prima tranche i Pm avevano inanellato un’altra perla: se ricorderete la Raggi era stata interrogata in piena notte, un giovedì sera di dirette televisive, allertando il circo mediatico, sulle famose polizze vita caso-morte, facendo scrivere per quattro giorni ai quotidiani e alle agenzie che il sospetto dell’accusa era che si trattasse di una tangente mascherata: ti intesto una polizza per darti dei soldi senza lasciare tracce. Era una cosa del tutto priva di senso: la polizza caso-morte (a me era bastata una telefonata a mio cugino Dario che fa l’assicuratore) non era incassabile se non con la morte del contraente.

Anche questo lo possiamo scrivere oggi, perché su Tiscali lo avevano già raccontato quando tutti gridavano: “Orrore” (per pignoleria: rivedetevi il dialogo tra chi scrive e Sergio Rizzo a Piazzapulita, quella sera). Era impossibile usare le polizze  per “pagare” il sindaco. Non a caso, la mattina dopo quello spettacolare interrogatorio  gli stessi pm erano stati costretti a convocare una conferenza stampa per smentire l’ipotesi che loro stesso avevano indirettamente suggerito ai cronisti, perché le famose polizze vita non erano in alcun modo esigibili (se non con un suicidio mascherato).

Il problema però è questo: che le polizze non fossero esigibili se non in caso morte, i magistrati lo sapevano già - ovviamente - prima dell’interrogatorio. L’ultima perla dell’operazione prima di questo giudizio è stata questa: la diffusione - pochi giorni fa - del dialogo tra l’avvocato Lanzalone e la Raggi in cui lui, dopo che lei gli comunica di aver fissato quattro appuntamenti, fa questa battuta: “praticamente mi stai facendo la cameriera”. Rilievo penale? Zero. Rilievo simbolico? Enorme. Mettendo agli atti questa fesseria si sta suggerendo al pubblico che la Raggi sia effettivamente la cameriera del suo consulente. Cosa senza senso, fra l’altro: se si collezionatelo tutte le volte in cui mia moglie mi ha detto “non sono la tua cameriera!”, dal contesto si capirebbe che vuole dire esattamente il contrario, tipo: “Alzati e vai a lavare i piatti! Non sono mica la tua cameriera”. Ma questo i pm lo traevano da uno scambio di battute via sms. E se si andassero a leggere in messaggi tra la Raggi e Renzi? E se si fosse interrogato davanti al circo mediatico il ministro Luca Lotti, che invece ha avuto il beneficio della località anonima e del giorno non annunciato? Mistero di fede.

La Raggi era una ragazza, “di periferia”, non sposata (o almeno in quel momento non più), non protetta, e difesa da un avvocato bravo e abile (si chiama Alessandro Marcori, e lo ha dimostrato) che però non era un principe del foro ne un nome da giornaloni. Quindi si poteva metterla tranquillamente nel tritacarne e fregarsene. Adesso che è stata assolta, per fortuna, tutto torna normale, anche perché torna la possibilità di criticarla. Ad esempio sulla su capacità di scegliersi un collaboratore peggio dell’altro. Ma l’imperizia è una cosa molto diversa da un da una responsabilità penale. Ecco perché il ritorno al diritto di critica, essenziale, soprattutto per me: Virginia, goditi il giorno di festa, poi sistemami il giardinetto di piazza Vittorio, che pare il Bronx.