[L'analisi] Primarie Pd, obiettivo un milione ai gazebo. Zingaretti si sente già segretario ma Martina e Giachetti potrebbero essere la sorpresa

Nel confronto tv su Skytg24 trionfa il bon ton e fair play. Domenica primarie aperte (8-20). Tutte le partite che s’intrecciano nei gazebo, dall’opposizione alle Europee e il ruolo di Matteo Renzi. Che dice: “Andrò a votare e darò una mano. Spero non facciano al nuovo segretario quello che hanno fatto a me”

[L'analisi] Primarie Pd, obiettivo un milione ai gazebo. Zingaretti si sente già segretario ma Martina e Giachetti potrebbero essere la sorpresa

Nel momento più difficile, sono le primarie più importanti. Certo, conta chi vince perché poi la storia, se riparte, riparte da chi sarà il nuovo segretario e dal consenso che riuscirà ad ottenere. Ma a ben vedere in queste primarie si giocano e s’intrecciano almeno tre, quattro diverse partite: il destino del Pd così come lo immaginò Veltroni, il partito di centrosinistra con vocazione maggioritaria e cioè di governo; la capacità di organizzare un’opposizione seria e strutturata al governo grilloleghista; il ruolo del centrosinistra; il destino di Matteo Renzi e del renzismo inteso come stagione di riforme, probabilmente imperfetta ma di cambiamento.

I tre candidati si sono sfidati ieri in un confronto tv negli studi di Sky a Roma, il momento più pubblico di un congresso estenuante, che si conclude, al netto della parentesi Martina segretario per quattro mesi e mezzo, un anno esatto dopo la disfatta delle politiche del 4 marzo. Troppo tardi, secondo molti. O forse il tempo giusto per vedere che forme avrebbe assunto il cambiamento uscito dalle urne un anno fa. Un confronto tv utile, anomalo rispetto ad altri perché “confezionato” per non risultare ansiogeno e possibilmente senza risse. All’insegna del fair play, e chissà se pagherà di questi tempi. Candidati tutti a sedere: Roberto Giachetti sulla sinistra del conduttore (il giornalista Fabio Vitale, unico in piedi), giacca scura e camicia bianca sbottonata; Maurizio Martina, l’unico con la cravatta amaranto a vagheggiare qualcosa di rosso ma non troppo, al centro e non casuale visto che fa dell’ “unità nelle diversità” la sua cifra; Nicola Zingaretti sulla destra, anche lui senza cravatta, la postura di chi già si sente segretario. Difficile dire se il confronto avrà spostato voti. Di sicuro sono i voti, o meglio il numero di quanti andranno domenica ai gazebo, il primo obiettivo di tutti.

Obiettivo un milione

Il destino del Pd sta nella partecipazione alle primarie, le quinte per scegliere il segretario (2008-2009- 2013-2017-2019) a cui se ne aggiungono altre due per la scelta del candidato premier (2005-2012). Tutti i candidati hanno condiviso l’appello alla partecipazione ai gazebo. L’asticella è stata fissata intorno a un milione: se dovessero essere di meno, sempre la metà rispetto all’ultima volta, il nuovo segretario dovrebbe seriamente porsi la domanda su come porre fine all’agonia del Partito Democratico piuttosto che tentare di rivitalizzarlo. Le primarie sono aperte a tutti e gli ultimi due test elettorali hanno regalato da questo punto di vista buoni auspici: tanto in Abruzzo quanto in Sardegna le coalizioni di centrosinistra hanno superato il 30 per cento e sono andate meglio che nel 2018. Il simbolo del Pd però è stato seminascosto e i candidati, tanto Legnini quanto Zedda, sono due figure con storie importanti e di successo alle spalle ma senza tessera di partito. Due coalizioni con un leader e non per un leader. La differenza può sembrare raffinata ma è sostanziale. Martina è stato ottimista e costruttivo : “Non metto asticelle ma sono convinto che i nostri elettori ci stupiranno e tanti andranno tanti a votare”. Zingaretti ha fatto una chiamata alle armi in nome della democrazia: “Se domenica saremo in tanti daremo un segnale di riscossa democratica, dimostreremo che intorno al Pd è possibile organizzare un’opposizione degna di questo nome”.

Fair play e bon ton, anche troppo

Commento a caldo e di pancia: “Con questi tre candidati non si fa un Renzi”. Abituati alla vivacità e alle provocazioni dell’ex segretario, il fair play e il bon ton rischiano di risultare soporiferi. O forse è proprio questo che cercano i simpatizzanti dopo anni di litigi, rotture e vendette cercate da tutte le parti. Al di là dei modi di fare, è la visione di Paese e il modello di partito e comunità quello che conta. Premesso che Matteo Renzi non ha fatto endorsement per nessuno dei tre e che i cosiddetti ex renziani sono in buona parte andati nella mozione Martina e un’altra parte con Giachetti, si può semplificare dicendo che su quelle sedie c’è un chiaramente renziano, cioè Giachetti, un chiaramente antirenziano che è Zingaretti e uno, Martina, che sta in una terra di mezzo. “E basta – dice - con questa storia di renziani e antirenziani. Io voglio i democratici, solo i democratici, intransigenti sui valori e riformisti nelle idee”. L’unico vero scontro, infatti, durante il confronto è stato tra Giachetti e Zingaretti. “Avete presente – ha chiarito il primo – l’Unione ai tempi di Prodi quando si entrava a palazzo Chigi per un consiglio dei ministri e all’uscita ognuna delle 18 sigle della coalizione diceva ognuna una cosa diversa? Ecco, io quel modello non lo voglio più. Io credo in quello che creò Veltroni e voglio andare avanti con un partito a vocazione maggioritaria”.

Le alleanze

Le singole mozioni con i programmi non sono fatte per appassionare e garantire programmi di governo. Oggi possiamo dire che neppure i Contratti di governo assolvono a questo compito. I testi delle mozioni sono disponibili sul web. Tutte condivisibili, e ci mancherebbe altro. Tutte condivono una critica ferrea alle scelte economiche di questo governo, mettono il lavoro e la crescita al centro, riconoscono il problema sociale della povertà da affrontare, come già aveva iniziato il governo Renzi, con lo strumento del Rei (reddito di inclusione con più fondi), il modello Minniti come quello giusto per affrontare il tema migrazioni. Da notare che nella mozione Martina, parlando di giustizia, si ragiona sulla separazione delle carriere tra giudici e pm (tema su cui converge anche Giachetti perchè “la giustizia è malata”). E’ il tema delle alleanze, invece, che ha scaldato il confronto.

Giachetti, il più duro

Giachetti, #sempreavanti è il titolo della sua mozione, è il più duro. “Io non escludo di lasciare il partito se il nuovo segretario proporrà alleanze con i 5 Stelle o il rientro nel Pd di chi contro il Pd ha sparato alzo zero per anni fin alla scissione”. Il ritorno della “Ditta” e alla “Ditta”, cioè Bersani, D’Alema, Speranza: è il punto più divisivo. Giachetti vuole portare avanti la stagione riformista. Zingaretti, mozione “E’ tempo di scegliere” #primalepersone, ha replicato: “Allora la notizia è che Giachetti non se ne andrà perchè non ci sarà alcuna alleanza con i 5 Stelle, con la destra o con la Lega, io cerco di lavorare sulle persone, di trovare una nuova empatia con chi ci ha lasciato e non ci ha più votato. Dico no allo scambio delle figurine”. Ma è indubbio che la storia Zingaretti, che ha vinto due volte nel Lazio con alleanze ampie a sinistra, indichi un percorso che guarda a sinistra, che viene dal Pci, che ha fatto tanta strada insieme a D’Alema e Bersani e ha come referente la Ditta. Martina, applica alla lettera il titolo della sua mozione “#fiancoafianco, cambiare il Pd per cambiare l’Italia”: “Nessuna alleanza con 5 Stelle e le destre che sono i nostri avversari, Sì ad un partito con prospettiva maggioritaria”.

Le percentuali

Dicono i candidati che da queste primarie dipende il destino e la qualità della democrazia nel paese perchè solo attraverso rito dei gazebo e la scelta di un nuovo segretario con una linea chiara l’opposizione può finalmente fare scelte chiare e parlare con voce sola. Ora è chiaro che tuto questo dipende dai numeri con cui il nuovo segretario sarà eletto. Il favorito è Zingaretti, il primo a candidarsi (era luglio scorso), l’unico a mettere la parola “segretario” accanto al nome nel manifesto elettorale. Al suo fianco sono scesi i padri fondatori del Pd e i bid, da Prodi a Gentiloni passando per Enrico Letta, Giuliano Pisapia e Massimo Cacciari. I sondaggi dicono che vincerà “con una forbice che va dal 52 al 60%”. I più realisti dicono che arriverà al 56%, una vittoria netta che dovrebbe lasciare il 30% a Martina e il 14% a Giachetti, sceso in campo per ultimo, senza big al suo fianco, che molti davano per spacciato fin dalla prima fase delle primarie e invece è qui sul podio. In realtà nessuno è pronto a scommettere e la partita è aperta. Perché se Zingaretti dovesse fermarsi al 52% o, peggio ancora, restare sotto il 50%, sarà l’assemblea nazionale a decidere il segretario. E a quel punto un’alleanza Martina-Giachetti potrebbe cambiare tutte le previsioni e scrivere un’altra storia.

Il post primarie

Da qui la battuta che “il post primarie potrebbe essere ancora più complicato del congresso”. Il primo appuntamento del nuovo segretario saranno infatti le liste per le Europee. E qui arriva la prima questione: che fare con Carlo Calenda e il suo manifesto “Siamo europei” arrivato ad oltre 200 mila firme? Martina e Zingaretti al giochino “chi sarebbe il compagno di viaggio per Erasmus”, cioè in Europa, dicono Calenda. L’ex ministro dello Sviluppo economico però ha già detto di voler portare avanti una piattaforma europeista senza simboli di partito. Neppure il Pd. Martina e Zingaretti un po’ di Pd da qualche parte lo vogliono, non centrale ma presente. Giachetti, ancora una volta, è il più chiaro e immagina l’avventura Erasmus in Europa “con Matteo Renzi”. Ieri pomeriggio Zingaretti presentava la sua mozione in piazza di Pietra a Roma con Paolo Gentiloni. Tra il pubblico - molto ceto politico della sinistra romana in cerca di ricollocazione - giravano previsioni sui capilista: “Cacciari al nord-est, Pisapia nord-ovest, e poi Enrico Letta e Carlo Calenda…”. Ancora qualche incertezza sul sud e le isole. E’ chiaro che questo schema salta se Zingaretti non raggiunge una maggioranza ampia e sicura. Asticella fissata al 54%.

Il ruolo di Renzi

Una delle partite che s’intrecciano nelle urne delle primarie è il destino di Matteo Renzi. Colpito e amareggiato per i guai giudiziari dei genitori (ieri la mamma è stata rinviata a giudizio per un altro processo, sempre per bancarotta, a Cuneo, e oggi dovrebbe arrivare la decisione del gip di Firenze sulla revoca degli arresti domiciliari), il senatore di Firenze e Scandicci prosegue la marcia di presentazione del suo libro “Un’altra strada”. Ogni tappa riempie la sala. Ieri era a Napoli. E questo vorrà pur dire qualcosa. Molti, nel Pd, lo vorrebbero fuori, “finchè non se ne va avremo sempre una zavorra ai piedi, non saremo mai liberi”, dicono oggi senza timori. I big, ufficialmente, lo definiscono “una risorsa” per il partito e quindi sperano invece che resti. Se lasciasse per fare un suo partito sarebbe la fine del Pd. Renzi si è chiamato fuori da queste primarie. Lo aveva detto e lo ha fatto. Osserva, partecipa, si augura che “il nuovo segretario non riceva lo stesso trattamento che ho ricevuto io pur avendo raggiunto il 70%”. Il suo libro è, in molte pagine, un atto di accusa. Ha promesso che andrà ai gazebo. Non ha detto a votare per chi. Zingaretti si augura che “non ci manchi nell'ambito di un partito pluralista”. Giachetti lo definisce “l'arma di punta della nostra opposizione” e dichiara: “Io sono assolutamente leale e poi lui c’è”. Martina dice stop al dibattito renziani/antirenziani. Come si vede, Matteo Renzi resta il non-detto e il convitato di pietra del congresso. Anche il suo destino dipenderà dai numeri che usciranno dai gazebo. Si vota dalle 8 alle 20. Lo spoglio inizierà subito. Il 4 marzo il nuovo segretario.