[Il caso] Primarie Pd: Giachetti e Calenda sparigliano la corsa a due di Martina e Zingaretti. Alla fine deciderà ancora il renzismo

Ieri la Convenzione che ha sancito il voto nei circoli. Inizia ora l’ultimo miglio fino ai gazebo del 3 marzo. Zingaretti in testa e favorito punta sulla discontinuità, il recupero della sinistra e dei voti 5 Stelle. Martina scommette sull’unità. Giachetti è la continuità assoluta con la stagione del riformismo Pd. E poi c’è Calenda, con la piattaforma europea antisovranista

Nel combo Zingaretti, Giachetti e Martina

Quando nella sala conferenze dell’hotel Ergife, testimone muto di questo lungo anno di travaglio Pd, Carlo Calenda entra a passo lesto, maglioncino e sneackers, è chiaro a tutti che la notizia di giornata passa da lui. "Anche io ho litigato con Renzi – dirà una volta sul palco - poi sono stato con Renzi, l’ho fatto anch’io questo casino. Ora però basta". E aggiunge: "Io qua dentro (nel Pd, ndr)  sto e qua dentro rimango. Mi prenderebbero per pazzo se uscissi dal Pd per fare un partito che poi si allea con il Pd".

La prima "notizia" è che il Pd è vivo e dunque litigioso e chi scommette da tempo sulla scissione deve armarsi di pazienza. La seconda è che Matteo Renzi non c’è ma c’è, è lontano ma in prima fila e che ancora una volta queste primarie saranno, nel bene e nel male e forse per l’ultima volta, in suo nome. La terza notizia è appunto Carlo Calenda: resta nel Pd e il suo manifesto “Siamo Europei”, piattaforma antisovranista che comprende anche il Pd ma che punta ad andare oltre, sarà parte integrante di questa fase finale del congresso Pd e del voto nei gazebo il 3 marzo. I “vecchi” apparati hanno prima provato ad inglobarlo (Zingaretti e anche Martina hanno subito firmato il documento appena uscito tre settimane fa) per poi depotenziarlo con un documento preparato a Strasburgo dagli eurodeputati Pd. L’operazione, che vede alla regia Goffredo Bettini, maestro di cerimonie di quando il Pd a Roma largheggiava, è per ora congelata. Anzi respinta. 

I numeri ufficiali

I numeri sono ufficiali, le percentuali anche e l’ultimo miglio delle primarie del Pd è iniziato. Ci sono arrivati in tre, Nicola Zingaretti con il 47,38% delle preferenze del voto dei circoli,  Maurizio Martina con il  36,10% e Roberto Giachetti con l’11,3%, l’outsider che non t’aspetti, quello che i big schiacciavano tra il 3 e il 4% e che invece arriva, come da copione, a mettere sale sulla coda dei  favoriti. Se dopo lo choc della rinuncia di Marco Minniti alla segreteria, le truppe renziane in Parlamento dirottarono le proprie energie su Maurizio Martina, il “successo” di Giachetti racconta di un renzismo che c’è, esiste, lotta e ha anche le idee molto chiare sul futuro: mai più le vecchie logiche di partito, “sempre avanti” al netto di errori fatti e da non ripetere e lezioni imparate.

Ed eccola qua la quarta notizia: cosa succederà il 3 marzo tra Martina e Giachetti? Tra renziani che non rinnegano ma hanno scommesso sulla fine di quella stagione. E renziani senza Renzi, al momento almeno, che ripartono esattamente da dove era l’Italia prima del 4 marzo 2018, cioè un paese da aiutare ma nettamente col segno +.  E allora, se Zingaretti sente già la segreteria in tasca ma suda le sette camicie dei pronostici  favorevoli, Martina insiste sull’unità e sposta il mirino sui “veri avversari” strappando gli applausi per la mozione contro Salvini, Giachetti, che nulla ha da dimostrare, si può permettere di scompaginare e seminare il panico nelle file dei due competitor favoriti.

La sala dell’Ergife

Erano un migliaio i delegati presenti all’Ergife, tanti per una domenica mattina con mezza Italia sotto la neve e l’altra metà sotto l’acqua. Anche questo un segnale di vitalità. Il clima si è scaldato subito quando il presidente della Commissione Gianni del Moro ha scandito i risultati e le rispettive claque hanno accompagnato la lettura. E già qui è stata notata la vivacità del team Giachetti. 

Ciascuno ha poi illustrato i passaggi chiave delle rispettive mozioni in un clima in cui, per una volta almeno, il fronte interno è stato meno dibattuto di quello esterno. “No avversari ma concorrenti” è il mantra ripetuto più o meno da tutti. Per rinviare, almeno dopo le Europee, l’incubo di un’altra scissione.

#piazzagrande 

Zingaretti, che sommando i voti di Boccia affronta l’ultimo miglio con più del 50% tra gli iscritti, ha voluto liberare il campo da un paio di questioni che potrebbero danneggiare la sua marcia verso la segreteria.  “Nessuna intesa con i 5 Stelle, è umiliante e persino offensivo sentirlo ripetere” ha detto il governatore del Lazio cercando di chiarire uno scenario che lo accompagna fin dalla candidatura,  “La verità – ha aggiunto piccato – è che io li ha battuti due volte, lo facesse chi dice queste cose, e che voglio riprendere i nostri voti che sono andati ai 5 Stelle”. La seconda questione è il rapporto con il renzismo e la stagione dell’ex segretario. Zingaretti ha voluto rassicurare i renziani che non chiederà “alcuna abiura”. Peccato che giusto due giorni fa, alla vigilia della Convenzione  il suo braccio destro in Regione in quota Leu, Massimiliano Smeriglio, in un’intervista abbia detto che il nuovo Pd doveva voltare pagina, anzi, cambiare proprio libro rispetto al passato. E peccato che il tema del ritorno a casa di chi due anni fa ha deciso la scissione (Articolo1, poi Liberi e Uguali) e, quindi, la sonora sconfitta del 4 marzo, sia nell’agenda di Zingaretti. Ma non in quella di Martina. Figurarsi in quella di Giachetti. 

#fiancoafianco

Il punto è che il “modello Lazio” che ha permesso a Zingaretti di battere due volte i 5 stelle alle regionali, prevede un sistema di alleanze con la sinistra. Ciò che i renziani che sostengono Martina e Giachetti, invece, non vogliono. A scanso di equivoci, Martina ha sottolineato che “alle primarie devono votare gli elettori del Pd”. Come dire: chi vota Leu stia pure a casa.

L’ex segretario sente che quello delle alleanze è un terreno scivoloso e ieri ha preferito starne il più possibile alla larga. Spostando il dibattito all'esterno del Pd: i suoi avversari, ha precisato,  non sono Giachetti e Zingaretti, ma Salvini, Di Maio, Berlusconi e “questo governo incompetente e bugiardo che sta portando il Paese in una crisi drammatica”. Al ministro dell'Interno ha promesso una mozione di sfiducia: sul caso Diciotti ha “violato la legge nel fare il suo lavoro”. Il suo Pd sarà “di combattimento”, intransigente sui valori e “senza cedimenti nella difesa della democrazia rappresentativa”. Dunque Martina si è presentato come il segretario in grado di garantire l’unità post-congressuale perché “i miei avversari non sono Nicola e Roberto, ma quelli che sono al governo”. E ha promesso che, in caso di vittoria, formerà “una segreteria unitaria, perchè ho bisogno del lavoro di tutti”.

#sempreavanti

Poi è arrivato Giachetti. Che ha fatto Giachetti, ha rotto gli schemi. E anche parecchia ipocrisia dando forma al non detto di questo congresso. Sbagliato, ad esempio, parlare adesso di “unità”: “Non è il congresso il momento dell'unità” ha detto buttando all’aria il canovaccio di una storia che qualcuno voleva già scritta. “Nei giorni del congresso, piuttosto, devono emergere le diversità”. E la sua è “la vivacità del dibattito politico”. Nella mozione Zingaretti “c’è tutto e il contrario di tutto” e “un voto per Zingaretti vale un voto per Martina”. Tanto è convinto della sua strategia, che ha proposto “confronti diretti in tv e nelle piazze”. Ha ironizzato sull'appoggio dato a Zingaretti da quasi tutti gli ex ministri di Renzi nominandoli uno per uno “Paolo Gentiloni, Marco Minniti, Dario Franceschini, Marianna Madia”: “Io – ha chiarito - voglio andare avanti sulla strada delle vostre riforme, mentre altri che stanno nella vostra mozione le vogliono smantellare”.

Continuità assoluta, dunque, con il  riformismo degli ultimi anni. E a Zingaretti che aveva dichiarato di aver trovato un partito in macerie, ha detto: “Il Pd è vivo, con la voglia di riscossa, altro che macerie. Ci sono persone che combattono. Basta dire di noi cose che nemmeno i nostri avversari direbbero”. La prova sono i numeri del congresso: : “M5s ha indicato il proprio leader con 37mila click, senza la fatica di andare nei circoli, a discutere e votare”. Solo per le convenzioni, i votanti del Pd sono stati circa 190mila: “Un discorso partecipato che non ha paragoni nella politica”. Per concludere, sulle alleanze: “Mai con chi ha ci ha distrutto”. E’ chiaro che Giachetti, in tandem con Anna Ascani,  giocherà una partita tutta sua. Un problema più per Martina che per Zingaretti.

Il pubblico ha gradito

Il pubblico ha gradito l’intervento di Giachetti. Quello in sala. E quello collegato in streaming.  La giornata ha fornito una speciale classifica, il gradimento social delle dirette Facebook dei singoli interventi dei tre candidati. Il più social – tra reazioni, condivisioni, hastag -  è Giachetti.

“No avversari ma concorrenti” sarà il mantra del prossimo mese. L’obiettivo è portare almeno un milione di persone ai gazebo il prossimo 3 marzo. Che sarebbero sempre la metà delle ultime primarie. Ma comunque un bel successo per un partito che i sondaggi inchiodano al 18 per cento. L’obiettivo di Zingaretti è andare oltre il 50 per cento e risultare subito segretario. Se invece nessuno dei concorrenti dovesse raggiungere la maggioranza assoluta, la parola passerebbe all’assemblea. E ci potrebbe essere qualche sorpresa.  Almeno fino alle Europee, però, guai a chi parla di  scissioni o altri partiti. Prima si misurano. Tutti, compreso Calenda sfuggito ieri all’abbraccio non vitale della mozione Zingaretti.