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Premierato senza pace, rissa sfiorata in Aula. Due senatori divisi dai commessi. Sì a due articoli

Roberto Menia (FdI) e il senatore di M5s Marco Croatti stavano per passare dalle parole alle mani, ma lo scontro fisico è stato scongiurato grazie all’intervento dei colleghi dei due parlamentari e dei commessi

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Rissa sfiorata durante l'esame del premierato in Aula a Palazzo Madama, con il senatore di Fdi Roberto Menia precipitatosi contro i banchi delle minoranze, affrontato da Marco Croatti di M5s, e fermato da commessi e colleghi. Un episodio che ha inasprito ulteriormente il confronto, già molto teso, tra centrodestra e opposizioni. Queste ultime contestano il contingentamento dei tempi deciso dalla maggioranza su una riforma costituzionale, e insistono sullo "scambio" tra i tre partiti della coalizione di governo sulle riforme del premierato, dell'autonomia e della giustizia. La maggioranza ha invece rivendicato come parte del programma elettorale l'attuazione di questi provvedimenti, ed ha intanto portato a casa anche il quarto articolo del premierato.

L'aula di Palazzo Madama è stata impegnata anche nel voto degli emendamenti al terzo articolo del ddl, che modifica il semestre bianco. Dopo un intervento sferzante di Ettore Licheri (M5s), ("pensate di poter far tutto, fermare i treni o cambiare la Costituzione, perchè voi siete Giorgia") gli animi si sono accesi. Dai banchi del Pd Simona Malpezzi si è avvicinata al banco della presidenza accusando Menia di aver insultato i senatori d'opposizione, accusa fatta a voce alta anche da FIlippo Sensi. A quel punto Menia si è precipitato verso i banchi del centrosinistra, inutilmente placcato dal questore Antonio De Poli, ma affrontato dall'aitante senatore di M5s Croatti. I commessi e i colleghi dei due senatori si sono frapposti. Allo scontro in Aula ne è subentrato uno dietro le quinte: il presidente Ignazio La Russa ha incaricato i tre senatori questori di preparare una istruttoria per eventuali sanzioni da parte dell'ufficio di Presidenza; e qui centrodestra e centrosinistra hanno ripreso a scontrarsi sulle responsabilità.

La contestazione delle opposizioni riguarda il contingentamento dei tempi deciso dal centrodestra su una riforma costituzionale, a cui si aggiungono le poche sedute dedicate al ddl, meno della metà rispetto a quelle che nel 2014 furono dedicate dal Senato alla riforma Boschi-Renzi, come ha sottolineato Peppe De Cristofaro (Avs). Dopo un ulteriore ricorso al "canguro" , cioè alla bocciatura con un solo voto di più emendamenti simili, è scattata nel pomeriggio una protesta, più che altro simbolica ma teatrale, innescata da Alessandro Alfieri che si è tolto la giacca, imitato da tutti i senatori di opposizione, che sono rimasti in camicia: una violazione del regolamento di Palazzo Madama che impone giacca e cravatta, per rispondere a "una maggioranza sorda che non cerca un terreno comune sul terreno delle regole".
In ogni caso la maggioranza ha potuto portare a casa il terzo e il quarto degli otto articoli del ddl Casellati.

Certo, sono gli articoli più semplici, rispetto ai successivi quattro, sui quali insistono 2mila emendamenti. L'articolo 3 modifica il semestre bianco, durante il quale il Presidente della Repubblica non puo' sciogliere le Camere. Con la modifica lo scioglimento potrà avvenire quando il premier eletto viene sfiduciato o quando egli si dimette e chiede il ritorno alle urne, come prevede il successivo articolo 7. Il quarto articolo elimina l'obbligo della controfirma da parte del governo di una serie di atti propri del Presidente della Repubblica, per assicurarne l'indipendenza. Una norma proposta da Marcello Pera.

Ad animare il dibattito in Aula è stata anche l'approvazione da parte del Consiglio dei ministri della riforma della giustizia, che ha spinto le opposizioni a parlare di un "baratto" tra Fdi, Lega e Fi sulle tre riforme care ai tre partiti (premierato, autonomia e giustizia). "Pare più uno scambio di prigionieri sul ponte delle spie che un accordo tra alleati", ha ironizzato Sensi. Una tesi respinta da Maurizio Gasparri (Fi), Lucio Malan (Fdi) e Massimiliano Romeo (Lega).

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