La Politica esce dalla ‘quarantena’ e ritorna a litigare

Il Parlamento riapre per davvero e discute di ‘come votare’. La Politica esce dal letargo ma, al solito, torna il tutti contro tutti: governo versus sindaci e governatori leghisti, Iv contro Pd e M5S.

Conte, Salvini e Renzi
Conte, Salvini e Renzi

Sindaci (leghisti) contro il governo e la sua “elemosina”. Governatori (leghisti e, in generale, di centrodestra) contro il ministro Boccia che sostiene che, “senza l’aiuto dello Stato le Regioni sarebbero collassate” (cosa, peraltro, vera).

Opposizioni scatenate contro le ‘mancette’ e le ‘elemosine’ contenute nell’ultimo dpcm, quello varato ieri dal governo, ma anche contro le posizioni rigide e rigoriste della Ue, guidata dalla Germania e dal gruppone dei Paesi ‘falchi’ del Nord e dell’Est (Paesi dove vige la ‘democratura’, come in Polonia, Ungheria, Cechia, che tanto piace a Salvini&co.). Critiche, in effetti, giustificate dall’insipienza e insensibilità della Merkel e del fronte dei Paesi che si oppongono al nostro (più altri nove, ma ormai sono già diventati 14), ma che portano, poi, Salvini e Meloni (non certo Berlusconi) a dire cose tipo “usciamo dall’Euro”, “l’Italia stampi moneta” e altre assurde amenità di questo tenore e di questo genere.  

Matteo Renzi che si agita e torna a far parlare di sé: da un lato perché vorrebbe ‘far riaprire’ una serie di attività scolastiche, produttive e commerciali (respinto con perdite), dall’altro perché auspica – al pari di Matteo Salvini e altri – che presto arrivi il ‘vero’ Salvatore della Patria, che non è certo il tanto detestato, ai suoi occhi, Giuseppe Conti, ma ‘Super-Mario’ Draghi con tanto di relativo ‘governissimo’.

Anche Pd e M5s tornano a litigare

Pd e M5S che tornano a ‘litigare’ sui fondamentali delle misure economiche da prendere (reddito di cittadinanza, o reddito di emergenza, come lo chiama Danilo Toninelli), ma anche LeU che, sugli stessi temi, fa sentire la sua voce (Nicola Fratoianni propone il “reddito di quarantena”…). E Renzi, ma anche parte del Pd, che – ovviamente, si capisce – del reddito di cittadinanza, di emergenza o ‘quarantena’ non vuole neppure sentir parlare, o mette mano alla pistola.

Ecco, la Politica torna a ‘litigare’, come se nulla fosse mai accaduto, come se fossimo già tornati in tempi ‘normali’ in cui il battibecco politico era il sottofondo – fastidioso – dei pranzi e delle cene degli italiani seduti davanti a un tiggì. Quei bei tempi in cui ci si azzannava dai talk show tv, con tanto di applausi entusiasti del pubblico, o nelle aule delle Camere, ma comunque sempre a favor di telecamera. E, a proposito di ‘Camere’, torna a riaprire pure il Parlamento.

Il governo proroga la stretta e pensa di riaprire a step

Peccato solo che il Paese sia ancora tutto chiuso, rinserrato nelle proprie case e abitazioni, ma sempre più nervoso e famelico, e non solo per i bisogni di prima necessità come i generi alimentari, ma anche perché, in tante famiglie, i nervi e i rapporti iniziano a diventare sempre più tesi… Per non dire, poi, ovviamente, della criminalità organizzata che, specie al Sud, soffia sul fuoco della paura e della fame, aizzando tensioni sociali e allarmi per l’ordine pubblico.

Il Paese resterà in totale lockdown fino al 18 aprile…

Il premier Conte ha deciso di prorogare la stretta alle cose e alle persone, in questa fase cruciale, per poi riaprire a step, con gradualità e proporzionalità, ma non subito né tutto d'un colpo, perché – dicono da palazzo Chigi - le prossime settimane sono fondamentali per non vanificare gli sforzi finora fatti. Con questo approccio, come lo ha ‘chiuso’, il premier Giuseppe Conte valuterà come e quando ‘riaprire’ il Paese. Dopo aver ascoltato il parere del comitato tecnico scientifico, prorogherà, probabilmente per due settimane, le misure anti contagio che scadono il 3 aprile e resteranno.

Pasqua, 25 aprile e I Maggio non saranno ‘normali’

Un blocco che sarà – ancora! - pressoché totale fino a dopo Pasqua, a partire dalle scuole e dalle competizioni sportive, come chiede il ministro Vincenzo Spadafora che si spinge a definire ‘irrealistico’ che il campionato riparta il 3 maggio.

Con un'attenzione particolare non solo alla Pasquetta ma anche ai ponti del 25 Aprile (festa della Liberazione) e del Primo Maggio, perché la voglia di pic-nic o gite al mare non rischi di mandare all'aria settimane di sacrifici.

E' alla tenuta psicologica e sociale del Paese che guarda innanzitutto Conte nel prepararsi a rinnovare il lockdown: per vedere davvero gli effetti delle misure si dovrà attendere ancora, gli spiegano gli esperti, ma la fase più delicata arriva probabilmente proprio adesso perché alla grande attenzione delle prime settimane negli italiani rischiano di subentrare preoccupazione, paure, frustrazioni.

Il governo lo sa, come lo sa bene anche il Viminale, dove le preoccupazioni per l’ordine pubblico sono salite di grado.

Agli italiani, dunque, Conte chiederà ancora uno sforzo, ora che i primi risultati si iniziano a vedere, con il calo dei contagi e degli infetti, anche se non con quello delle morti.

Le attività produttive, dopo, riapriranno pian piano…

Ma, come ha anticipato sabato sera da palazzo Chigi, il premier si prepara anche a fare valutazioni specifiche sulle attività produttive, consapevole dei contraccolpi economici che il protrarsi del blocco totale provoca: dopo lo stop alle attività non essenziali, nelle prossime settimana potrebbero arrivare le prime deroghe, preludio a un allentamento, pur se graduale, della cappa di gelo che è scesa sull’Italia.

Anche in questo caso, Conte vuole muoversi con prudenza, rispetto a chi, nel governo, come Iv, già chiede di ripartire “subito” con le riaperture o a chi, come il Pd, è per una linea, invece, molto più dura e vuole prolungare il ‘blocco’.

Le nuove forme di distanziamento sociale e individuale

Ancor più cauti si andrà sulle misure di distanziamento individuale, con l'ipotesi - ma anche in questo caso non subito - che si stabiliscano le prime eccezioni per fasce d'età, tutelando gli anziani e consentendo ai più giovani di iniziare a muoversi. Appare probabile, invece, che le ultime a ‘saltare’ saranno le misure che riguardano i luoghi di svago e aggregazione, a partire da discoteche e sale giochi, che per primi sono stati chiusi, ma anche cinema e ristoranti. Per tutti loro, la ‘notte’ sarà ancora molto lunga.

Nuovi incontri: il ‘tavolo’ con opposizioni e parti sociali

Tra lunedì sera e martedì il premier dovrebbe tornare a vedere le opposizioni e non è escluso - ma non ancora in programma - che senta le parti sociali, anche in vista del nuovo decreto economico – la cd. ‘manovrona tris’, dopo quella di marzo - che dovrebbe essere varato entro Pasqua. Ma i rapporti con l’opposizione di centrodestra sono tornati a essere, ove mai si fossero realmente ‘distesi’, il che non è, pessimi. Salvini e anche la Meloni, ma persino gli azzurri, hanno di fatto ‘aizzato’ i sindaci di casacca centrodestra a scagliarsi contro, a batteria, uno dopo l’altro, contro le nuove misure prese dal governo, giudicate, a seconda, “un’elemosina”, “una miseria”, “carità”, “un’insulto”, etc.

Le opposizioni si scagliano contro l’elemosina ai comuni

In effetti, i 400 milioni stanziati subito dalla Protezione civile sono davvero poca cosa (“Serve almeno un miliardo e subito” dice il vicepresidente dell’Anci, Roberto Pella). Inoltre, i dubbi dei Sindaci riguardano anche l'utilizzo degli attuali 4,3 miliardi del Fondo di Solidarietà Comunale (Fsc), destinato finora alle necessità sui territori e che per forza di cose “dovrà essere rifinanziato”. Unanime poi la richiesta affinché le misure del governo possano consentire “di poter operare 'su misura' per soddisfare le esigenze dei territori, soprattutto al Sud, tenendo conto degli indici di povertà locali”. Mugugni dei sindaci arrivano da Nord a Sud: i primi cittadini temono di passare dal dramma coronavirus a quello sociale in infinito loop emergenziale. E non solo i sindaci leghisti o di centrodestra tuonano contro ‘la mancia’ e ‘l’elemosina’ varata nel dpcm di oggi, ma anche sindaci di centrosinistra (Orlando, De Magistris).

Pure i governatori attaccano, specie il povero Boccia

Poi c’è il capitolo governatori. Jole Santelli (Calabria) e Nello Musumeci (Sicilia) temono “la bomba sociale pronta a esplodere” e si scagliano contro “le mancette” di Conte.

Come se non bastasse, il ministro agli Affari regionali, Francesco Boccia, non nuovo al piacere della polemica, attacca ad alzo zero le così tanto declamate e ‘virtuose’ regioni del Nord sul callo che fa loro più male, quello delle – fino a ieri ‘intoccabili’ – autonomie regionali: “Senza lo Stato le Regioni da sole sarebbero crollate”, dice il ministro, che evidenzia anche il ruolo dello Stato su mascherine, ventilatori, terapie intensive: “Senza di noi non le avreste mai avute. Curarsi da soli è impossibile”.

Boccia ha, di fatto, tutte le ragioni del mondo, ma ieri era domenica e, forse, poteva tacere. In ogni caso, i leghisti e governatori del Nord non se lo fanno ripetere due volte e replicano duri. Fontana, governatore della Lombardia, lo scudiscia “Parole avventate, le ritiri”) e quello del Veneto, Zaia, protesta: “Spero sia stato uno scivolone. Si scusi”. Insomma, uno scivolone, in effetti, considerando anche che, agli occhi dei cittadini, oggi i governatori sono stati esaltati al rango di scienziati o meglio sciamani tuttofare.

Il parere degli esperti: “No ad abbassare la guardia”

A proposito di esperti, va ricordato che, anche per Conte, la settimana ripartirà però innanzitutto dal confronto, dati del contagio alla mano, con gli esperti del comitato tecnici scientifico istituito per l'emergenza. La linea degli esperti appare fin d'ora chiara: non allentare, proprio ora, la presa.

I primi segnali positivi devono indurci “ad essere più stretti” nel rispetto delle misure, dice il professor Luca Richeldi, pneumologo del comitato tecnico scientifico (Cts): “La battaglia è molto lunga, non dobbiamo abbassare la guardia”. Gran parte dei ministri, specie quelli di fede dem, ma anche Speranza (Leu), titolare della Salute, è per la linea del blocco totale e preme sul premier perché non ci sia nessun allentamento, ancora a lungo, del lockdown.

I ministri dem tutti schierati per mantenere il lockdown

E' “inevitabile” che le misure in scadenza siano prolungate oltre il 3 aprile, dice il ministro Francesco Boccia (Pd), definendo irresponsabile la richiesta di Matteo Renzi di riaprire scuole e fabbriche. Il titolare della Salute Roberto Speranza avverte che l'epidemia è “ancora nel pieno e sarebbe un grave errore abbassare la guardia proprio ora”. Abbassare la guardia non si può pensa anche Palazzo Chigi. Renzi non demorde e scommette che “Piano piano verranno e diranno tutti di riaprire gradualmente, come dico io” (sic).

Il Parlamento ‘riapre’, ma stavolta lo fa per davvero

E così, a proposito di ‘riaperture’ vere o presunte che siano, eccoci all’annoso tema del Parlamento: è chiuso o riapre? Per alcuni gruppi e partiti (da Iv a FdI, dalla Lega a FI) andare in Parlamento non è più un piacevole viaggio e sosta nei vizi e nelle mollezze della Capitale, ma un ‘dovere’ morale. Si sentono, forse, alcuni di loro, dei veri ‘eroi’, manco si trattasse di medici e infermieri in prima linea, impegnati allo spasimo per combattere il morbo pandemia.

“Da domani - annuncia fiero e battagliero l’italovivo Mauro Del Barba, deputato della piccola e lontana Valtellina - torno alla Camera a fare il mio lavoro: finalmente mi è concesso. Parlerò in dichiarazione di voto per Italia Viva sul Cuneo Fiscale (scritto con tutte le maiuscole, ndr.). Mi auguro che il Parlamento diventi subito il luogo per proporre le soluzioni e affrontare il grandissimo tema del contenimento dell'epidemia e di come ripartire”. Le Camere, in effetti, a partire da oggi ‘riaprono’ per davvero. Sono state chiuse, di fatto, per tre settimane, tranne che per un giorno a settimana, di fatto per mezza giornata in tutto: una volta si è votato lo scostamento di bilancio, a ranghi ridotti, un’altra volta c’è stato un rapido aggiornamento sul calendario (presenti pochi eroi a sprezzo del pericolo), l’ultima volta è venuto Conte, a riferire sullo stato dell’arte, ma non erano presenti che un centinaio di deputati su 630.

Certo, il motivo di presenze così ridotte è stato dovuto alle scelte ‘sanitarie’ dovute alla politica di contenimento sanitario figlia del coronavirus, oltre che alla ‘fifa’ di molti di prendersi il contagio, dati i vari casi di onorevoli positivi che, come si sa, hanno allignato e allignano in tutti i gruppi.

Fico e Casellati: “il Parlamento non ha mai chiuso!”

Motivi di contenimento giusti e giustamente rigorosi, si capisce, ma checché ne dicano Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, presidenti dei due rami del Parlamento (“il Parlamento non ha mai chiuso, le Camere hanno sempre lavorato!” è il loro grido di battaglia da settimane), le Camere hanno dato una pessima immagine di loro stesse: pochi presenti, tra guanti e mascherine, amuchina e sospetti (reciproci), lavori d’aula brevi e fugaci, niente dibattito (vero) e tanti ‘sì’ votati più per paura che per convinzione. Da oggi, però, si riprende, almeno in teoria, a ritmi normali, ritmi che, però, saranno tutti da vedere, capire e valutare.

Al Senato il ‘Cura Italia’, alla Camera il cuneo fiscale

Alla Camera c’è in discussione il cuneo fiscale, un decreto legge che il governo aveva varato prima che il coronavirus inziasse a imperversare nel Paese: già approvato dal Senato, bisogna far presto (un decreto legge va convertito in legge entro 60 giorni perché altrimenti ‘scade’ o serve reiterarlo) perché ai primi di aprile perderebbero validità i suoi effetti.

Al Senato è sbarcato il dl ‘Cura Italia’, la prima manovrona economica straordinaria varata dal governo Conte a marzo (25 miliardi il peso), cui è già stato annunciato che seguirà un’altra ad aprile, dal valore presunto di altrettanti 25 mld.

Il problema di garantire il quorum nelle due Assemblee

Si tratterà, dunque, non appena la prima manovra ‘bis’ sarà approvata in via definitiva (cioè anche dalla Camera), di votare un nuovo scostamento dal pareggio di bilancio – norma mai tanto nefasta come ce ne si accorge solo ora e che fu introdotta nel nostro ordinamento nel 2011, un altro annus horribilis, anche se allora ‘solo’ per la crisi valutaria – il che vuol dire che, come l’ultima volta, bisognerà far sì che sia presente, in aula, la maggioranza assoluta degli aventi diritti (si chiama quorum del plenum dell’assemblea) e cioè 316 deputati e 161 senatori, non uno di meno. Un’asticella non di poco conto e che già l’ultima volta ha richiesto uno sforzo non piccolo, da parte di tutti i gruppi per garantire la presenza di onorevoli riottosi e spaventati alla sola idea di venire a Roma e, dunque, di ‘infettarsi’. Ovviamente, anche in caso di crisi di governo o di voto su leggi fondamentali è politicamente (pur se non sul piano formale, infatti basterebbe la maggioranza semplice…) richiesto che la maggioranza assoluta venga ottenuta, dalla maggioranza di governo. e il ‘cura Italia’ è uno di questi. Se la Lega, per dirne una, si mettesse a fare ostruzionismo, potrebbe far saltare molte votazioni o ritardare il voto finale o, ancora, far saltare la maggioranza sugli emendamenti. “Non lo farà, non sono matti, avrebbero il Paese contro”, dicono dalla maggioranza, ma con Salvini, vai tu a sapere…

E se manca il quorum o salta il numero legale che si fa?

Ed è vero che, per quel che riguarda le leggi ‘normali’, quelle dove basta la maggioranza ‘semplice’ dei presenti in Aula - che vengono conteggiati al netto dei deputati ‘in missione’ - è e sarà tutto più semplice (basta la metà più uno dei presenti in quel momento in Aula, appunto), ma il ‘numero legale’ (la metà più uno dei componenti di ognuna delle due Assemblee) va in ogni caso garantito, altrimenti, banalmente, la deliberazione dell’Assemblea non è valida.

Non a caso, uno dei trucchi più classici delle opposizioni, quando vogliono fare ostruzionismo, è chiedere la verifica del numero legale, facendo così dannare la maggioranza: se viene meno, infatti, la singola votazione è dichiarata nulla. E così, tra problemi logistici a raggiungere Roma, a causa del lockdown che continua a pesare sul Paese (politici compresi), paure di contagio e di infettarsi tramite colleghi (come è già successo) e il – triste, ma sempre presente, ormai endemico – fenomeno dell’assenteismo parlamentare (che c’era prima, c’è durante e ci sarà pure dopo la fine della pandemia globale), il rischio che il numero legale manchi c’è: tutti, dentro il Parlamento, ne sono consapevoli. Il danno d’immagine di vedere i banchi delle Camere vuoti e desolati, per la nostra classe politica, in questo momento di fragilità e nervi tesi che percorrono l’intero Paese, sarebbe enorme, ma è un rischio che le Camere correranno.

L’alternativa/1: commissione speciale in sede redigente

Sono state, per ora, respinte, tutte le soluzioni alternative. Una era quella di istituire una commissione speciale, come si fa a ogni inizio di legislatura quando il governo in carica è quello dimissionario per il disbrigo degli affari correnti e il governo nuovo, che deve essere investito del nuovo rapporto fiduciario da parte delle Camere, non c’è ancora, dotandola dei poteri di cui viene dotata, normalmente, una commissione parlamentare che lavora in sede ‘redigente’. Voleva dire far lavorare solo 50/70 parlamentari in tutto, lasciando gli altri ‘a casa’, tranne che per il voto finale.

L’alternativa/2: il voto a distanza, l’idea di Ceccanti

La seconda e più seria idea era e resta il voto a distanza. Lo usano, da tempi non sospetti, le Cortes spagnole e altri Parlamenti, e lo ha messo in pratica il Parlamento della Ue. Sponsorizzata dal deputato e costituzionalista del Pd, Stefano Ceccanti, come dal presidente della I commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia (M5S) e altri deputati pentastellati, tra cui la tosta Vittoria Baldino, questa soluzione salverebbe capra e cavoli: il Parlamento lavorerebbe in modalità smartworking, come tanti italiani, e nessuno vedrebbe, in tv, la triste immagine delle aule vuote.

Il dibattito organizzato dal presidente Brescia (M5S)

Se ne è parlato anche in un seminario – rigorosamente andato ‘in onda’ via Skype su Facebook, ca va sans dire – organizzato dallo stesso Brescia, in qualità di presidente della I commissione, e a cui hanno partecipato il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli, il Presidente emerito della Camera Luciano Violante, i costituzionalisti Michele Ainis, Francesco Clementi e l’ex deputato Pino Pisicchio.

Ceccanti si dice, ancora oggi, fiducioso che “nella Giunta per il Regolamento della settimana prossima”, si discuterà e che, dunque, potrebbero esserci nuovi appigli, anche se – a noi risulta – non solo i presidenti delle Camere e i loro ‘alti’ funzionari, ma lo stesso Colle si è già detto contrario. Ceccanti dice così: “L'esecutivo, il giudiziario, la Consulta, Province, Comuni, Regioni, Parlamento europeo, altri Parlamenti nazionali, adottano già regole di emergenza. Se il Parlamento italiano non provvede anch'esso, rischia di risultare marginale: è un problema serio di equilibrio reale dei poteri. Solo sapendo innovare il lavoro parlamentare si può affermare un vero equilibrio di e tra i poteri”.

Ceccanti fa anche sapere di aver “aderito all’appello sul ‘Parlamento agile’ promosso dai colleghi Fusacchia, Lattanzio, Muroni, Quartapelle e Palazzotto, nella convinzione che la Giunta per il Regolamento convocata per la prossima settimana, possa e debba dare una risposta innovativa capace di imprimere quella forza al ruolo del Parlamento che invece non sarebbe assicurata dalla difesa di regole palesemente inadeguate alla fase di emergenza”.

Basteranno tutti questi appelli per far ‘cambiare idea’ alle alte sfere dei Palazzi? No, non basteranno e, da oggi, anche noi cronisti parlamentari torneremo alla nostra quotidiana occupazione: seguire i ‘battibecchi’ della Politica da dentro i suoi Palazzi. Come se, in Italia, non fosse successo niente.