[Il caso] Ma la piazza sovranista è stata un mezzo flop per numeri, assenza di leader, programmi e idee

Pesa la crisi di governo austriaca dove l’ultradestra viene messa fuori. E la nuova sfida della nave dell’ong che ha violato i divieti di accesso nelle acque territoriali

[Il caso] Ma la piazza sovranista è stata un mezzo flop per numeri, assenza di leader, programmi e idee

Non un flop. Ma neppure un successo. Piuttosto una storia a metà: erano undici i leader europei convocati in pompa magna in piazza del Duomo a Milano dal loro front man Matteo Salvini per dare l’assalto alla “vecchia Europa delle elite”. Eppure, ancora una volta, come sempre, non è stato possibile capire quale sia il progetto nazional-sovranista della nuova Europa. Un’insalata mista di sindaci, amministratori locali, ministri, sottosegretari e governatori, ciascuno con il proprio ordine di problemi. L’assenza di una proposta chiara, ecco cosa rimane in conclusione della giornata che ne doveva invece illuminare il senso e la sostanza. Alla fine ha fatto forse più notizia “Zorro”, alias Riccardo Germani sindacalista della Usb, che ha srotolato su piazza Duomo uno striscione con scritto “Stay Human/ restiamo umani” che non Salvini che ha buttato baci emozionati alla Madonnina del Duomo di Milano, ha snocciolato il santo rosario ed ha elencato i santi patroni d’Europa, “Santa Caterina da Siena e San Benedetto”. Il Capitano non se ne avrà a male ma la devozione con cui ha salutato la piazza sovranista di Milano affidandosi prima “al cuore immacolato di Maria che ci porterà alla vittoria” e poi ai Santi “a cui affidiamo il nostro futuro, la pace e la prosperità dei nostri popoli”, sono sembrati un acuto stonato in una giornata che non ha rispettato le attese. Quasi che Salvini avesse perso quel tocco magico per cui nell’ultimo anno è diventato oro tutto ciò che ha sfiorato.

Sballati i numeri

Per cominciare dalla cosa più semplice, non sono tornati i numeri: nonostante i pullman (200 da tutta Italia), i treni speciali, un aereo in arrivo dalla Sardegna e il video promozionale curato dal capo comunicazione Luca Morisi, in piazza saranno arrivate circa 30 mila persone contro i centomila quotati la sera prima. La pioggia può essere certamente un’attenuante ma non basta. La giornata è stata poi funestata da una serie di notizie in arrivo dall’Europa e da Lampedusa che hanno fatto scalare verso il basso la piazza sovranista di Milano. Notizie che rischiano di complicare il disegno europeo di Salvini.

Brutto guaio a Vienna

In Austria si è dimesso il vice cancelliere Christian Strache, il leader dell’ultradestra del Fpoe, perchè pizzicato in un video dove sembra scendere a patti con una magnate russa. Strache è un grande amico di Salvini, un pilastro dell’alleanza sovranista. Il cancelliere Kurz, leader di una destra moderata della grande famiglia del Ppe, si è dimesso e vuole mandare al voto il Paese. “Quando è troppo è troppo - ha detto - la Fpoe danneggia il Paese”. Un brutto segnale a una settimana dal voto specie per quel progetto che Salvini coltiva neppure troppo segretamente e che vede una nuova maggioranza a Bruxelles in cui i sovranisti prendono la guida alleandosi con i Ppe. E che ancora ieri ha ricordato quando ha immaginato di “prenderci la maggioranza cacciando la sinistra”. L’Austria ne era il modello. Da ieri fallito.

La nave davanti al porto

Anche le notizie dal mare di Lampedusa non hanno aiutato la manifestazione dell’ultradestra europea. La Sea Watch 3, la nave della ong tedesca con una cinquantina di migranti che il ministro dell’Interno ha fatto scortare da Capitanerie e Guardia di finanza perchè “le acque nazionali sono chiuse ad imbarcazioni sgradite in quanto minaccia per la sicurezza nazionale”, ha invece disobbedito, s’è piazzata davanti al porto di Lampedusa e ora chiede al governo di far sbarcare i profughi “per ragioni umanitarie”. “Finchè sono ministro i porti restano chiusi e quella nave non entra” ha ripetuto Salvini dal palco di Milano. La battaglia contro i migranti in difesa dei confini nazionali è l’unico collante tra gli undici improbabili leader sul palco di Milano. Ora però Salvini è finito ancora una volta nell’angolo prigioniero di se stesso. Il vicepremier Di Maio, da un paio di giorni nuovamente all’inseguimento del collega di maggioranza, sta facendo di tutto, insieme con il premier Conte, per ordinare lo sbarco nonostante i veti di Salvini. Che non aspetterebbe occasione più ghiotta per rompere al grido: “Io difendo i confini, altri aiutano scafisti e trafficanti”.

Doppia tensione

La piazza di Milano si è riunita quindi sotto una doppia pressione, le dimissioni forzate di Strache e la sfida della Sea Watch 3. A cui si è aggiunto Di Maio che ammoniva “bisogna essere preoccupati per le ultradestre europee”. Per l’appunto quelle riunite in piazza da Salvini. Che ha subito replicato al collega vicepremier: “Qui non ci sono fascisti. Noi siamo estremisti del buon senso. Quelli pericolosi, stanno a Bruxelles, sono gli euroburocrati che hanno governato vent’anni l'Europa in nome della precarietà e della povertà”. Dal 26 maggio “cambia tutto” è l’unica via d’uscita immaginata da Salvini. Basta Merkel, Macron, Juncker. Avanti con Marine Le Pen, l’olandese Geert Wilders, il tedesco George Meuthern di Alternative fur Deutchland. Salvini aveva undici leader accanto a se, undici popoli diversi cui ha chiesto il voto “per diventare la prima forza politica in Europa perchè se vinciamo noi non entra più nessuno”.

Le grandi assenze

Il problema è che su quel palco ieri si notavano soprattutto le assenze. Ne è stato alla larga l’amico Viktor Orban e il partito Fidesz. E quei paesi di Visegrad che per primi hanno detto “basta chiudiamo le frontiere”. Anche queste non sono buone notizie per il leader della Lega. Non ci sono programmi nè proposte. Solo attacchi personali. “Chi ha tradito l'Europa, il sogno dei padri fondatori, di De Gaulle e De Gasperi? I Merkel, i Macron, i Soros, gli Juncker, che hanno costruito l'Europa della finanza e dell'immigrazione incontrollata”. Un solo progetto, verrebbe da dire: chiudere i confini, respingere i flussi migratori. George Meuthen di Alternative fur Deutschland (Afd) ha evocato la “fortezza europea”, Le Pen la “rivoluzione pacifica per riconquistare l’Europa”. L'olandese Geert Wilders ha ripetuto “basta immigrazione, basta Islam”. Nessuno si è, neppure per sbaglio, posto il problema di un piano europeo per redistribuire i migranti che arrivano dal mare. O anche via terra. Di come favorire e gestire eventuali rimpatri. Per non parlare dei dossier economici, del dumping fiscale, del sistema di affidamento dei fondi europei. Forse che sarebbe l’ora di cambiare criteri e le voci di spesa? Temi molti sentiti dai cittadini ma totalmente assenti dal palco di piazza del Duomo. E non solo.

Ironia e striscioni

Tra gli indicatori di un mezzo flop e di un clima che sta cambiando - dopo il caso Siri - Salvini ha dovuto contare la vera e propria gara che si è scatenata in giro per il paese dove ormai è una sfida a chi si fa sequestrare lo striscione e il lenzuolo appeso. A parte Zorro “restituito” (nella biografia di Altaforte Salvini racconta di aver subito qualche sopruso da bambino e tra questi il furto del pupazzetto Zorro), ieri Milano e nei giorni scorsi tante altre città hanno liberato la fantasia e appeso decine e decine di striscioni a terrazze e finestre per vedere se le forze dell’ordine avessero avuto nuovamente il coraggio di staccarli. S’è letto di tutto, “Salvini togli anche questo”, “Chi di barcone ferisce, di balcone perisce”, “vediamo se riescono ad arrivare fin quassù…”. Ieri ne è stato staccato uno solo che accostava il ministro dell’Interno a meccanismi di mafia. Ma non è mai un buon segno per un leader politico diventare oggetto pesante della satira. Il numero dei selfie è ancora infinitamente più grande. Ma anche Salvini ha capito che qualcosa si è rotto nella sintonia con gli altri. E certi acuti come “sono pronto a dare la vita per l’Italia”, l’emozione per essere “sotto la Madonnina”, il gesto del rosario (la prima volta fu stupore, adesso sa di già visto), fino a quel paragone tra Francesco e Wojtyla e Ratzinger, dove gli ultimi due si che “difendevano le radici cristiane d’Europa”, hanno avuto il sapore dell’eccesso, di chi ha perso un po’ di lucidità. Se non di un momento, almeno di un passaggio difficile per la Lega di Salvini.

Il cdm fantasma

Resta ancora una settimana di campagna elettorale. Lunghissima. Il leader della Lega ha due/tre incontri al giorno. Tranne lunedì, dedicato al Consiglio dei ministri che deve approvare il decreto sicurezza bis, quello che esautora il ministro Toninelli dalla gestione dei porti e delle acque e chiude definitivamente i porti. Di Maio vuole rinviare. Il premier Conte sta facendo di tutto per non convocare la riunione del governo. In ogni caso Salvini è win win: se non approvano il decreto può accusare tutti di “non difendere l’Italia dall’invasione”; se lo approvano ha un altro feticcio da sventolare.
La piazza di Milano può essere archiviata in fretta. L’ultimo miglio di una maratona può essere il più difficile. Sempre che dopo il traguardo non arrivi poi una di quelle sorprese giudiziarie di cui tanto di parla e si vocifera in ambienti vicini alla Lega.