Nel Pd aleggia il tema del "congresso" e quello della "svolta a sinistra" di Letta. Gli ex renziani battono in ritirata

Il segretario dem dice che non solo la coalizione del centrosinistra, "ma anche" il Pd va "allargato". Come? Col progetto delle "Agorà democratiche"

Il segretario del Pd Enrico Letta (Ansa)
Il segretario del Pd Enrico Letta (Ansa)

Congresso? E quando? E per fare cosa? E chi si candida? E prima o dopo le elezioni politiche? E con le primarie? Ma per eleggere il segretario? Ma non c’è Letta? Oppure a tesi, di programma? La discussione, a metterla così, appare assai lunare, ma stabilito e dato atto che il Pd non solo è l’unico partito politico italiano – e tra i pochi, in Europa – che elegge i propri vertici ‘dal basso’ verso ‘l’alto’ – e non solo il segretario, ma tutti - ed è anche l’unico partito italiano la cui leadership è, in fondo, sempre ‘contendibile’ (provate a pronunciare la parola ‘congresso’ dentro la Lega, FdI, FI o altri partiti minori, per non dire dei 5Stelle: una risata vi e li seppellirà), forse, anzi, fin ‘troppo’ contendibile (11 segretari in tredici anni di vita sono un record, in negativo), resta che, pur se sottotraccia, se ne parla eccome. Ora, però, prima di perdersi nel fitto ginepraio di quando, come e perché si dovrebbero tenere le nuove assisi congressuali del Partito democratico (“Nel nome è scritto il suo destino”, disse, forse come sempre colto da buonismo, il fondatore, tessera n. 1, Walter Veltroni), conviene fare un gioco e provare di capire dove vuole ‘andare a parare’ il ‘nuovo’ Pd di Letta.

Alcuni indizi stile Settimana enigmistica

In fondo, come sempre quando si parla di Pd, basta ‘unire i puntini’, vecchio, insuperato gioco d’ingegno della mitica Settimana enigmistica. E allora proviamo a metterli insieme, questi puntini che partono da Letta, passano per Zingaretti (e per Bersani), ma anche per il ‘caso Bologna’ e l’epurazione, almeno in loco, degli ex renziani, e finiscono con i proclami di battaglia della sinistra interna, quella di Orlando&Provenzano&altri…
C’è Enrico Letta che, alle suppletive del collegio uninominale di Siena, dove si presenta come candidato unico del centrosinistra, ‘non’ schiera il simbolo elettorale del Pd, ma uno – assai anonimo – dove campeggia solo la scritta “Con Letta” e nessun simbolo di nessun partito, un po’ come dire: ‘aggiungetelo voi, il nuovo simbolo, cari elettori, che quello del Pd ha assai stancato’.

Lo sforzo (encomiabile) delle Agorà dem

Lo stesso segretario dem che dice, giustamente dal suo punto di vista, che non solo la coalizione del centrosinistra, ‘ma anche’ il Pd va “allargato”. Come? Col progetto delle ‘Agorà democratiche’ proprio quello sta tentando di fare. Idea, e progetto, nobile, al di là degli sfottò altrui sulle modalità ‘4.0’ di svolgimento delle ‘Agorà’ (non esiste, in Italia, un altro partito che compia, per mesi, e in tutti i luoghi italici, uno sforzo simile), ma che ricade nel ‘vizio’ di ‘allargare’/‘guardare’ solo e soltanto ‘alla sinistra’ del Pd. Infatti, chi ha espresso, per primo, entusiasmo e partecipazione, alle ‘Agorà democratiche’? Il segretario di Art. 1, Roberto Speranza, che non vede l’ora di rientrare dalla porta dopo averla sbattuta ed essere uscito ma dalla finestra, con Leu dal Pd di Renzi. Per non dire delle eminenti ‘personalità’ scelta da Letta in persona in qualità di ‘osservatori’ non dell’Onu ma del percorso che faranno le Agorà. Ne fanno parte tre donne e tre uomini “che rappresentano - spiega il segretario - la fiducia nel nostro sforzo di allargamento e di costruzione di un campo più largo e vincente per rappresentare un impegno plurale”. Tra i ‘garanti’ o ‘osservatori’, Gianrico Carofiglio, Annamaria Furlan, Andrea Riccardi, Monica Frassoni, Carlo Cottarelli ed Elly Schlein. Tranne due come Furlan e Cottarelli, tutti molti ‘de sinistra’.
Da qui alle Politiche, però, c'è l'appuntamento di 'mid term' del 3 e 4 ottobre, le elezioni comunali. Letta sa, e lo dice apertamente, che “nelle grandi città siamo da medaglia d’oro (nel senso che il centrosinistra è davanti al centrodestra quasi dappertutto, ndr.), ma che in altre città siamo da medaglia di bronzo (nel senso che il Pd è in evidente difficoltà, ndr.)”, riconosce, con lungimiranza e onestà, Letta, quindi l’impegno da profondere sarà “massimo”.

Detto questo, però, se Letta vincerà – come ormai sembra probabile – non solo la sfida ‘personale’ in quel di Siena, ma pure città importanti e grandi come Milano e Bologna (forse già al primo turno), Roma e Napoli (più facile al ballottaggio) rischiando di perdere – ma neppure è detto – solo Torino e Trieste, beh, come dice un deputato dem, con malcelato astio, “e chi lo schioda più dalla poltrona di segretario? Sarà lui a guidare il Pd sia nella lotteria per il nuovo capo dello Stato che, anche, alle prossime elezioni politiche”. E il congresso? “Sarà un atto pleonastico”, chiosa, nel senso che “nessuno avrà il coraggio di sfidarlo”.

Il manifesto di Zingaretti e il sogno di Bersani

Ma, tornando ai ‘puntini’ da unire, c’è anche un ex segretario del Pd, l’ultimo in ordine temporale, Nicola Zingaretti, che si era ritirato a fare ‘solo’ il governatore (del Lazio), ma che ora pubblica, sul quotidiano Il Foglio (giornale liberal e moderato) un manifesto, la cui parola d’ordine è “No a un partito subalterno”, e articolo in cui afferma che “è ora di combattere contro la scorciatoia identitaria del no e contro la politica che costruisce consenso parlando male degli altri”. Zinga tira diverse stoccate sia ai centristi – Iv, Azione, etc. – sia contro gli ex renziani dem dicendo che “occorre non confondere il riformismo giusto e utile a cambiare i rapporti di forza nella società con il ‘fighettismo’ (sic)” e che – sempre rivolto a loro, ai ‘nemici’ renziani ed ex – aggiunge: “Lo sforzo di Letta sia accompagnato da un impegno collettivo non furbesco, privo di silenzi calcolati” (ce l’ha con loro, quelli di Br, e se ‘loro’ non lo vogliono capire, da un certo punto in poi, è problema loro). Poi, già che c’è, Zinga difende l’operato del governo Conte 2 (e non, per capirci, dell’attuale, Draghi, ma questa sarebbe un'altra storia…) e invoca un ‘nuovo’ centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2023. Appuntamento cui si prepara anche un altro big, ed ex segretario del Pd, peraltro storico e acerrimo nemico di Renzi e degli ex renziani, cui imputa ogni male, Pier Luigi Bersani, oggi ‘nume tutelare’ di Art. 1, che chiede – ma, a onor del vero, lo fa da tempo… - “una sinistra che si ricompone su un programma nuovo”. “Il fratello maggiore, il Pd, - è la proposta di Bersani – chiami tutti quelli che si sentono progressisti, di sinistra, si elabori un programma fondamentale nuovo, con quelli che partecipano si discuta l'esito politico” e, ovvio, “ci si allei con i 5Stelle che ormai la loro scelta di campo l’hanno fatta”. Guarda caso, la stessa, identica, prospettiva indicata da Zingaretti (sua una definizione celebre, “Conte è un fortissimo riferimento dei progressisti italiani ed europei”…) teorizzata dall’unico pensatore che, a sinistra, la sinistra possiede, e cioè il romano Goffredo Bettini, consigliori di Conte, Zingaretti&Letta, il quale, guarda caso, la sua corrente l’ha chiamata – e molto prima dell’idea di Letta – ‘Agorà’...

‘Svolta’ a sinistra per costruisce una ‘Cosa 3’?

Da non sottovalutare, inoltre, c’è la sinistra interna del Pd, pur frastagliata in ben tre correnti. Quella degli ex zingarettiani, che hanno lanciato ‘Proxima’ con, tra gli altri, Nicola Oddati, l’ex responsabile comunicazione, Marco Furfaro, l’ex responsabile lavoro Marco Miccoli, e Stefano Vaccari (che è rimasto responsabile dell’organizzazione del Pd anche con Letta). Quella dell’ex ministro Paola de Micheli, che invece ha fondato “Rigenerazione democratica”. E quella dell’ex area Orlando, ‘Dems’, che ora vede, sulla tolda di comando, non solo l’attuale ministro del Lavoro, ma anche un ex ministro, Giuseppe Provenzano, ex enfant prodige del ‘riformismo’ (di destra) di Emanuele Macaluso, e che ogni giorno che passa si fa più battagliero.
“Il segretario del Pd lo vedo tutti i giorni – ha spiegato giorni fa, a una Festa, Provenzano - io faccio la mia parte per spingere più a sinistra questo partito. Lui è impegnato in una battaglia che ci vede tutti insieme per provare a cambiare il clima politico del Paese e provare a dimostrare che da questa fase non è un destino ineluttabile quello di uscire a destra come qualcuno vorrebbe raccontare, anche perché siamo di fronte alla peggiore destra della storia repubblicana. Noi abbiamo il dovere di mettere in campo un'alternativa vincente. Io credo che tra mille limiti e difficoltà lo stiamo facendo e pagherà”.

‘Pulizia etnica’ contro i riformisti ex renziani

Ma poi, tornando a Bersani, sulla prospettiva politica, continua così: “Un partitone? Una federazione? Un Ulivo 2? Si vedrà, ma soprattutto si parta dallo ‘schema Bologna’…”. E quale sarà mai lo ‘schema Bologna’? Ecco, trattasi di una vera e propria ‘pulizia etnica’ – o, quantomeno, di una chirurgica epurazione - operata dal candidato uscito vincente dalle primarie, il ‘rosso’ Matteo Lepore, che ha espunto dalle liste che lo appoggiano, con il pieno e convinto appoggio del Nazareno, tutti quelli che hanno appoggiato la sua rivale, alle primarie, la renziana Isabella Conti. E chi sono, i ‘vili’
Ovviamente, sono gli esponenti locali (due assessori uscenti su tutti, Aitini e Gerli) di Base riformista, cioè sempre di quella parte politica che, nel Pd, è diventata il ‘nemico pubblico n. 1’, il “cancro da estirpare”, il “cavallo di Troia di Renzi” per dirla con Matteo Sartori, leader delle Sardine e candidato, tra squillar di trombe, nelle liste del Pd proprio per le comunali di Bologna.

Br, timida e guardinga, per ora ‘non’ si muove

Poi, certo, quelli di ‘Br’ (l’acronimo più infelice nella storia delle correnti di partito italiane, pure questo va detto), hanno protestato, debolmente e civilmente, con Lepore, e direttamente con Letta. Risultati? Zero. Fuori dalle liste stavano e fuori dalle liste, almeno a Bologna, sono rimasti ora. Sempre loro, gli ex renziani, si muovono timidi, guardinghi e pure assai spaventati: hanno il sentore, che, con il passare dei mesi rischia di diventare una certezza, che Letta - il quale solo a sentire qualsiasi cosa pur vagamente assimilabile al cognome ‘Renzi’ mette mano alla pistola – voglia procedere allo stesso modo, alle prossime politiche. Un po’ con la scusa che gli ex renziani sono ‘troppi’ (hanno la larga maggioranza dentro gli attuali gruppi parlamentari) e i posti che, in futuro, verranno assegnati saranno assai pochi (causa il taglio del numero dei parlamentari ma anche causa le percentuali di un Pd che, ad oggi, non si schioda dal mediocre 18-20% di Renzi), un po’ con la necessità – legittima per ogni segretario che aspira a gruppi parlamentari fedeli ed omogenei – di promuovere i ‘propri’ uomini, un po’ con la fisiologica necessità dell’ormai noto – una vera ‘sòla’, per gli uscenti – rinnovamento che, a ogni elezione, bisogna pur apportare, nelle liste, per non dire dell’altro mantra, quello della ‘apertura’ delle liste alla mitica ‘società civile’, ecco che il numero dei parlamentari di Br (52 in tutto: 35 deputati e venti senatori) si dovrà, volenti o nolenti i medesimi, assottigliare. In sintesi, facendo due rapidi conti, pur se a spanne, su 52 e rotti parlamentari di Br – per non dire di altre anime perse, vagule et blandule che si sono radunate sotto le insegne di Delrio e della Serracchiani, sempre sul lato riformista - se ne verrà ricandidata, con Letta segretario, una decina, tra Camera e Senato, sarà un miracolo, ma per loro sarà anche una falcidia stile cavalleria inglese contro cannoni russi a Balaclava, Crimea. In ogni caso, per non sbagliarsi e per non fare passi falsi, quelli di Br credono, sbagliando assai, che sia molto meglio queta non movere, e cioè non fare nulla che possa anche solo ‘impensierire’ o, figurarsi, ‘indispettire’ l’attuale segretario.

Ecco perché, davanti alle prime voci, trapelate ieri sul Riformista, a firma di Claudia Fusani, di una ‘conta’ congressuale, il coordinatore della corrente capitanata da Lotti e Guerini, il ‘diplomatico’, per vocazione, studi e scelta, Alessandro Alfieri, ha reagito in modo stizzito di fronte anche solo all’idea che la sua area politica possa o voglia chiedere un congresso anticipato: “È perfino banale doverlo ripetere. Ogni cosa ha il suo tempo. E noi ora -dice il senatore Alfieri all'Adnkronos - siamo tutti concentrati a sostenere i candidati del Pd alle elezioni comunali e a fare il meglio possibile per sostenere il governo. C'è chi punta a creare inutili tensioni, ma noi non intendiamo prestarci a certi giochetti. Siamo tutti impegnati a far sì che il Pd faccia il miglior risultato possibile alle amministrative”. Traduzione: tranquillo, Enrico, non abbiamo alcuna intenzione di ‘disturbare il manovratore’, tantomeno chiedendo un congresso anticipato.

Ma di congresso, nel Pd, si parla eccome…

Ma, al di là del fatto che, nel mentre che Letta veniva eletto segretario – appena a febbraio scorso – proprio dalle parti di Br si invocava, in modo aperto, un ‘percorso congressuale’ (lo fece, all’epoca, Andrea Romano e vari altri) e al di là del fatto che il ‘cannoneggiamento’ al segretario, il consueto ‘tiro al piccione’ in cui, dentro il Pd, sono esperti e bravissimi, per ‘scelta di vita’, un po’ tutti, è iniziato proprio dalle parti di Br, e da allora – altro che ‘luna di miele’ – mai è cessato, va detto che, però, di congresso si parla eccome. Solo che, per parlarne, bisogna farsi venire un… forte mal di testa perché si entra nel ‘magico’ mondo dell’infernale regolamento congressuale che sovraintende, per Statuto, stabilito nel 2008 e più volte ritoccato, negli anni, alle assise dei dem.

Le decisioni dell’assemblea ‘telematica’ del Pd

L’altra sera, in ogni caso, si è conclusa l’assemblea nazionale telematica del Pd, per il resto passata indenne e indolore, sulla stampa. All’ordine del giorno c’era ‘anche’ la ratifica di alcune indicazioni pervenute dalla Commissione di garanzia sullo Statuto. In particolare, è stato chiesto di specificare numero massimo e minimo dei componenti della Segreteria nazionale (fatto) e di specificare meglio i termini di indizione del congresso, sia ordinario che straordinario. In pratica, si chiedeva di confermare in via ufficiale che il congresso ordinario verrà indetto sei mesi prima della scadenza del mandato del segretario. E poiché Letta, subentrato a Zingaretti a febbraio di quest’anno, è in scadenza a marzo 2023 (quattro anni ‘dura’ un segretario, nel Pd, per Statuto, significa che il congresso del Pd deve tenersi nel prossimo autunno, cioè a fine 2022. La questione, al di là dei tecnicismi congressuali, è molto politica perché riguarda, in sintesi, la sopravvivenza politica di un’intera corrente del Pd, Base riformista, gli ex renziani che non hanno seguito Renzi e a cui non piace affatto l’abbraccio con Conte e il M5s. 
E così, mentre sul proscenio della politica va in onda il ‘braccio di ferro’ tra Lega e Pd nella maggioranza di governo, “nella vita parallela dei partiti si scopre che il popolo del Pd, o forse sarebbe meglio dire le sue correnti, sono di nuovo alle prese con l’eterno congresso del partito e che, forse, non hanno mai smesso di lavorarci.

La modifica, cioè una sua maggiore e migliore esplicitazione, riguarda l’articolo 8, comma 2 dello Statuto che recita così: “Il presidente dell’Assemblea nazionale indice l’elezione dell’assemblea e del segretario nazionale sei mesi prima della scadenza del mandato del segretario in carica”. La votazione, telematica, si è conclusa ieri in serata ed è passa, a larghissima maggioranza, la modifica richiesta: esplicitare meglio che il congresso va indetto sei mesi prima della fine del mandato del segretario.

L’ultima speranza dei riformisti è convincere Bonaccini a scendere in campo ‘contro’ Letta

E, guarda caso, il congresso a ottobre 2022 è proprio il pallino di Base Riformista, convinta che eleggere entro il prossimo anno un nuovo segretario sia l’unica garanzia, almeno per qualcuno di loro, di poter tornare in Parlamento e mantenere il Pd ‘ancorato’ al profilo riformista delle origini.  Un congresso a scadenza naturale (marzo 2023) avrebbe voluto dire, invece, che le liste e la scelta dei candidati sarà un’esclusiva di Letta che, come detto, farà di tutto, per vari motivi, per azzerare quelli di Br alle elezioni. Br è convinta anche che, nonostante alcune mosse ‘scomposte’ dei vari attori in campo, la legislatura andrà avanti fino a scadenza naturale (marzo 2023) e che, alle assisi congressuali, che dunque si terranno ‘prima’ della fine legislatura, possa avere filo da tessere, magari convincendo l’attuale governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, a candidarsi ‘contro’ Letta. Ma contro un segretario che avrà vinto le elezioni amministrative di ottobre e che si giocherà, stando pure presente lui stesso in Parlamento, il ‘Grande Gioco’, l’elezione del Capo dello Stato, conviene e/o converrà a Bonaccini candidarsi? Lo scopriremo, come diceva quello, ‘solo vivendo’. La sola cosa certa è che, col Pd, non ci si annoia. Mai.