[il caso] Nel Pd scoppia la questione rosa: neppure una candidata alle primarie. Poche anche nella coalizione

Si chiudono domani le liste per le primarie del 20 giugno. Tutti i passi indietro delle candidate: il caso Cirinnà a Roma; Isabella Conti a Bologna, Pentenero a Torino. Fedeli (Pd): “Ennesima occasione sprecata. Il problema è anche nostro”. Di Giorgi: “Una candidatura va costruita nel temo e questo non avviene”

[il caso] Nel Pd scoppia la questione rosa: neppure una candidata alle primarie. Poche anche nella coalizione

Il tempo scade domani, 24 ore. E poi sarà ufficiale: alla primarie del centrosinistra in calendario il 20 giugno non parteciperà neppure una candidata in forza al Pd. E sono poche unità, stanno su una mano, quelle in forza alla coalizione. Stiamo parlando delle città più grandi. Perchè poi invece nei piccoli comuni il centrosinistra, e soprattutto il Pd, è abilissimo nel trovare e lanciare ottime candidate che poi diventano sindaco. La “criticità” - chiamiamola così - è emersa già la scorsa settimana. Da allora è scattata una sorta di caccia alla candidata che per fortuna non ha sortito effetti. Per prima cosa perchè non ci si improvvisa candidato sindaco di una grande città così su due piedi. E poi perchè nessuna ha accettato di andare a fare la figurante di un gioco già deciso e scritto. E dire che il segretario dem Enrico Letta aveva avviato bene l’incarico imponendo due donne alla guida dei gruppi parlamentari, Simona Malpezzi e Debora Serracchiani. Poco prima aveva indicato come sua vice Irene Tinagli.  

Persino il centrodestra vince a mani basse

La rivoluzione rosa però è finita qui: il governo, quando è arrivato Letta, ormai aveva giurato e il Pd è l’unico partito senza un ministro donna. Le amministrative di ottobre dovevano essere l’occasione del grande riscatto al femminile. Sono invece, per usare le parole della senatrice Valeria Fedeli, “l’ennesima occasione sprecata”. Tutto questo a fronte di un centrodestra che, da questo punto di vista, vince di parecchie lunghezze pur non vantando nella sua storia grandi battaglia di genere. Giusto per fare un elenco: la leader di Fratelli d’Italia è Giorgia Meloni che è anche l’unica al momento che può legittimamente ambire a diventare premier; la prima presidente donna del Senato è la senatrice di Forza Italia Maria Elisabetta Alberti Casellati; sempre Forza Italia ha avuto due capigruppo donne - Anna Maria Bernini a palazzo Madama e Mariangela Gelmini alla Camera che ha lasciato il posto al collega Occhiuto solo per diventare titolare di un ministro chiave in questa fase come quello degli Affari regionali; sempre di Forza Italia è la ministra per il Sud Mara Carfagna. Infine la Lega: di tutto si può dire a Matteo Salvini ma non certo di non aver valorizzato politiche donne. E’ della Lega la presidente della regione Umbria Donatella Tesei. Salvini ha difeso con le unghie e con i denti, non senza polemiche, le candidate alla guida della regione Emilia Romagna (Lucia Borgonzoni) e della regione Toscana (Stefania Ceccardi). Non hanno vinto ma hanno condotto fino in fondo battaglie più che onorevoli supportare senza se e senza ma dai propri partiti. Nella terna di governo c’è il ministro donna (Erika Stefani). L’ultimo asso potrebbe calarlo nella Capitale: il nome della senatrice Giulia Bongiorno è uno di quelli che potrebbe essere indicato per la corsa al Campidoglio. La penalista che assiste Salvini nei processi per sequestro di persona a Palermo (dove ha vinto) e a Catania (dove invece andrà a giudizio) ma anche la ragazza vittima dello stupro per cui è indagato il figlio di Beppe Grillo rinuncerebbe con grande difficoltà alla sua carriera di penalista. Ma non c’è dubbio che il suo nome potrebbe fare la differenza nella corsa al Campidoglio perchè incontrerebbe facilmente i favori non solo dell’elettorato di centrodestra.  

Fedeli (Pd): “Il problema non è sempre e solo nel partito”

Se fosse una partita di tennis, il centrodestra vincerebbe 60/60 la battaglia sulla rappresentanza di genere. Il capitolo amministrative è tutto da raccontare. Diciamo subito che in questo caso il fallimento dell’alleanza politica con i 5 Stelle non ha condizionato la situazione, nè in meglio nè in peggio. Era impossibile sperare di far convergere il Pd sul nome di Virginia Raggi a Roma e su quello di Chiara Appendino a Torino. Troppi gli odi alimentati in questi anni sulla sindaca 5 Stelle della Capitale. Così come insuperabile l’ intolleranza tra Appendino (che Di Maio sta cercando di convincere per il bis) e gli apparati locali del Pd. Solo a livello di governo e in nome dell’interesse nazionale potevano essere messi da parte insulti, offese, minacce. Dunque il Pd ha fatto tutto da solo. Sempre per citare la senatrice Fedeli, “il problema non è solo nel partito ma anche nelle donne di questo partito. Pare che se non ti scelgono dall’alto, gli uomini, noi donne non siamo in grado, non abbiano la forza di provarci. E’ su questo che ci dobbiamo interrogare”. Fedeli fu la prima a twittare il 13 febbraio mettendo il dito nella piaga: “Neppure una donna ministro nella delegazione Pd”. Ha sollevato un vespaio che ancora non si placa. La questione del genere, nel Pd, è nata quel giorno ed è ben lontana dall’essere risolta. “Il problema - spiega - è che le donne non scelgono di costruire la loro forza e quindi il loro futuro politico. Prevale ancora una cultura di subalternità ai capi e al tempo stesso non costruiscono consenso accanto a te. Parliamoci chiaro: la candidatura a sindaco di una grande città va costruita nel tempo e non improvvisata. Altrimenti vai a fare la figurina”. Con Marianna Madia, Fedeli è stata molto attiva in questo giorni per evitare “l’effetto figurina”.  

Lo scontro nella Capitale , il caso Cirinnà

Sia come sia, le primarie di coalizione di Roma vedono in campo l’ex ministro Gualtieri, il giovane Tobia Zevi, Paolo Ciani, Giovanni Caudo, minisindaco del III municipio, l’onorevole Stefano Fassina, Cristina Gancio, ex 5 Stelle ora in corsa per il Psi e, ultima arrivata, si fa il nome di Imma Battaglia, storica militante del movimento Lgbt già in consiglio comunale ai tempi della giunta Marino e candidata della sinistra civica. L’ufficializzazione sarà oggi.

A Roma, a dir la verità, una candidata c’era ed era a suo modo perfetta: la senatrice Monica Cirinnà. Si è ritirata una settimana fa e si è messa a disposizione nella squadra di Gualtieri, l’ex ministro che è il candidato prescelto dal Nazareno, colui che getta ombre su queste primarie sollevando il dubbio fastidioso che siano false. In un’intervista pubblicata ieri scopriamo che Cirinnà ha lasciato perchè “ho accolto l’appello all’unità dei vertici del partito”. In pratica Gualtieri, a cui già è toccato in sorte di stare appeso un mese intanto che i 5 stelle decidevano cosa fare e quindi anche Zingaretti (che continua ad essere il preferito nei sondaggi, ma lui non ci vuole provare per timore di perdere la regione per vendetta dei 5 Stelle) avrebbe fatto arrivare ai vertici il desiderio di togliere di mezzo ogni altro candidato Pd per concentrare i voti su di sè. A quel punto Cirinnà ha ubbidito. Qualora Gualtieri ce le dovesse fare, a lei toccherà con buona probabilità di fare il vicesindaco.  

Un altro passo indietro

A Torino è successa una cosa simile. Anche qui l’alleanza con i 5 Stelle è scoppiata tra le mani. Ognuno per conto suo. Se poi ci dovesse essere il ballottaggio, si vedrà. I candidati al momento sono quattro: Stefano Lo Russo, Enzo Lavolta, Francesco Tresso e Igor Boni. Proprio ieri Italia viva ha deciso di avanzare una propria candidatura (Davide Ricca) e come Azione e i Moderati ha sempre dichiarato di ritenere inaccettabile qualsiasi alleanza con il M5S per le amministrative e si sono sempre detti pronti a non correre con il Pd, nel caso di un eventuale asse giallorosso. Diciamo subito che la sfida è tra Lo Russo, area Piero Fassino, orfano di un’alleanza con i 5 Stelle e subito pronto ad attivarla, e Lavolta che è il nome ufficiale messo in campo dal partito. La candidata donna si chiama Gianna Pentenero, è stata sindaco di Casalborgone e la scorsa settimana, anche lei, ha fatto un passo indietro. Aveva chiesto al Pd di fare una sintesi sui nomi. Di fare una scelta. Il Pd va alle primarie diviso. Tutti uomini, anche lì.  

L’eccezione Bologna

L’eccezione alla tendenza azzurra - poco o nulla si sa ancora di Napoli ma tra i nomi che girano non c’è una donna - è a Bologna dove più di un mese fa Matteo Renzi ha indicato il nome di Isabella Conti, l’ottimo sindaco di San Lazzaro di Savena, una che ho lottato e vinto contro la dittatura delle cooperative, che ha messo asili gratis, e che al secondo mandato ha preso più dell’80% dei voti su 32 mila abitanti. Un ottimo sindaco, amata un po’ da tutti. Solo che è di Italia viva e non è stata scelta dal Pd. Renzi aveva chiesto a Letta, “convergiamo su di lei, è brava”. Ma il Pd è andato avanti con il suo schema che vedeva in campo prima i due ex assessori Matteo Lepore e Alberto Autieri (area Base riformista, ex renziani) ora è rimasto solo Lepore che si dice convinto di vincere a mani basse. Siccome contro la Conti il tema è stato finora “è renziana, quindi non va bene”, cancellando tutto quello che ha fatto, Isabella Conti ha lasciato tutte le cariche che aveva in Italia Viva. Col benestare di Matteo Renzi che, come ha spiegato ieri sera ospite di Porta a Porta, l’ha rassicurata: “Non verrò da te in campagna elettorale”. Ci si stupisce ogni volta di più di quanto l’antipatia possa fare premio nelle persone rispetto al merito, alle capacità e alla leadership di un politico, uomo o donna che sia. Morale della favola, la Conti che anche ieri ha definito i 5 Stelle “traditori, non li voglio”, sta facendo la sua campagna a Bologna, è seguita e sta tirando dalla sua parte pezzi grossi del Pd locale (ad esempio l’eurodeputata Elisabetta Gualmini). Lepore è convinto di vincere a mani basse. Ora però ha perso l’unico argomento che finora ha speso contro la sua competitor: “E’ renziana”. Merita invece sapere, come ha raccontato Conti, che fu Lepore a presentare la Conti a Renzi. Il Presidente della Regione Stefano Bonaccini benedice la competizione e dice: “Buone primarie a tutti, l’importante è che dal minuto dopo, andiamo tutti a spingere nella stessa parte”. E’ noto che Bonaccini ha grande stima di Isabella Conti. Intanto il Presidente ha suggerito al segretario Pd regionale di cancellare le primarie a Rimini. Per l’appunto lì lo scontro era tra un uomo e una donna. Ora si sta cercando “la terza via”.  

Il passo indietro delle donne

E’ ufficiale orami che nel Pd ci sia una questione di genere grossa come una casa. “Eppure siamo quelli che abbiamo in Statuto l’obbligo dell’alternanza, che abbiamo voluto le candidature al 50% uomini o donne” riflettono deputate e senatrici. La cultura delle pari opportunità nasce a sinistra ed è un valore fondante del Pd. Eppure fallisce quasi sempre nell’ultimo miglio, quando si tratta di scegliere il candidato che conta, il sindaco, il presidente di regione, il capo corrente o il candidato premier. Anche questa volta non si sono create le condizioni per donne che decidono di candidarsi. “C’è un problema con la leadership, il primo pensiero non è mai per una donna e questo vuol dire che ancora prevale una cultura maschilista, quasi che non si affidassero e non si fidassero della donna che resta sempre più libera rispetto ad un uomo” osservano le più giovani. Che, certo, ammettono di prendere anche poco l’iniziativa.

“Peccato - aggiunge la deputata Rosa Maria Di Giorgi - perchè su questo punto c’è stata da subito una grande disponibilità da parte del segretario Letta. Il problema è che scontiamo anni di finte aperture nei confronti delle donne. Anni di ritardo negli incarichi e nei posti di responsabilità e di visibilità. E’ così che si costruisce una leadership. Infatti le donne vanno benissimo nei comuni piccoli o negli incarichi operativi dove per entrare e vincere non è necessaria la visibilità”. E chissà che molte deputate e senatrici Pd non decidano proprio in questi giorni di buttarsi e iniziare a costruire oggi la strada per candidarsi tra uno o due anni. A guidare i grandi comuni e le regioni più importanti.