Il Pd in bolletta passa al recupero crediti: 120 morosi tra deputati e senatori. Ecco chi paga e chi no

Circa sessanta avrebbero già pagato, per ricandidarsi. Incognita sugli ex transitati in altri partiti: Bonifazi pronto ad adire le vie legali

Renzi e Bonifazi
TiscaliNews

E' ancora caldo il caso di Piero Grasso, l'ex presidente del Senato "bacchettato" dal tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, per il mancato versamento della quota dovuta al partito nel corso della legislatura. Se Grasso con una missiva ha risposto e giustificato la sua mancata contribuzione, è immaginabile che anche altri stiano affilando il pennino per dare il benservito al tesoriere del Pd. Ma sono tanti quelli che invece stanno mettendo amano al portafoglio: le liste per le elezioni sono ancora aperte. Nelle sue vesti inusuali di esattore, Bonifazi tiene il fiato sul collo di 120 morosi tra deputati e senatori che hanno mancato di versare i 1500 euro mensili dovuti al partito. 

Il deficit di 9 milioni di euro e il recupero crediti

Tutte le strade saranno tentate per recuperare i danari. Soldi quanto mai necessari perché il Partito Democratico versa in condizioni finanziarie difficili, con i suoi 9 milioni di euro di deficit conclamato, dovuto soprattutto alla fallimentare (e costosissima) campagna referendaria. E anche perché le cifre riportate a bilancio con il recupero crediti serviranno per  finanziare il fondo cassa integrazione per i 180 dipendenti del Pd che, come noto, rischiano il posto di lavoro.

Stando a quanto riferisce Il Corriere della sera però sono in tanti ad aver saldato proprio in questi giorni il debito. Complice il rischio di non essere ricandidati, hanno rimediato almeno in 60 fino a queste ore. Tra questi nomi eccellenti tra cui Matteo Richetti, responsabile comunicazione, che dovrebbe aver pagato 20 mila euro mancanti. Accanto a lui gioisce l'inventore degli 80 euro, Yoram Gutgeld, che occuperà di nuovo una casella in lista dopo aver restituito 55 mila euro in unica soluzione. La responsabile delle Feste dell'Unità, fedelissima di Renzi, Giuditta Pini, ha dovuto pagare 50 mila, mentre la deputata Simona Malpezzi ha scucito 43 mila euro.

Partiti in bolletta a caccia di soldi

Cifre di tutto riguardo, che in campagna elettorale sono vitali come il plasma per i vampiri. Tanto che il Pd, come anche altri partiti quali Forza Italia, Lega, Fratelli d'Italia, notoriamente in bolletta dopo la fine del Bengodi dei finanziamenti pubblici, potrebbe far versare un obolo a chi voglia essere candidato. In Forza Italia la somma da versare per occupare un posto in lista, a saldo tocca cifre che si aggirano tra i 40 mila e i 50 mila euro. 

In un panorama a tinte fosche come questo il recupero crediti è la prima operazione da mettere in campo. Costi quel che costi, querele comprese. Soprattutto se si parla dei trasfughi del Pd, coloro che sono fuggiti verso altri partiti. Come Ugo Sposetti, che a ben vedere non è l'ultimo arrivato: è colui che detiene le chiavi del tesoro immobiliare dell'ex Pci e che si è dileguato - confluendo in Mdp - lasciandosi dietro un buffo di 75 mila euro. Sposetti non solo, perché sono tanti i confluiti nella formazione guidata da Bersani e D'Alema, che non hanno saldato il conto. Molti ma non tutti: l'ex segretario Pd, Rossi ed Epifani non hanno lasciato debiti. 

Che dire poi di quelli che sono confluiti strada facendo nel Pd? Il Corsera cita Stefania Giannini. L'ex ministra dell'Istruzione, giunta alla corte renziana dopo aver lasciato Scelta Civica, avrebbe dimenticato di versare il dovuto: a suo carico ci sarebbe un ammanco di 40 mila euro.