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[Il retroscena] Il Pd non esiste più: tutte le colpe di Renzi. Errore per errore

L’ex leader ripete in modo ormai ossessivo il suo sbaglio del dicembre 2016: “Se perdo lascio la politica”, avevo detto, e invece è ancora intento a combattere. Umanamente è del tutto comprensibile: a poco più di quarant’anni è già un giovane reduce. La “strategia pop-corn”, l’ultima delle tante illusioni: mettersi in poltrona a “godersi lo spettacolo”, illudersi di cavalcare l’onda emotiva potente dell’anti-gialloverdismo (“A noi gli elettori hanno assegnato il compito dell’opposizione”), convincersi che prima o poi tornerà il suo momento

Pierangelo Sapegnodi Luca Telese, editorialista   
Matteo Renzi
Matteo Renzi

Sconfitto nelle sue ultime roccaforti, insidiato in quelle città dove era riuscito ad arginare la Caporetto nelle ultime elezioni politiche. Sconfitto in maniera devastante in Toscana, dopo esserlo stato in Umbria e in Emilia Romagna. Sconfitto a Massa, a Pisa, a Siena. Sconfitto ad Imola, nella (un tempo) rossissima Imola. Sconfitto in Sardegna, nella sfida simbolicamente importante di Assemini (dove avevano governato i vertici regionali del M5s). Governava in 59 comuni di quelli in cui si è votato, adesso sopravvive con difficoltà in appena 26. 

Il Partito Democratico perde quasi tutte le sfide importanti di queste elezioni amministrative, ed il guaio, per i suoi elettori è che le perde davvero male. Una sconfitta è sempre il prodotto di tanti diversi fattori, ma il primo è sotto gli occhi di tutti. Ormai è un dato acclarato, che si conferma ad ogni voto, compreso quello di domenica: il fatto che il Pd continua ad essere percepito dagli elettori come “il giochino” di Matteo Renzi, mette di fatto a rischio la sopravvivenza del partito e il suo ruolo. Il rischio di “pasokkizzazione” è dietro l’angolo, quello che è accaduto ai socialisti francesi potrebbe ripetersi in peggio ai dem italiani. 

Il primo punto, infatti, è questo. Dopo le elezioni politiche, ancora una volta l’ex segretario del Pd aveva annunciato (anche se “obtorto collo”) che avrebbe smesso di occuparsi del partito, come di solito fanno senza bisogno che glielo chieda nessuno tutti i leader sconfitti della sinistra in tutti i paesi del mondo (e soprattutto in Europa). Renzi non lo ha fatto, anzi. Ha imposto la sua linea sul governo, ha fermato platealmente l’incoronazione di un nuovo segretario nel partito, è arrivato addirittura a prendersi tutto lo spazio mediatico nel discorso della sfiducia al Senato. Risultato: tutta Italia avverte che il leader del partito, incarico a parte, è lui. Ognuno di questi passaggi non è stato indolore, ed è stato, a ben vedere, un danno di immagine per il Pd. In primo luogo quando Renzi ha temporeggiato sulle proprie dimissioni, auto-assegnandosi il ruolo di “garante della linea”. Poi quando è andato ospite da Fabio Fazio (si badi bene, non negli organismi dirigenti) per anticipare il dibattito della direzione e imponendo il suo veto a qualsiasi accordo in parlamento (il governo gialloverde di fatto è nato quel giorno). Poi quando ha costretto Martina a rinunciare ad essere eletto in Assemblea nazionale. “Tocca a me, stavolta tocca a me!”, aveva gridato speranzoso il reggente. Ma poi Renzi lo ha bloccato, in uno scenario folle, con i dirigenti convocati per eleggere il buio o leader costretti a tornare a casa. Reciproca elisione, caminetti, trattative, veleni. Immagine devastante. 

Il punto è tutto qui. L’ex leader ripete in modo ormai ossessivo il suo errore del dicembre 2016: “Se perdo lascio la politica”, avevo detto, e invece è ancora intento a combattere. Umanamente è del tutto comprensibile: a poco più di quarant’anni Renzi è già un giovane reduce. Non ha un lavoro (non ha mai lavorato in vita sua, se non nell’azienda di papà), non ha un piano B, non forse ha più una maggioranza nel partito (anche se grazie ai “nominati” del Rosatellum ha blindato i gruppi parlamentari con i suoi fedelissimi), ha sempre fatto soltanto politica, ha portato la sinistra italiana al suo minimo storico in un intero secolo di vita. Se se ne volesse andare, dove mai potrebbe andare, e a fare che? 

Ecco allora la “strategia pop-corn”, l’ultima delle tante illusioni: mettersi in poltrona a “godersi lo spettacolo”, illudersi di cavalcare l’onda emotiva potente dell’anti-gialloverdismo (“A noi gli elettori hanno assegnato il compito dell’opposizione”), convincersi che prima o poi passerà “à nuttata”, e tornerà il suo momento. Non è per questo, dopotutto, che ha accoltellato anche Paolo Gentiloni decapitando al momento delle candidature tutti i suoi uomini? Dandogli del “traditore” dopo il voto in alcune drammatiche conversazioni telefoniche? Rifiutandosi di indicarlo come premier in campagna elettorale (per coltivare fino all’ultimo la speranza di vincere, con un miracolo che lo riportasse a Palazzo Chigi?). Nessuna delle speranze crepuscolari del giglio magico si è realizzata. 

I pochi ma rumorosi fan applaudono, si spellano le mani sui social, alcuni operatori strategici della rete, volontari o organizzati, continuano a combattere e provano a dare l’idea di essere un frammento rappresentativo del corpo elettorale. Solo che poi, invece, ogni volta che si vota, la dura realtà torna a imporre la sua dittatura di buonsenso nel mondo dei sogni gigliati. 

Il padrone è diventato un “padroncino”, e l’epica “ditta” dei tempi di Pierluigi Bersani, oggi è stata ridotta ad essere un malinconico “chiosco”, come quel baracchino dei gelati che Renzi portò a Palazzo Chigi. Gli amici seri, come Oscar Farinetti, hanno consigliato da tempo all’uomo di Rignano di prendersi un sabbatico. Inutile, non ci sente. 

Il Pd è in agonia: dipendenti in cassa integrazione (perché le casse sono state dissestate dalla campagna renziana sul referendum, condotta con spese folli) sezioni chiuse, eletti ridotti al lumicino, sindaci un tempo radicati vengono travolti sul territorio come fuscelli. Intanto l’unico ramo di azienda florido sono le fondazioni parallele con in testa Eyu, che batte cassa tra vip e imprenditori - ironia della sorte - il nome di tre testate che si sono estinte durante la segreteria di Renzi. Il tesoriere Bonifazi, raggiunto da una richiesta di chiarimenti del Corriere della sera sui fondi incassati dal costruttore Parnasi, invece di rispondere ha denunciato il giornalista. Il Pd è all’opposizione ma non sa farla, perché si comporta sempre come se fosse al governo. Il Pd si sente psicologicamente a Palazzo Chigi, e non riesce a ritrovarsi in nessun luogo. Perde persino nelle roccaforti operaie (vedi Terni) dove il primo partito è la Lega. Resta dominante solo il cosiddetto partito Ztl (nel centro di alcune grandi capitali), ma per quanto? Tra il post-Bersanismo di Martina, tra il riformismo di Calenda e il governismo di Gentiloni Renzi si preoccupa che il partito gli riconsegni le chiavi di casa, magari attraverso un Avatar lealista come il buon Ettore Rosato. 

In questo Tsunami di sconfitte, ovviamente, conta (anche) il bisogno di alternanza, contano (anche) fattori locali, ma chiunque è stato sui territori ha avuto la percezione devastante della sconfitta come riverbero della scena nazionale. A Pisa il candidato sindaco chiedeva gridando in Piazza “Un voto per cacciare Maroni dal Viminale”, con un lapsus di cui si è accorto solo grazie dall’intervento di Walter Veltroni. 

Quello che ha fatto cadere le roccaforti rosse è un vento nazionale raccontato in modo concorde da cronisti, da sondaggisti, da politici che non si fanno accecare: ed è un vento che fa dire a parte del popolo di sinistra la frase che un tempo non poteva non sembrare eretica: “Piuttosto che questi, meglio Salvini”. Piuttosto che questi “meglio il M5s”. Mai come in questi mesi si è allargata la forbice tra la base e gli elettori che vivono nel mondo reale, e le presunte classi dirigenti dem che sperano di archiviare la catastrofe delle politiche con una quaresima. La demonizzazione dell’avversario gratifica il ceto politico, gasa la curva sud e i vibioni social del #senzadime, ma non conquista un voto. Mai come dopo queste amministrative il centrosinistra (che come coalizione non c’è) è stato ridotto al lumicino: dopo la sconfitta del 1994, il centrosinistra tenne nelle sue roccaforti. Dopo quella del 2001 andò addirittura in contropiede guadagnando comuni. Con la cosiddetta “Foto di Vasto” la sinistra vinse nel 75% dei comuni, e durante l’età di Bersani il centrosinistra arrivò a controllare tutte le regioni con l’unica esclusione delle ridotte della Lega nel Lombardo-Veneto.

Adesso il rapporto di forza si è ribaltato, e il secondo turno, che era l’Armageddon grazie a cui il Pd era diventato il partito “baricentrico” del sistema politico, lo vede oggi due volte tendenzialmente sconfitto: sia quando duella a destra che quando duella con il M5s. Se vuole tornare vincere ed evitare di scomparire, il Pd deve de-renzizzarsi sia nei gruppi dirigenti, sia nell’immagine, senza perdere un secondo. E deve farlo prima che sia troppo tardi.

 

Pierangelo Sapegnodi Luca Telese, editorialista   
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