[La polemica] Al capezzale del partito moribondo spinto sotto un camion. Con due milioni e mezzo di elettori scomparsi

Quando la piazza grida: “Unità! Unità!”, la domanda è: ma su cosa? Sul passato lepoldino o sul futuro enigmatico? Chi comanda al Nazareno? Finché la scena la ruba Renzi come si può produrre discontinuità? E finché non si ha il coraggio di dire dove (e su cosa) il governo di centrosinistra ha perso il contatto con il suo popolo, come si può pensare di recuperare quelli che se ne sono andati altrove?

[La polemica] Al capezzale del partito moribondo spinto sotto un camion. Con due milioni e mezzo di elettori scomparsi

Biip-dem. Forse i tanti militanti del Pd che si sono radunati ieri a piazza del Popolo piuttosto che sentire i discorsi avrebbero dovuto riguardare - come se fosse parte di un percorso terapeutico - l’ultima meravigliosa pantomima di Maurizio Crozza, intitolata (non a caso) “Invito a cena con delitto”. Il delitto in questione è quello ai danni del partito, che in questa scenetta amarissima è immaginato come un moribondo, malato terminale in un letto di ospedale. Il malato - biip... biip... - assiste sconcertato e muto alle discussioni che i dirigenti (non a caso quelli della famosa cena mai consumata), inquadrati dalla sua soggettiva, fanno al suo capezzale. Il tono è quello della comicità nera e cattivista, del tipo Lemmon e Mattahu, anche  “Week end con il morto”. E i protagonisti di queste chiacchiere ai danni del moribondo - tutti impersonati da Crozza - sono ovviamente i cloni di Matteo Renzi, di Paolo Gentiloni, di Carlo Calenda e Marco Minniti, i convitati della famosa cena, che pur senza essere stata celebrata è diventata tuttavia un fantastico simbolo del distacco elitistico dalla realtà delle cose (e del paese).

Si parte con le percentuali dei sondaggi - giocate in equivoco come se fossero i battiti cardiaci del paziente - e si procede con tutto il meglio del crozzismo caustico, in una pioggia di battute a raffica. Renzi vuole mettere fine all’agonia del malconcio (“Piuttosto che farlo vivere con Martina!”), Gentiloni è caritatevole e peloso con lui (“Capisce, capisce tutto tranne che il paese”), Minniti sfodera i suoi tormentoni sermoneggianti (“Non bisogna lasciare la parola ‘agonia’ alla destra!”) e il simil-Calenda risponde al simil Gentiloni che gli chiede se era nel glorioso Pci di Berlinguer : “No, io so’ de Confindustria, come Montezzemolo!”. Cult. Il finto Gentiloni sembra rimpiangere il vecchio partitone, e Renzi gli fa: “Ma tu non eri della Margherita come me?”. E lui, crisantemico: “Sì”. E Renzi: “Appunto”. Ari-Cult. 

Il simil Gentiloni guarda male il simil Renzi: “Ma voi non vi sentite un po’ responsabili di come si è ridotto?”. E qui c’è lo show di Renzi in stile Belushi: “Io?????”. Il finto-Calenda dice: “Ahó! Ma se con il referendum del 2016 lo hai spinto sotto un camion!”. E il simil Renzi: “non sono stato io!!’ Sono stati gli hacker russi, le Fake news, il Fatto quotidiano, le cavallette, quelli di Bersani... gli elettori che non mi hanno capitoooo!!!”. Lacrime coccodrillesche, pausa, tono peripatetico: “io... io lo amavo!”. Gli altri tre esplodono in una risataccia canaglia sincronizzata meravigliosa: “Ah ah ah!” (Anche noi da casa, ovvio). 

Si potrebbe continuare minuto per minuto perché c’é molta più sincerità in queste gag, che nella melassa dolciastra degli slogan dettati alla piazza: “Unità! Unità”. E nell’incredibile scioglilingua delle t-shirt buoniste e autoreferenziali («Noi siamo somma, non divisione»). E molta più cattiveria nel retropalco di Piazza del Popolo dove i giornalisti (leggere ad esempio la bella cronaca di Wanda Marra su Il Fatto), vedevano scorrere i veleni e registravano le cattiverie dei renziani contro Nicola Zingaretti e Maurizio Martina.

Dal palco ovviamente parlano anche loro, gli outsider esclusi dalla cena, ma la scena se la ruba tutta Renzi (quello vero) abile come sempre nelle battutine (“Conte è passato dall’essere avvocato del popolo a fare l’avvocato del suo portavoce”) e nel ritagliarsi il ruolo leader mediatico da protagonista che sovrasta gli altri sparandola più grossa. La linea dopotutto resta sempre una sola: mettersi sul divano con i popcorn, come detto (e smentito) dopo le politiche. 

Così quando la piazza grida “Unità! Unità!”, la domanda è: ma su cosa? Sul passato lepoldino o sul futuro enigmatico? Chi comanda al Nazareno? Finché la scena la ruba Renzi come si può produrre discontinuità? E finché non si ha il coraggio di dire dove (e su cosa) il governo di centrosinistra ha perso il contatto con il suo popolo, come si può pensare di recuperare quelli che se ne sono andati altrove? Il primo problema del Pd moribondo inizia ad essere aritmetico: forse una parte dei 30mila pulmanati di Piazza del Popolo può accettare le storielle, le battute e le ipocrisie da cena delle beffe. Ma gli altri 2 milioni e mezzo che da anni non votano più il moribondo del Nazareno, no. Tuttavia il popolo delle claque e delle tifoserie dem (virtuali) in questo momento sembra contare più del popolo degli elettori smarriti (e reali). 

Il malato continua a soffrire perché anche le parole di Martina si prestano al solito (finto) rito di facile contrizione: “Abbiamo capito la lezione,  voltiamo pagina”. Ecco, a ben vedere, al capezzale del malato terminale i convitati aggravano la situazione proprio perché capire la lezione e voltare pagina sono due cose che non stanno insieme. O l’una o l’altra. Voltare pagina senza cambiare rotta, voltare pagina senza fare i compiti. Se mio figlio volta pagina dopo aver fatto gli esercizi di francese sbagliati io lo faccio tornare indietro.

Nel Pd - invece - conviene a tutti fare il contrario, perché tutti i dirigenti di prima linea oggi hanno uno scheletrino nell’armadio. Nessuno può proclamare la discontinuità: sono stati al governo, al partito, nelle segreterie e nei vertici, e hanno tutti condiviso. Renzi appare più forte di loro perché in qualsiasi momento può dire a ciascuno dei suoi oppositori di oggi: “Scusa, ma tu dove stavi?”. E il dramma del Pd è che nel partito non c’è rimasto uno solo che possa rispondere: “Io quando tutto sembrava andare bene non ero d’accordo e ho pagato un prezzo per questo”. 

Così “Voltare pagina” senza dire dove si è sbagliato, significa continuare a sbagliare. Se perdi con il 18% non puoi dire “Ho capito” quando poi sul palco tornano gli stessi, se poi il morto prende per i piedi il vivo e lo porta a fondo con se. Finché “voltiamo pagina” diventa il modo eufemistico per non fare i conti con la sconfitta le pulsazioni del malato continuano a scendere come nella gag di Crozza. Biip... biip... biip... Renzi: “E’ al 17%?”. Calenda: “Al 16%, me sa...”. Poi passa il barelliere e fa: “Ahó, guardate che Mentana ha detto che sta al 15%!”. Si ride anche stavolta. Ma è un riso amarissimo.