Nel Pd è iniziata la ‘guerra di tutti contro tutti’. “Assalto al Cielo” sotto le insegne di Bonaccini

In discussione, il ‘profilo riformista’ e il futuro del partito. Nel mirino c’è ‘la linea’ (l’alleanza ‘strategica’ con M5s e LeU con Conte) e ‘i posti’ (la segreteria di Zingaretti e il ruolo del vicesegretario, e oggi ministro, Orlando)

Per Zingaretti è tempo di una rigenerazione del Pd (Foto Ansa)
Per Zingaretti è tempo di una rigenerazione del Pd (Foto Ansa)

“A la guerre comme a la guerre” sembra diventato il grido di battaglia – per ora non ancora esplosa, ma che erompe dalle aree che non si riconoscono nella segreteria Zingaretti. A prepararsi alla ‘guerra’ interna, e cioè alla richiesta di un congresso anticipato, dentro il Pd, sono da un lato soggetti politici storicamente, culturalmente e umanamente ‘miti’ (nel senso di non con un diavolo per capello o le zanne fuori da denti), ma anche soggetti politici diversi tra loro. 

Il ‘frente amplio’ che si vuole opporre al Nazareno 

Insomma, un frente amplio, si sarebbe detto nei Paesi della sinistra sudamericana degli anni Settanta, un po’ composito. Forse ‘troppo’ composito per poterlo tenere davvero unito. C’è il ‘partito dei sindaci’ (Gori a Bergamo, Nardella a Firenze, Decaro a Bari), che da giorni, anzi settimane, sparano a palle incatenate contro la linea di Zingaretti, quella ‘svolta gialla’, più che ‘rossa’, che vede il Pd cercare l’alleanza a tutti i costi e costi quel che costi con i 5Stelle. Poi c’è il partito dei governatori: in testa a tutti Stefano Bonaccini in Emilia-Romagna – probabile candidato alla segreteria di questo ‘fruente amplio’ che vuole unire tutti i ‘non’ zingarettiani - forse anche Eugenio Giani in Toscana. Non di certo Vincenzo De Luca, in Campania, ‘re’ e ‘sceriffo’ per conto suo, e Emiliano, in Puglia, schieratissimo con Zingaretti e con l’ex ministro Boccia

La novità è che sta per arrivare, come ‘fanteria pesante’, accanto alla ‘cavalleria leggera’ dei sindaci e governatori, anche Base Riformista. L’area politica degli ex renziani (definizione che, peraltro, loro vivono con forte fastidio), che fa capo al ministro alla Difesa, Lorenzo Guerini, e a Luca Lotti: erano “il braccio destro e il braccio sinistro” di Renzi, quando l’attuale leader di Iv dirigeva il Pd e reggeva le sorti del governo, poi hanno rotto con Renzi e la rottura, dalla nascita di Italia viva in poi – che ha cercato di portarsi via il più possibile i ‘pezzi pregiati’ di Br (l’acronimo più infelice nella storia delle correnti dem, questo va detto), è diventata, di fatto, insanabile, anche a livello personale. Insomma, checché ne pensino al Nazareno, dove vivono di ‘gomblotti’ orditi dietro le colonne del Transatlantico tra Renzi e i suoi ‘accoliti’ (così vengono definiti i renziani) e gli ex renziani oggi nel Pd, la verità è molto più banale. Renzi, con Lotti e Guerini, non si parlano praticamente più.

 “Br”, gli ex renziani che con Renzi hanno rotto i ponti 

Gli ultimi contatti, durante la crisi di governo del Conte 2, quella che ha preceduto la nascita del governo Draghi, sono stati sporadici e gelidi. In più, mentre Lotti – come è del resto sua abitudine, da sempre – non parla mai con nessuno, Guerini con Renzi ci ha parlato, una volta, dentro il Senato: il risultato della conversazione fu un disastro e, per la prima volta nella loro vita, storici amici del ministro alla Difesa hanno visto “Lorenzo perdere le staffe in modo così palese” ma l’oggetto dei suoi strali non era Zingaretti, ma Renzi

Insomma, la battaglia di ‘Br’ contro l’attuale direzione politica e filosofica, tattica e strategica, contenutistica e formale, diretta contro ‘la brutta piega’ presa dall’attuale dirigenza del Pd non è “un modo per far rientrare Renzi” modello ‘cavallo di Troia’, ma anzi gli ex renziani puntano a prendersi loro il partito in mano per coprire lo spazio che si è creato al centro, nell’area che va da FI a Iv e Azione (cioè tra Carfagna-Renzi-Calenda-Bonino), e risucchiarlo, riportarne ‘a casa’ i voti e i dirigenti da anni in libera uscita e che, ‘per colpa’ di Zingaretti, si sono allontanati dal Pd.

Manovra abile e raffinata quanto difficile e spregiudicata che non è affatto detto che riesca, anzi. Come dicono i ‘sinistri’ e sherpa dell’attuale leadership democrat “Guerini non ha capito che, così facendo, perderà i voti della sinistra e non guadagnerà quelli del centro. Una idea fallimentare”. 

Altre aree del Pd: Giovani turchi, Delrio, Franceschini 

Infine, in grande movimento, ci sono anche altre due aree ‘minori’ ma di spessore, dentro il Pd. Quella dei Giovani Turchi, guidati da Matteo Orfini, e l’area del capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, vicina ma distante dal Nazareno e anche dalla filiera del vecchio Pci-Pds-Ds. L’area di Delrio (personalità carismatica che, un tempo amico fraterno di Renzi con lui ha rotto in via irrimediabile) – e fino a ieri guidata dall’ex ministro, ed ex vicesegretario dem, Maurizio Martina, oggi andato a lavorare alla Fao: ‘Sinistra è cambiamento’ si chiamava quando si presentò al ultimo congresso, ottenendo peraltro un pessimo risultato – oggi ha scarso peso specifico dentro i territori e anche in Parlamento non è fortissima, ma gode del carisma e vive di luce riflessa di Delrio. Cattolico sociale impegnato, sincero nel profondo nella sua fede, a differenza di tanti cattolici, padre di nove figli, Delrio vive come un frate francescano. Va in giro in bicicletta, veste sempre con gli stessi vestiti ed ha una interpretazione ‘ultra-prodiana’, mondo da cui viene, della Politica che si può riassumere nel detto evangelico ‘il vostro dire sia ‘sì sì’ o ‘no no’, il resto è parola di Diavolo”. 

Infine, ovviamente, c’è l’ormai piccola, esigua, Area dem che fa capo al ministro alla Cultura, Dario Franceschini. In teoria alleato di Zingaretti, ‘Giu-Dario’, come lo chiama, da anni, il sito Dagospia (imperdibile, a dirla tutta, la parodia che Neri Marcorè fa di Franceschini su La 7 da Floris…), “aspetterà l’ultimo giorno per capire chi ha più chanche di vincere, poi assesterà la coltellata finale, quella di Giuda” dice chi gli vuole male in entrambi i fronti contrapposti. Certo è che, dati i suoi rapporti (ottimi) con Di Maio come con Bersani, e persino quelli ‘ritrovati’ con Renzi (i due, per indole e temperamento agli antipodi, si detestano), ma soprattutto dato il suo solidissimo rapporto con il Quirinale (Mattarella ne è una sorta di ‘zio’ affettuoso e saggio…), la scelta finale di Franceschini potrebbe far pendere la bilancia da una parte o dall’altra per chiunque voglia correre con qualche probabilità di successo alla segreteria. 

La risposta ‘imperiale’ del Nazareno: divide et impera 

In ogni caso, tutte queste aree, in modo diverso e a volte carsico, si stanno posizionando sempre più in chiave anti-Zingaretti, e anti-Orlando: si dicono nettamente contrari al concetto stesso di ‘alleanza dei progressisti’ con M5s e LeU, linea politica che l’ideologo di Zingaretti (e di Conte, che di tale alleanza dovrebbe essere, nei loro sogni, il leader ‘naturale’), Goffredo Bettini, propugna ormai da mesi. Al netto delle sue recenti, assai deboli, smentite, ovviamente.  

E anche se, dato che la capacità della sinistra di dividersi è sempre superiore al suo sforzo di unirsi, tutte queste aree potrebbero, se sommate, impensierire davvero il Nazareno, mentre – se divise – finire preda di una maggioranza forte, per quanto relativa, che le può battere una a una – negli organi interni come pure nelle sezioni e alle primarie aperte – secondo il vecchio detto, mai passato di moda, in politica, divide et impera. Insomma, tra gli zingarettiani come pure tra gli orlandiani – aree che, però, di recente si guardano sempre più come cane e gatto: mai fusesi davvero, le due diverse ‘declinazioni’ della sinistra dem sono ai ferri corti – la speranza è che i loro ‘nemici’ interni siano troppo d ivisi, e troppo deboli, specie tra territori, circoli e la mitica ‘base’, per riuscire a pensare seriamente di impensierire il ‘carro armato’ delle truppe che ancor oggi presidiano il Nazareno. Ma nella giornata di ieri, per scendere dai grandi scenari alla politica quotidiana, è stata un articolo di giornale a dar fuoco alle polveri e a provocare reazioni pesantissime, nelle aree non renziane del Pd, quella di Orlando alla Nazione

Galeotta fu l’intervista... Orlando parla alla Nazione e viene giù il putiferio. Gli ex renziani: “Ora hai stufato”. “Galeotta” infatti fu l’intervista che l’attuale ministro al Lavoro, e leader della sinistra interna del Pd, Andrea Orlando, ha dato alla direttrice della Nazione, Agnese Pini. Un’intervista che è piombata come una bomba in un terreno che, di suo, era già zeppo di mine come di cavalli di frisia.   “E’ stato un atto di guerra – dicono, in coro, esponenti di peso di Base riformista, diversi sindaci, ambienti vicini al governatore Bonaccini – ci addita come il nemico interno, le ‘quinte colonne’ di Renzi. Ora basta. Se Orlando e Zinga vogliono la guerra, avranno la guerra”.

 Alessandro Alfieri, coordinatore nazionale di Base riformista, con alle spalle una carriera da ‘diplomatico’ (vero) la mette giù più soft, ma il concetto non cambia: “Per ora dobbiamo mettere in condizione chi del Pd sta al governo di combattere il Covid, la crisi sociale, economica, e di lavorare al Recovery Plan. Poi, dobbiamo lavorare pancia a terra per vincere le future elezioni amministrative nelle grandi città coi candidati dem. Prima o poi, però, dovremo aprire una grande discussione, seria e profonda, sull’identità del Pd e sul suo ruolo futuro, coinvolgendo tutta la comunità del popolo democratico. Noi al profilo riformista non rinunceremo mai. Anzi, voglio sfidare il mondo di Iv, Azione e +Europa sul nostro terreno, a venire con noi e noi a rapportarci con loro”. 

Traduzione: Base riformista, che la prossima settimana terrà una sua assemblea di area, con i parlamentari e i dirigenti di base, sui territori, si appresta a chiedere un congresso anticipato, ma – spiegano fonti interne a Br – prima vogliamo parlarne tra noi e confrontarci con tutti i nostri, poi decideremo che fare”. Tra le ipotesi in circolazione, c’è quella di lanciare la candidatura del governatore dell’Emilia-Romagna, Bonaccini contro la ricandidatura di Zingaretti (che ieri ha smentito seccamente di volersi dimettere o di voler mollare il Pd per candidarsi a sindaco di Roma o per altri ruoli). 

Il ticket della possibile candidatura ‘anti-Nazarenica’  

Forse da solo, si dovrebbe e potrebbe candidare Bonaccini, oppure in ticket con la segretaria dem della Toscana, Simona Bonafé, “donna, giovane, con un profilo riformista alto e ben conosciuta nell’ambito del Pse-S&D” (la Bonafé è vicecapogruppo del Pse nel Parlamento Ue) dicono in Br. Ma sono in pista, quando mai si terrà il congresso anticipato – e, quindi, le nuove primarie – del Pd, forse in autunno, anche altre candidature: Deborah Serracchiani ‘si scalda’, per l’area che fa capo a Delrio, Giuditta Pini per i Giovani Turchi. Troppe candidature, però, potrebbero indebolire il fronte – assai composito e affatto unito – degli ‘anti-Zinga’ e permettere al segretario, o a Orlando, un nuovo trionfo interno. Peraltro, su una linea politica che ha il pregio di essere ‘chiara’, quella propugnata e teorizzata da Bettini: alleanza ‘organica’ con M5s e LeU e Giuseppe Conte (ieri, però, da Zingaretti mai citato) ‘leader dei Progressisti’.   

E, infine, si litiga sempre sulle stesse cose: le ‘poltrone’ 

Infine, però, come sempre accade – in tutti i partiti, quindi ‘anche’ nel Pd – a esacerbare gli animi c’è anche la eterna questione dei ‘posti’. Quelli che c’erano e non ci sono più e quelli che sono rimasti ‘attaccati’ alle sedie di chi doveva. Le scelte di Zingaretti sui nomi della rosa dei sottosegretari e viceministri che dovevano andare, per conto del Pd, al governo con Draghi (clamorose alcune esclusioni come pure alcune new entry: l’assessore al Bilancio del Lazio di Zinga Lepore e la carneade senatrice Messina, pugliese) hanno provocato malumori e dissapori a non finire da parte degli ‘esclusi’, ovviamente, ma anche delle correnti interne. Ieri, nella Direzione convocata dal segretario – un ‘primo tempo’ che vedrà un ‘secondo tempo’ lunedì prossimo, quando parleranno molti big – non se n’è parlato, del tema. 

“S’è parlato solo di donne” 

“Abbiamo parlato solo di donne…” gemono alcuni dem che già ieri speravano si entrasse nel dibattito pre-congressuale e dimostrando, così, una scarsa sensibilità femministra. Ma anche sulle donne, e sul maggior ruolo che dovranno avere, nelle intenzioni di tutti, nel Pd del futuro, non si riesce a trovare la ‘quadra’. Si dice, infatti, che Zingaretti, all’Assemblea nazionale, che si terrà sotto forma di – sic – webinair il prossimo 13 e 14 marzo, voglia proporre un vice-segretario donna. La scelta cadrebbe su Cecilia D’Elia – attuale presidente della ‘conferenza delle donne’ del Pd, organismo pletorico e inutile come molti, in casa dem - che viene dalla stessa filiera di ‘Zinga’ (la Fgci degli anni Ottanta). Insomma, l’ennesima nomina giocata in casa. L’altro vicesegretario potrebbe essere, invece, un’altra donna, ma di un’altra area interna. O Valeria Fedeli (vicina a Base riformista) o Deborah Serracchiani (area Delrio). Una mossa tesa a ‘spaccare il fronte’ dell’area riformista. O, ancora, potrebbe essere l’ex ministro Paola De Micheli, che ieri ha fatto capire, papale papale, che “un ministro non può fare il vicesegretario. Io, mi sono subito dimessa, da vicesegretario, non appena divenni ministro”.

Scottata dalla fregatura presa con la fine del Conte 2 (sono molti i ministri che non riescono a darsi pace nel tornare a fare i deputati…), la De Micheli – l’altro ieri lettiana, poi ieri renziana, infine zingarettiana… - ha il dente avvelenato. Il guaio è che Andrea Orlando – cui la De Micheli ‘parlava’ pur senza citarlo – non ha alcuna intenzione di dimettersi dal suo attuale ruolo nel partito, quello di vicesegretario. Sia perché è quello che, dopo Zinga, ha più truppe sul territorio, sia perché ha il dente avvelenato con il segretario che non si sarebbe battuto per riconfermare il suo Andrea Martella, fino a ieri sottosegretario all’Editoria. Già lunedì, in Direzione, la discussione salirà di tono e sarà al calor bianco. All’Assemblea nazionale potrebbe esplodere.