Il Pd di Zingaretti ‘finge’ di subire l’assedio combinato di Grillo e delle Sardine al Nazareno, in realtà lo voleva

E la ‘generalessa’ Pinotti si avvia a diventare il primo segretario donna del Partito Democratico. I big delle varie correnti ancora ‘non si parlano’. I big democrat navigano a vista. Congresso nel 2022

Pd, Zingaretti lascia: 'Basta stillicidio' (foto Ansa)
Pd, Zingaretti lascia: "Basta stillicidio" (foto Ansa)

 

Sono ore di terribile confusione, dentro il Pd, in cui si inseriscono soggetti esterni, come Beppe Grillo che si propone come segretario, alludendo ad una alleanza tra M5s e i dem, e le Sardine che con un lungo sit-in ‘piantano le tende’ al Nazareno e ‘sposano’ la linea dell'ex segretario. In un partito ancora sotto choc per la decisione di Zingaretti di rassegnare le dimissioni da segretario, nel dibattito interno entrano così, assai provocatoriamente, Grillo e le Sardine. Il fondatore del M5s posta un video, dettato “dall'insonnia”, in cui assicura: “Se mi invitate vengo, faccio il segretario, vi ripeto, del Partito democratico elevato, ci mettiamo 2050 nel simbolo, io ci sto un anno, un annetto, Conte sta di là un annetto, parliamo con tutti e facciamo dei progetti comuni”. Una provocazione, evidentemente, anche (forse) per spostare l'attenzione dalle difficoltà interne al Movimento. Chi invece non scherza sono le Sardine: al Nazareno sono arrivati i tre ‘leaderini’ Mattia Santori, Jasmine Corallo e Lorenzo Donnoli, pronti a ‘occupare’ la sede Dem. “Il Pd deve aprirsi all'esterno. Altrimenti regaliamo il Paese alla destra”, ha detto Santori, dopo che i tre hanno incontrato Valentina Cuppi, presidente del Pd. “Credo che l'iniziativa delle 6000 Sardine vada accolta con assoluto entusiasmo, perché è un approccio combattivo ma comunque molto costruttivo”, ha risposto loro la Cuppi. Da parte sua, Zingaretti non sembra voler far marcia indietro.

Grillo e le Sardine ‘assediano’ il Pd

La verità è che la ‘visione’ di Grillo è quella di chi pensa all’alleanza ‘strategica’, per dirla con Goffredo Bettini, tra Pd, M5s e LeU, come la proposta di un Ulivo 2.0, cioè una alleanza strategica e ad ‘alzo zero’ per tutti i prossimi anni. E anche le Sardine che hanno detto la loro presentandosi in una ventina davanti alla sede del Pd, dove sono stati ricevuti per ben quattro ore dalla presidentessa del Pd, Valentina Cuppi, alla fine hanno sposato – con Mattia Santori e Jasmine Cristallo - sia la narrazione di Zingaretti sia la sua proposta politica: l'Assemblea nazionale – hanno sentenziato - dovrà “confermare il progetto Piazza Grande di Zingaretti, altrimenti lo faremo noi fuori dal Pd e gli chiederemo di appoggiarci”. Parole destinate non a rasserenare il clima interno ma ad avvalorare i rumors incontrollati di una fuoriuscita da sinistra degli ex Ds, per lasciare il Pd ‘bad company’ ai renziani di Base Riformista.

Zingaretti: “Non torno indietro”

Ieri, come presidente della Regione, insieme al ministro della Salute Roberto Speranza, Zing ha inaugurato un centro vaccinazioni alla stazione Termini a Roma. “Le Sardine - ha detto il segretario ai giornalisti - sono energia positiva dell'Italia e della democrazia italiana, il fatto che siano preoccupate e mobilitate conferma che il Partito democratico è una grande forza e a questo partito guardano donne e uomini. A questi dico: non preoccupatevi ce la faremo troveremo una strada”. Però, ha detto ancora, dopo un “martellamento quotidiano” subito da lui e dal suo gruppo dirigente, adesso occorre “fare chiarezza”.

Farisei, petulanti, appelli al segretario 

A implorare Zingaretti di tornare sui propri passi sono stati anche ieri in tanti, dall'ex ministro Giuseppe Provenzano, al capogruppo al Parlamento Europeo, Brando Benifei, fino ai segretari di alcune regioni. L’interessato ha ribadito il suo niet: “Nel Pd da mesi è nata una voglia di dibattito che si è concretizzato in un martellamento quotidiano”. Le dimissioni servono a “sollecitare un momento di chiarezza” che dovrà avvenire all’Assemblea nazionale del prossimo fine settimana con l'elezione di un nuovo segretario, come prevede lo Statuto del Pd. Matteo Renzi non perdere l'occasione per mettere il dito nella piaga e commenta: “Era normale che dopo il fallimento della strategia ‘O Conte o morte’ qualcosa potesse accadere”. La ‘chiarezza’ chiesta da Zingaretti si può tradurre in una intesa unitaria su un nome ‘di tregua’ su cui convergano tutte o quasi le correnti interne, come le sollecita Graziano Delrio, che però si chiama fuori dalla corsa. Oppure, come dicono esponenti della maggioranza interna, con un accordo entro quella stessa maggioranza (aree Zingaretti-Franceschini-Orlando con l’esclusione delle minoranze, Base riformista su tutte) su una figura che la garantisca di più sulla linea politica e sulla preparazione del congresso. I diversi nomi emersi in questi giorni rispondono ciascuno a una logica politica.

I big delle correnti ‘non si parlano’ 

Per esempio, si ritiene che il futuro segretario debba essere comunque esponente della vecchia maggioranza. I nomi di Andrea Orlando e Dario Franceschini rispondono a questa logica, ma con il limite del loro mandato da ministri. In questa logica rientrano anche Roberta Pinotti o Piero Fassino dell'area di Franceschini o Anna Finocchiaro della corrente di Orlando. Quest'ultima, personalità di grande esperienza e capacità di mediazione, è fuori dal Parlamento, cosa che qualcuno considera un atout e altri un limite. Sta di fatto che i big delle varie correnti non si sono ancora parlati, benché si stiano svolgendo i primi conciliaboli (via Zoom) all'interno delle diverse aree.

Tante riunioni di corrente sono previste all'inizio della prossima settimana ma nessuno esclude che, se non si trova un traghettatore condiviso, l'assemblea possa slittare. In una giornata, dunque, afona per i principali dirigenti dem, hanno fatto sentire la loro voce alcuni soggetti ‘esterni’, da Grillo alle Sardine, ‘terremotando’ il Pd, ma vedremo poi.

“Sebben che siamo donne” … Pinotti versus Finocchiaro

La scelta, alla fine, dovrebbe cadere sulla ‘comandante’, oggi senatore semplice della Repubblica, Roberta Pinotti, punto di mediazione e di caduta tra le varie correnti del Pd: è franceschiniana, ma gradita alla minoranza di Base Riformista (gli ex renziani), non è zingarettiana, ma può andare bene sia a loro che all’area Orlando (la sinistra). Morale è la ‘generalessa’ Pinotti, la quadratura del cerchio. E’ donna, ha votato Zingaretti all’ultimo congresso, mente la Serracchiani ha votato per Maurizio Martina e Anna Finocchiaro è troppo vicino alla sinistra interna di Orlando.

Come spiega la saggia Rosa Maria De Giorgi, oggi in Base riformista e deputata, ma ieri senatrice e una che, dunque, la Pinotti l’ha conosciuta bene e a lungo, “avere una donna segretario, per la prima volta nella nostra storia, è un segno di vitalità, dimostra il desiderio, finalmente tangibile, non fatto di dichiarazioni d'intenti, di impostare su ‘nuove’ basi una ‘nuova’ stagione di rinascita. Da una crisi come questa si deve uscire con idee ed energie nuove. E le donne in questo sono travolgenti ed hanno entusiasmo.  Senza alcuna titubanza si scelga una donna e le si affidi questo passaggio complicato. Sarà capace di gestirlo, con il coraggio e la determinazione che sono le nostre caratteristiche.  Significherebbe credere nel cambiamento, in una nuova dimensione della politica. Come Pd stavolta possiamo davvero giocare una partita vincente per i giovani e le donne di questo Paese”.

Ma, sulla Pinotti, ancora non è stata chiusa la trattativa tra i leader e i colonnelli delle correnti che ancora oggi trattano.

I big democrat navigano a vista. Congresso nel 2022…

I big del Partito democratico sono ancora ‘al buio’, dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti, sulla nuova guida dei dem: lo dimostrano i nuovi appelli rivolti da molti – sempre i soliti - a ripensarci, ma tutti respinti dal segretario uscente che chiede ‘chiarezza’ dopo un logorante “martellamento”. La difficoltà dei principali dirigenti dem sta nel trovare in pochi giorni, e prima dell’Assemblea nazionale del 13 e 14, il nome di un segretario che traghetti il partito verso un congresso costituente, da tenere con le primarie, e che gestisca le delicatissime amministrative di ottobre e, molto probabilmente, l'elezione del Presidente della Repubblica. Insomma, un segretario che - altro che ‘reggente’! - resti in carica da metà marzo 2021 a metà marzo 2022 (le elezioni per il successore di Mattarella si terrà a febbraio 2022).

Il ‘vantaggio’ di essere donna nel Pd 

Il fatto che possa essere una donna, di questi tempi in cui il tema delle donne, e della loro ‘sotto-rappresentanza’, nel Pd è esploso in modo così plateale e clamoroso, dopo la composizione – fatta dalla segreteria Zingaretti, è sempre bene ricordarlo - delle liste per i posti di ministri e quelli di sottogoverno nell’esecutivo Draghi, è ovviamente un atout che la Pinotti saprà sfruttare a proprio vantaggio. Ligure, tutta d’un pezzo, marziale nei modi e nei toni, la Pinotti, almeno, è una che, di politica, a differenza di altre donne, ci capisce. Come sa chi la conosce bene e la stima come la sua collega, senatrice riformista doc, nonché ex ministro ma anche ex segretario dei tessili nella Cgil, Valeria Fedeli.

Le scorie Pd non accennano a diminuire

Il guaio, per la Pinotti, è che il Pd, oggi, è un covo di vipere prima ancora che un campo minato e devastato dai capataz locali (sindaci, governatori, segretari regionali) come dai vari big e loro sottoposti che animano le sue troppe correnti. Prendiamo, per dire, solo il dibattito sviluppatosi ieri.

Per l’ex ministro Peppe Provenzano (area Orlando) “serve un segretario, non un traghettatore”. Il vero problema, dice ancora Provenzano, è che “in 13 anni il Pd ha cambiato 7 segretari e oggi solo 2 ne fanno parte. C’è qualcosa di malato in noi e ha a che fare con la mancanza di identità”. De te fabula narratur, verrebbe da dire a Provenzano…

Provenzano accusa, Boccia azzanna, Delrio si scansa

Un altro ex ministro, Francesco Boccia, azzanna Renzi, trattato alla stregua di un criminale, ovviamente pericoloso. Alla domanda di Rainews 24 sul perché il Pd non riesce a liberarsi della figura di Matteo Renzi, Boccia – lettiano con Letta, zingarettiano con Zingaretti, domani chissà, di certo fidato proconsole romano di Michele Emiliano, re delle Puglie, comprese le loro alleanze con la destra-destra - non ha dubbi: “Renzi per noi non esiste più nel Pd e nel centrosinistra. Ha riportato Salvini al governo e politicamente non c’è nemmeno nel Paese, com'è noto dai numeri. Così come non dovete definire ex renziani del Pd chi lo ha sostenuto in passato, ma poi è stato tradito. Per me non esistono ex, ma sono tutti compagni di partito con i quali ricostruiremo un fronte sociale e popolare ampio. È un nostro dovere comune, il rischio è l’implosione del Pd”.

Renzi ci mette del suo: manco un ‘ciao’ a Zingaretti

Non che l’attuale leader di Iv, ed ex segretario del Pd, subito prima di Zingaretti, Matteo Renzi, non ci metta del buono e del suo per intorbidare e incattivire le acque: “Non mi interessa commentare ciò che sta avvenendo nel Pd. Era normale che dopo il fallimento della strategia ‘O Conte o morte’ qualcosa potesse accadere. L'asse con i cinque stelle sembra oggi inossidabile al punto da permettere a Beppe Grillo la provocazione della candidatura alla guida del Pd. I problemi del Pd lasciamoli al Pd” scrive il leader di Iv, nella sua e-news. Non una parola, su Zingaretti, un saluto, un onore delle armi. Nulla, tranne il gelo assoluto.

Lo Zingaretti boys Ricci: alleanza con M5s stella polare

Nella maggioranza, però, non tutti – solo perché non fanno più i ministri, ecco – hanno il dente così tanto avvelenato. Matteo Ricci – ieri renziano, oggi zingarettiano, sindaco di Pesaro, uomo di cultura e, forse per questo motivo, dotato di senno - ha almeno il pregio e il cuore di mettere il dito nella piaga con il manifesto: “Il Pd corre grandi rischi, prima della fine dell’anno sarà impossibile fare le primarie e in questo tempo lunghissimo ci giochiamo l’esistenza”.

La minoranza di Br, tutto tranne che cuor di leone, prova a rinviare il congresso a data da destinarsi…

Nella minoranza, in ogni caso, dove non sono cuor di leone (anzi, non lo sono mai stati), si mostrano guardinghi, prudenti, oltre che assai sospettosi verso i ‘complotti’ altrui, aprono un fuoco di melliflue e gentili dichiarazioni dove premettono 1) l’onore delle armi verso il compagno Zinga; 2) cercano di allontanare l’amaro calice del congresso e di spostarlo a data da destinarsi, una data così indistinta che non si capisce neppure se sarà il 2022, il 2023, o pure dopo. 

Il capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci (Zingaretti, per anni, ha provato a chiederne la testa, alla fine Zinga si è dimesso e Marcucci, definito “più renziano di Renzi”, è ancora là…) prova a confondere le acque: “Il Pd deve scegliere un reggente, magari una donna, che guidi il partito fino al congresso, dopo le amministrative dice al Messaggero. Marcucci esprime “rispetto per le scelte” di Zingaretti, ma ora, “credo che quell'esigenza di un confronto approfondito e serio che noi stavamo portando avanti sia ancora più valida. Mi auguro che il congresso vero parta dopo le elezioni amministrative”. La designazione di un reggente “può essere fatta già nell'assemblea del 13 o comunque a breve”. E “avere un segretario donna - aggiunge - sarebbe un gran bel segnale e ci sono tutte le condizioni. Un nome in mente ce l'ho ma non mi va di farlo”. Per il futuro, dice, “Bonaccini è una risorsa, come ne abbiamo altre tra i parlamentari, nella classe dirigente, tra i sindaci e i presidenti di Regione”.

Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, uno dei primi a sfidare Zingaretti sulla ‘politica’ (alleanze, identità, futuro) e in tempi non sospetti, ora mette i piedi nel piatto e dice che “comprendo molto la sua amarezza e lo stato d'animo, ma con la formalizzazione delle sue dimissioni rischiamo di acuire dentro il partito uno scontro sui nomi e sui personalismi, una resa dei conti sul segretario, quando ora la priorità è occuparci dell'emergenza e della pandemia”. Per Nardella, in un'intervista al Corriere della Sera, fare ora un congresso del Pd ora è fuori discussione. E poi precisa: “noi sindaci non abbiamo mai chiesto le dimissioni del segretario. Mai, nella maniera più assoluta. Anzi, in molte occasioni ci siamo rivolti a Zingaretti chiedendogli di dare una svolta al partito. L'assemblea nazionale era nata così. Fare il congresso adesso è cosa fuori dal mondo”.

Il capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, nega di essere un ‘papabile’ e di voler correre per la segreteria. Pure tanti altri ‘maschi’ si tirano indietro e anche se il ‘paladino’ Orlando avrebbe una gran voglia di farlo dovrà attendere, quantomeno, che si possano davvero ‘chiamare’ le primarie quando, con ogni probabilità, sarà lui il campione della sinistra interna che sfiderà il riformista emiliano Bonaccini.

Ma ‘quelle’ primarie – con il doppio voto prima nelle sezioni e poi nei gazebo – in tempi di pandemia sono vietate dal buonsenso, prima ancora che da leggi e dpcm. Un segretario, però, il Pd deve pur averlo, in sella. Ecco perché, almeno per ora, e cioè in questa prima fase, dovrebbe spuntarla la franceschiniana Pinotti, detta la ‘generalessa’ (ma lei preferisce l’appellativo ‘comandante’) perché, da ministra alla Difesa, usava pugno di ferro in guanto di velluto pure con i generali dalle tante stellette. Non risparmierà di certo le correnti e i ‘maschietti’ del Pd.