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Il patto della spigola non ha risolto i problemi. Tra Grillo e Conte è pace armata

Si allontana almeno per un po’ lo spettro dell’ennesima scissione dei 5Stelle ma all'orizzonte si intravvedono i primi guai

Ettore Maria Colombodi Ettore Maria Colombo   
Il patto della spigola non ha risolto i problemi. Tra Grillo e Conte è pace armata

E così, Beppe Grillo e Giuseppe Conte, hanno siglato il “patto della spigola”. L’altro giorno, infatti, in quel di Marina di Bibbona (Toscana), provincia di Livorno, dove si mangia divinamente e dove il comico ha una villa e il suo buen retiro (in Costa Smeralda, in Sardegna, ha un vero e proprio ‘villone’, ma è quello dei fatti del presunto stupro del figlio e dei suoi amici ai danni di una ragazza italo-norvegese, altra brutta storia) si è presentato l’ex premier, Giuseppe Conte. Il quale – per evitare la condizione capestro di andarlo ad omaggiare in casa sua, come pure era – ha chiesto che il pranzo della riappacificazione avvenisse in ‘campo neutro’. E così, ecco la scelta di pranzare in un ristorante di pesce della zona, “Il Bolognese da Sauro” (un nome, un programma) che ha preparato loro un ricco pasto a base di pesce. Menù: spigola al forno con contorno di verdure, antipasti di pesce, dolce, caffè e amaro (che hanno dovuto bere entrambi) innaffiati da un buon vino toscano, il vermentino.  

Sauro (nel senso del ristoratore, non del Sauron cattivissimo di tolkeniana memoria) i due ‘Beppe’ così allegri e contenti non li aveva mai visti, assicura: “giovedì sono arrivati tardi, poco dopo le 14.30 e siccome avevo sempre un po’ di clienti ho trovato un tavolo in disparte. Si sono seduti come amici veri e hanno ordinato il menù”. Alle 16.30 erano ancora seduti a tavola, stile pranzo di matrimonio, o cresima, del profondo Sud. Erano sereni, distesi, e secondo Sauro – raffinato osservatore delle cose della politica, o così pare - avevano già trovato l’accordo politico sullo Statuto e i poteri dell’uno e dell’altro poi sancito, ‘ufficialmente’, davanti all’ormai famosa spigola. “Erano già sollevati quando hanno iniziato a mangiare l’antipasto”, racconta al Corriere della Sera Celeste, figlia chef di Sauro.  

Che poi c’è poco da scherzare. Il potere di convinzione dell’antipasto di Celeste (cozze ripiene alla livornese), della capacità dell’oste, Sauro Guglielmi, della sorella Vania e della moglie Emanuela pare sia assai noto: il garante del M5S ha iniziato a elevarsi sempre più e l’ex premier è andato in brodo di giuggiole.

Poi i moscardini alla diavola, che nonostante il nome pare abbiano un potere taumaturgico non indifferente, hanno sedato i residui spiriti bollenti. E, infine, un sublime piatto di acciughine fritte accompagnate dai pomodori dell’orto di casa di Sauro hanno proiettato i due ‘diarchi’ all’estasi. Il tutto, appunto, innaffiato dal Vermentino. Ma è la spigola alla verdura che ha sancito definitivamente il ‘patto’ tra i due eterni duellanti.  

Ma è vera pace? I contenuti dell’accordo che vedono, ai vertici del Movimento, una diarchia  

Un pranzo per suggellare la pace, dunque, chiarire i dissapori, le frizioni, i veri e propri sfottò che Grillo ha riservato al povero Conte. «È stato un colloquio lungo e cordiale», dicono le fonti. «Un gesto di rispetto da parte di Conte», precisano, che ha evitato il blitz romano a Grillo, memore dell’ultimo, risoltosi in un disastro. 

Certo, sul blog di Grillo il post in cui definisce Conte unfit per guidare il Movimento ancora c’è e pure in bella vista. Quelle parole acide e graffianti (“Conte non ha né visione politica né capacità manageriale. Non ha esperienza di organizzazioni né capacità di innovazione. Io l’ho capito”) ancora lì restano, nella home del blog, ma ormai vale il detto ‘scurdammece ‘o passato’.  

Con loro, a ‘tenerli buoni’ c’è anche Pietro Dettori, uomo simbolo della mediazione voluta e firmata da Luigi Di Maio. E proprio Dettori —consigliere del ministro — firma lo scatto della pace, «l’immagine che in tanti aspettavamo», come commenta Paola Taverna. Una foto che viene celebrata sui social da tutti i big M5S.  

Grillo e Conte, dunque, sono stati ‘convinti’ dalla mediazione dei ‘sette saggi’ pentastellati che hanno sudato ben più delle solite sette camice e compiuto ben più delle dodici fatiche di Ercole per rimetterli intorno a un tavolo: prima solo qualche messaggino, poi delle telefonate, via via più lunghe, infine il pranzo della pace di giovedì.  

Soprattutto, sono stati piegati alla ragionevolezza e persino alle reciproche, catartiche, scuse per i reciproci insulti, dalla capacità mediatoria e conciliatoria che il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio – ormai un ‘mediatore’ per antonomasia, e non solo perché sta agli Esteri: è la sua natura – è riuscito a mettere in campo, insieme all’ormai suo ‘gemello siamese’ Roberto Fico: i due – ma qui parliamo di Fico e Di Maio – si sono detestati, sgambettati e fatti la guerra per anni, ora filano d’amore e d’accordo: segno che, nel Movimento, da nemici si può, volendo, diventare amici. Un monito e, forse, pure un buon augurio, per i diarchi, Conte e Grillo, anche se qualche cultore di storia romana antica potrebbe ricordare loro che le ‘diarchie’ (quelle tra Imperatore d’Occidente e imperatore d’Oriente, o tra consoli della Roma repubblicana) come i ‘triumvirati’ (quello Cesare-Pompeo-Crasso prima e quello Ottaviano-Marco Antonio-Lepido poi) non hanno mai portato fortuna, anzi: solo sciagure e lutti. Anche perché, alla fine, uno dei due o dei tre si fa largo, si fa bello, vince, s’impone e, la prima cosa che fa è muovere guerra agli altri per spodestarli.  

In ogni caso, si allontana almeno per un po’, lo spettro dell’ennesima scissione dei 5Stelle (e sarebbe stata, questa, quella definitiva): i due ‘diarchi’ si sono messi d’accordo su (quasi) tutto. 

Soprattutto, hanno iniziare a ragionare sul futuro del Movimento, a partire dal lancio del nuovo statuto che è già stato concordato per oggi: l’inizio della nuova fase data dalla pubblicazione delle nuove regole del nuovo M5S che verrà.  

In soldoni, a Conte sarà in capo la titolarità piena, e ‘politica’ sul Movimento e i suoi organi interni (ma anche, per dirne una, sulla ‘comunicazione’).

I tre vicepresidenti (di cui uno ‘vicario’, come se fosse il presidente del Senato supplente rispetto al Capo dello Stato, una di quelle cose che esisteva solo nella Dc), i venti membri della Segreteria (che si chiamerà Consiglio nazionale, e pure qui il paragone con la Dc scatta subito, ed è curioso), e tutti gli altri organi ‘politici’ li nominerà Conte.  

I tre vicepresidenti dovranno rispecchiare, in qualche modo, le anime del Movimento: di certo vi figurerà un "big" vicino all'ex premier, ma un posto sarà anche riservato anche a una donna. Ed in pole, in queste ore, sembrano esserci Lucia Azzolina, Paola Taverna e Virginia Raggi (la Appendino, invece, è sospesa dal Movimento, perché rinviata a giudizio, ergo non correrà).

Per Virginia Raggi sarebbe una sorta di contentino, specie se perderà a Roma, e se può farsi largo un ministro (Stefano Patuanelli, ora contiano), è più probabile che siano tre donne: Raggi, Azzolina (super-contiana) e la Taverna, la ex pasionaria grillina oggi pasdaran contiana.  

Nella segreteria (pardon, Consiglio nazionale) di 20 membri entreranno tutti i big, dai ministri – con un capodelegazione, o Patuanelli o D’Incà, vicino a Fico – ai capigruppo di Camera e Senato (Ettore Licheri, super-contiano, e Davide Crippa, ‘grilliano’), il capodelegazione di Bruxelles, rappresentanti di territori, attivisti, etc. A Conte anche la nomina e le scelte sullo staff della comunicazione: Rocco Casalino, dunque, continuerà a regnare, a dispetto di tutti gli altri.  

Invece, Grillo resta il custode dei valori del M5s, non perde poteri rispetto a prima e resta ciò che è sempre stato: il Fondatore, ma anche il Garante. In uno slogan, l’Elevato resta l’Elevato, anche se prima aveva ‘sotto’ solo ‘reggenti’ (Vito Crimi) forme di potere collegiale (il Direttorio) e, quando ha avuto un solo vero ‘capo’ (Di Maio), ha pensato bene di brigare per farlo saltare, mentre ora il potere politico sarà in capo a Conte.  

A lui spetterà la nomina dei tre membri del Collegio di Garanzia (sicure, qui, le presenze di Fico e Di Maio, che vuole fortemente Grillo, forse appaiati da Vito Crimi) e del Collegio dei Probiviri (altri tre, ancora ignoti, ma saranno pescati di sicuro tra i nomi degli ex ‘Sette Saggi’) che hanno poteri formali, ma non da poco.  

I ‘garanti’ del Garante, infatti, possono sfiduciare il capo politico, con mozione di sfiducia motivata, votata e ratificata sul blog dagli iscritti e – horibile dictu –sfiduciare persino il Garante, seguendo sempre ugual procedura.  

Di concerto, per ora, Grillo e Conte si sono accordati per far restare al suo posto quello cui spetta il compito più ingrato dentro il Movimento e cioè il tesoriere: è e resta Claudio Cominardi.  

Oggi il video di Conte, poi 15 giorni di pausa: il rischio che il voto avvenga tra pochi iscritti  

Un video, che verrà pubblicato oggi (da Conte) darà il via tecnico ai 15 giorni che devono passare per Statuto (quello vecchio) prima della formale consultazione tra gli iscritti del Movimento sul nuovo Statuto e il Codice etico (lì dentro ci sarà anche la vexata quaestio del tetto dei due mandati, altro tema scottante che sarà rimesso alla volontà degli iscritti o ‘base’, almeno così pare abbiano deciso Conte e Grillo) ma che, soprattutto, dovrà votare il capo politico (Conte) e anche i membri di tutti gli altri organismi.  

Consultazione che, però, non si terrà più sulla piattaforma Rousseau (il divorzio, almeno quello, tra M5s e Casaleggio è definitivo, passato ormai pure dai reciproci avvocati, manca solo un giudice che sentenzi, in via formale, il divorzio), ma sulla nuova piattaforma scovata dai 5S, Skyvote. Il voto, dunque, oggi sarà solo ‘lanciato’, poi si dovranno aspettare 15 giorni per le osservazioni. Intanto, però, la piattaforma Skyvote avrà il suo battesimo del fuoco – non foss’altro che per testarlo ed evitare brutte figure - il 21 luglio con la scelta del candidato sindaco per Torino, anche se è una gara ‘a perdere’: dopo 5 anni di Appendino, chiunque verrà scelto per rappresentare il M5s non ha alcuna chanche di arrivare al ballottaggio, una fine assai misera.  

Il guaio è che siamo già al 17 luglio, quindi il voto non potrà arrivare prima del 30 luglio, se proprio si vuole correre, o nei primi giorni di agosto, quando ‘persino’ gli stoici (e storici) militanti del Movimento, più che davanti a un pc, si troveranno davanti una spiaggia corallina, palette e secchielli dei bambini, un daiquiri, uno spritz, un negroni, o magari montagne da scalare. 

L’altro guaio è che la prima votazione deve ottenere la maggioranza assoluta degli iscritti, solo dalla seconda in poi basta quella semplice, ma eleggere Conte nuovo Capo politico con un pugno di voti, insomma, non sarebbe molto bello, sarebbe meglio di no, ma alle tempistiche di voto – un po’ come al cuore – non si comanda, si sa.  

L’altro guaio ancora è che le liste per le prossime elezioni amministrative vanno presentate, per i piccoli comuni siamo già fuori tempo massimo e per i grandi la tempistica scade ai primi di agosto. Vuol dire ritrovarsi a fare una corsa contro il tempo, con i territori in preda alle faide interne, la possibilità che a firmare le liste sia il solito, povero, reggente Crimi (seguiranno, è ovvio, nel caso, centinaia di ricorsi da parte di ex ed esclusi) e che il buon Conte non possa metter il suo sigillo a un atto così importante come le liste elettorali.  

Un sondaggio Demos pubblicato ieri da Repubblica riporta il M5s al 15,3% in calo di due punti e mezzo (-2.5 dal 17,7%) rispetto ad una rilevazione analoga compiuta a maggio. La guerra e le liti interne, come si sa, non pagano.  

Senza dire del fatto che, dal 3 agosto, inizia il semestre bianco in cui l’attuale Capo dello Stato non può più, neppur volendo, sciogliere le Camere. E insomma, per dirla in soldoni, un capo ‘serve’ – come la ‘serva’ di Totò – non foss’altro perché, qualsiasi scossone politico o rottura dentro la maggioranza – magari provocata proprio dai 5Stelle (un tema a caso: la giustizia) – se il governo va in crisi o cade, alle consultazioni qualcuno bisognerà pur mandarci, e di certo non ci può andare il povero Crimi che c’ha i guai suoi e fin troppe ne ha viste e passate, in questi mesi.  

Nel frattempo, forse ci sarà ‘un evento’ pubblico per presentare il nuovo Statuto, e forse invece no, perché ‘il piatto’ – nel senso della cassa – piange, i parlamentari non ‘rendicontano’ e non versano il dovuto oggi come non lo facevano prima a Rousseau (che ancora è lì che gli chiede i soldi), e il ‘nuovo Movimento’ rischia di partire zoppo, afono, povero, nel senso tecnico: con pochi soldi.  

Le prime grane politiche: giustizia e non solo  

Infine, c’è la politica. La riforma della giustizia Cartabia a Conte – e a molti 5stelle con lui, a partire dal suo ‘consigliori’, Marco Travaglio – fa schifo. Il reddito di cittadinanza, inoltre, va difeso e su questo si è speso, parecchio, pure Di Maio, che invece sulla giustizia ha mediato assai con Draghi e che, sul tema, non è un pasdaran. Al netto della telefonata ‘risolutoria’ di Grillo che ha fatto passare i ministri 5S dall’astensione al sì dentro l’ultimo cdm, quello in cui Conte voleva, invece, che i ministri si facessero auto-esplodere, pur di non approvare il boicottaggio di quella ‘riforma’ Bonafede (una vera ‘schi-forma’) che sia Conte che il suo ex ministro ancora difendono.

Morale: formalmente, non è ancora capo politico, ma per Conte c’è, subito una prima, delicatissima grana da affrontare, quella della riforma Cartabia. Il testo - approdato alla Camera in ritardo per un errore nell'invio degli emendamenti del governo (termine ultimo per presentarli: martedì 22) - al Movimento non piace e non piacerà. E ad aumentare i malumori c'è la ferma intenzione di Draghi di approvare il ddl al più presto e “così com’è”, direbbe il Pd del ddl Zan.

L’incontro Draghi-Conte e il ‘nodo’ giustizia  

Di tutto questo, lunedì prossimo, Conte parlerà con il premier Mario Draghi che finalmente lo riceverà, anche perché, fino a ieri, non gli riconosceva, più di tanto, legittimità, dato che ancora non s’era capito chi ‘comandava’, dentro il Movimento. Una ‘delegittimazione’ di fatto che Conte – il quale non ama Draghi dal primo giorno in cui gli ha portato via la campanella, un po’ come Letta con Renzi – non ha affatto gradito e che ora gli vuole far pagare caro, rendendo pan per focaccia. Prima, però, l'ex premier incasserà finalmente il lancio della votazione sul nuovo Statuto. Il giorno giusto, secondo fonti del M5S, è sabato. Ma per l'"incoronazione" vera dovrà attendere agosto. E saranno giorni assai tribolati.  

Già nei prossimi giorni, tuttavia, l'ex premier sarà probabilmente chiamato a riunire i gruppi anche perché l'incontro di lunedì a Palazzo Chigi, di fatto, è quello tra un capo di governo e un capo di partito. Solo che, appunto, il nodo giustizia – e in particolare la riforma della prescrizione che, per Conte, “crea isole di impunità” e “demolisce la nostra riforma”, quella targata Bonafede, rischia davvero di spaccare i Cinque Stelle. E il timore, nel Movimento, è che con un rallentamento dei tempi in commissione il governo possa non solo contingentare il dibattito in Aula (se il provvedimento, calendarizzato per il 23 luglio alla Camera, scavallasse ad agosto l'esecutivo è legittimato a farlo) ma perfino mettere la questione di fiducia, già paventata e sventolata da Draghi. "E lì come voteremmo?", è la domanda. 

I 5Stelle ‘non si fidano’ di Draghi e del Pd  

Se il M5S votasse contro il governo e una sua riforma così importante e ‘cuore’ delle richieste dei fondi per il Recovery Plan le conseguenze sarebbero imprevedibili. Con una postilla: solo prima del 2 agosto in teoria la legislatura può finire. "La partita finisce quando l'arbitro fischia...", ironizza un parlamentare citando Boskov. Infine, serpeggia anche più di un malumore rispetto al Pd: "non hanno fatto neanche finta di fare da sponda", sottolinea una fonte autorevole. Nel governo, tuttavia, non si parla di fughe in avanti. "Non mettiamo il carro davanti ai buoi", spiega una fonte di primissimo piano dell'esecutivo. Rilevando tuttavia un elemento che Draghi ha ben presente: "il M5S è un partito che sostiene e tutta la maggioranza e i capi di partito hanno dichiarato di voler accelerare sulle riforme". Speranze, più che fatti, anche se arrivano dall’iper-realista come Draghi.  

Nel pomeriggio di ieri, in commissione Giustizia della Camera, si è tenuto un nuovo ufficio di presidenza ed è stato deciso di far slittare i termini per i subemendamenti a martedì alle ore 18. Anche perché sui testi Cartabia giunti in commissione è sorto un piccolo giallo. A Montecitorio, mercoledì, sono arrivate due versioni diverse degli emendamenti del governo.  

Il governo è dovuto correre ai ripari inviando, solo giovedì sera, la versione corretta. Solo che, sostiene più di un esponente M5S, nella nuova versione per alcuni reati l'aumento dei tempi di prescrizione in caso di sua interruzione risulta ridotto. Il clima, insomma, si preannuncia incandescente. "Stiamo facendo del nostro meglio per garantire un adeguato approfondimento dei testi", sottolinea il presidente della commissione Mario Perantoni, che è grillino e super-contiano.

E nella riunione di ieri anche la deputata azzurra Giusi Bartolozzi, magistrato di raffinata levatura, palermitana tosta e combattiva, a quanto viene riferito da chi era presente, parlando a titolo personale e non a nome di FI ha rimarcato l'esigenza di tempi adeguati per il dibattito. Come a dire: la giustizia è un tema incandescente e delicato, da maneggiare con cura, per tutti i partiti ma figurarsi per i 5Stelle: “quelli sono pure capaci di farsi esplodere come dei veri kamikaze – sbotta un dem che non li ama – sulla qualsiasi, figurarsi sulla giustizia, che il loro core business”. Meglio preparare i popcorn: ne vedremo di belle.

 

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