[La polemica] È nato il partito di Renzi ma si gioca tutto per tenere in mano il potere

La mutazione genetica dal Pd al Pdr dimezza la forza delle minoranze rispetto al loro peso reale nel partito e rende il segretario padrone unico del partito

Il segretario del Pd, Matteo Renzi
Il segretario del Pd, Matteo Renzi

La Boschi corre per il Pd con quattro paracadute proporzionali e nel collegio uninominale di Bolzano e - presentandosi animata da buoni propositi - dice: “Voglio imparare il tedesco!”. Pier Ferdinando Casini si candida con il partito nel collegio uninominale di Bologna e dovrà far dimenticare di quando festeggiava sul palco l’elezione di Giorgio Guazzaloca e di quando diceva: “Berlusconi è un genio”. Giacomo Mancini Jr. è riuscito a costituire con la sua candidatura in Calabria un paradosso inedito e folle: corre anche lui nel Pd, alla Camera, ma se dovesse vincere il suo avversario di Fratelli d’Italia (Fausto Orsomarso), subentrerebbe in Consiglio regionale, eletto nel Pdl come primo dei non eletti della lista di centrodestra. Vince in ogni caso, sia con la destra che con la sinistra. Chiamalo, se vuoi, trasformismo. 

Liste velenose

Tre istantanee come queste sono una fotografia del partito di Renzi che nasce, proprio le con la presentazione di queste liste, le stesse da cui sono stati eliminati dei “minnitiani” come Nicola Latorre (il ministro dell’interno non ha votato le liste), l’ultimo dei lettiani sopravvissuto (Marco Meloni), metà degli orlandiani, uomini della sinistra come Gianni Cuperlo (che si è sottratto per non essere paracadutato), il presidente della Commissione diritti Umani Luigi Manconi, e persino i “gentiloniani” doc come Ermete Realacci. Il punto di svolta per il partito democratico, il rischio vero, in questa campagna elettorale è un pericoloso meccanismo che si chiama fine del “voto utile”.  

Gentiloni in un collegio rischioso

Ci sono due diverse notizie di questi giorni che segnano una tappa, forse cruciale, di questa battaglia politica. La prima: con un post su Facebook, sabato, Paolo Gentiloni ha annunciato che correrà nel collegio uninominale di Roma uno. È un collegio che adesso risulta a rischio perché è stato ridisegnato con il varo del Rosatellum, e non contiene più solo i seggi sicuri (per la sinistra) del centro storico. Seconda notizia: scrive La Repubblica - il quotidiano più vicino al partito di Matteo Renzi (domenica scorsa) che secondo gli ultimi sondaggi Commissionati dal Nazareno risulta che solo 28 collegi su 232 (meno del 10%) sarebbero considerati sicuri per la fragile coalizione di centrosinistra. Comprendendo anche quelli in bilico si arriverebbe a 35.

Sondaggi impietosi

Il Pd - secondo questo sondaggio - non eleggerebbe, con un mandato diretto, nessun rappresentante in intere aree geografiche, e sarebbe fuori dalla corsa in regioni come le Marche e la Puglia. Secondo un altro sondaggio molto dettagliato attribuito ad Alessandra Ghisleri (lei ha smentito che sia suo) che è servito per fare le liste del centrodestra, i seggi sicuri del Pd sarebbero 35, ed emergerebbero difficoltà persino nella blindatissima Emilia Romagna. Nei retroscena di queste ore Matteo Renzi fissa l’asticella della sua coalizione al 25% dopo che nelle settimane scorse l’aveva già portata al 30%. Dunque questo calo non lo certificano i suoi avversari, ma numeri concordanti, fra cui i dati di previsione sulla base dei quali il partito ha compilato le sue liste. 

La parabola renziana

Se si pensa che solo dieci giorni fa Maria Teresa Meli (la cronista solitamente più informata sulle cose di Palazzo Chigi) scriveva sul Corriere della sera che i posti blindati erano cinquanta, si ha la dimensione di quanto sia forte la flessione del partito di Matteo Renzi nell’asse di progressione cronologica dei sondaggi. 

Desertificazione dei collegi sicuri

Prima considerazione. Viene naturale dire: “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”: la valutazione da fare, infatti, è che il Pd deve prendere atto di aver innescato questa accelerazione con le sue scelte. La desertificazione dei collegi sicuri, infatti, non è frutto di un destino cinico e baro, ma l’effetto di una mossa che oggi appare folle: quella di aver addirittura imposto, con ben otto voti di fiducia, una legge che per il partito è tecnicamente suicida. Un dispositivo cioè che avvantaggia il centrodestra e che penalizza i Cinque stelle e la Sinistra, e - fra l’altro - consegna la nomina esclusiva dei candidati ai leader di partito.

Noi lo avevamo detto

Chi legge questo sito probabilmente ricorda che lo abbiamo scritto prima, durante e dopo, dando la massima attenzione al tema, quando questo sembrava solo un dettaglio tecnico per appassionati di sistemi elettorali. Adesso si capisce che il Rosatellum è diventato la chiave di volta di tutto. Per effetto della cancellazione del voto disgiunto, visto che la scheda richiede due voti, ma che se ne esprime uno solo, la legge contiene di fatto un premio occulto.

La legge elettorale che favorisce il Centrodestra

Consegna, a chi supera il 38%, la stragrande maggioranza dei collegi. E chi si trovava in queste condizioni quando è stata votata la legge? Una sola coalizione, quella di centrodestra. Quindi il Pd di Renzi ha scientemente imposto, addirittura forzato la mano (rompendo su questo il rapporto con Piero Grasso) un meccanismo che - pur di svantaggiare Liberi e Uguali e M5s - regala una maggioranza potenziale al centrodestra. Di più.

Dal Pd al Pdr

C’è una linea di continuità fra tutte le leggi elettorali proposte dal Pd in questi anni: Italicum, Tedesco e Rosatellum sono tutte leggi pensate per non far scegliere gli elettori, e consegnare il potere di nomina dei rappresentanti alle segreterie di partito, esautorare l’elettore. Evidentemente era un passaggio che Renzi riteneva necessario: la mutazione genetica dal Pd al Pdr dimezza la forza delle minoranze rispetto al loro peso reale nel partito e rende il segretario (al netto di qualche diritto di tribuna) padrone unico del partito.

L’atroce dubbio

Domanda: gli elettori poi ti votano lo stesso? Non è escluso che lo facciamo ma il rischio di perdere identità e consenso c’è. Seconda domanda: ne vale la pena? Dipende. È evidente che il sogno di Renzi era quello di poter scomporre in Parlamento - dopo il voto - l’alleanza tra Forza Italia da un lato, Lega e Fdi dall’altro, per poter realizzare un governissimo, “un nuovo Nazareno”. Ma anche questo obiettivo diventa non facilissimo da raggiungere oggi. Se viene meno l’idea del voto utile, se per “il paradosso di Scalfari” la percezione dell’elettore è che la vera sfida sia oggi tra M5s e destra, e il Pd scende sotto la soglia di guardia del 25% sia nei collegi che nel voto proporzionale.

Il suicidio perfetto?

Il rischio vero è che “il partito di Renzi” con questo risultato non abbia più i numeri per celebrare l’alleanza con il Cavaliere. Ecco perché la piccola candidatura trasformista con i capibastone portatori di voti al Sud, il collegio paracadutato di Meb, e il seggio blindato per Casini nella regione rossa (a lui, alla Bonino e alla Lorenzin in cambio dell’alleanza con le liste apparentate) sono l’ultima speranza. Recuperare seggi grazie agli acchiappa voti, raccogliere qualcosa di più del suo voto di lista grazie alle liste civetta, blindare il Giglio Magico e i fedelissimi. Solo il voto di marzo ci dirà se questa strategia paga. Perché se Renzi perde è chiaro che gli epurati di oggi si danneranno l’anima pur di fargli la pelle.