Salvini, Conte e anche Letta cercano di tenere unite le truppe. Ed evitano strappi 

Tutti i leader lo fanno in vista del Colle. Il segretario della Lega blinda il partito e dice no a Giorgetti. Conte disinnesca la miccia Senato e rinuncia al suo capogruppo. I senatori dem si chiariscono dopo il fallimento del ddl Zan. Intanto Draghi ha approvato in Cdm il decreto sulla Concorrenza

Salvini, Conte e anche Letta cercano di tenere unite le truppe. Ed evitano strappi 
Salvini e Conte (Ansa)

Non strappa il numero 2 della Lega Giancarlo Giorgetti.Non ora e non adesso, almeno. Quel che  è certo che tra lui e Salvini, dopo cinque ore di Gran Consiglio leghista e quasi tre di confronto diretto,  nulla sarà più che come prima. E che, almeno per adesso, il segretario non ha alcuna intenzione di assecondare la svolta europeista “suggerita” da Giorgetti. Al di là delle fanfare finali - della serie che è andato tutto bene ed è stato utile chiarirsi - è quasi impossibile che tra i due torni tutto come prima.

E cuce anche Giuseppe Conte. Alle 22 il leader dei 5 Stelle vene dato “in uscita” da Montecitorio - ha allestito il proprio ufficio nel palazzo dei gruppi - perchè ha “comunicazioni urgenti da fare”: dopo 24 ore di stallo e per evitare messaggi di frattura ancora più chiari, Conte fa un grosso passo indietro e rinuncia al capogruppo al Senato (Ettore Licheri).  E’ stato deciso, a tavolino, dopo lungo confronto che la designata è Mariolina Castellone, la candidata not embedded con il nuovo capo politico. Il quale ha capito perfettamente che i senatori continuano ad essere spaccati e siccome passare una settimana  a sentire dello scontro tra quelli di Conte e il resto del 5s avrebbe indebolito proprio lui, ieri ha facilitato questa soluzione con il grido finale “belle e utile discussione, ottima decisione finale”. Una parte del Movimento ha letto in modo diverso la decisione, ovverosia che Conte ha perso già al primo test. 

Anche nel Pd prevale l’unità

Nel suo “piccolo” - nel senso che i problemi interni del Pd  sono minima cosa rispetto a quelli di Lega e 5 Stelle - anche Enrico Letta cuce, rammenda e tiene unito. Nella resa dei conti tra i senatori dopo il fallimento del ddl Zan, la capogruppo Malpezzi è arrivata a mettere a disposizione il proprio incarico. Dimissioni respinte in blocco, anche perché nessuno le aveva realmente richieste, e la certezza che nei prossimi due mesi, fino all’elezione del Capo dello Stato, il Pd avrà bisogno di tutti perchè potrà fidarsi di nessuno.  A cominciare dall’alleato principale, il Movimento 5 Stelle.    

 Un Gran consiglio. Senza sfiduciare il Capo

 “Ascolto tutti e decido, come sono solito fare”. Matteo Salvini lo ha sottolineato due volte ieri pomeriggio alle 18 prima di entrare alla Camera e prendere parte al Consiglio federale convocato dopo le dichiarazioni dell'eminenza grigia di via Bellerio, Giancarlo Giorgetti. Le ultime uscite del ministro dello Sviluppo economico sulla svolta europeista “incompiuta” del segretario e sulla collocazione europea del partito (nel Ppe, lontano dai sovranisti) non sono affatto piaciute al Capitano. Che è andato subito alla “conta” virtuale e dopo cinque ore di confronto - dalle 18 e 30 alle 23 e 30 - ha incassato un via libera a tutto tra gli applausi.  La leadership appartiene a lui, che però in Europa lavora ad altro. Il Federale prende quindi la piega di una tregua. Fonti vicine al segretario hanno raccontato che “tutti gli intervenuti in Consiglio, a partire da Giorgetti ribadiscono totale fiducia nell'attività, nella visione e nella strategia di Salvini”. Con quest'ultimo che rivendica la direzione di marcia (“la visione della Lega è vincente, ne sono convinto. Non inseguiamo la sinistra, perché altrimenti perdiamo”) e allo stesso tempo lancia per l'11 e 12 dicembre una conferenza programmatica a Roma “per sancire, aggiornare e decidere i binari su cui viaggiamo”. 

“Alternativi alla sinistra”

“Noi siamo alternativi alla sinistra, in Italia e in Europa”  ha sottolineato Salvini entrando a Montecitorio scortato dal suo vice Andrea Crippa per recarsi in Sala Salvadori, negli uffici del Carroccio, dove va in scena il chiarimento con la partecipazione tra gli altri dei tre vicesegretari (Giancarlo Giorgetti, Lorenzo Fontana e Crippa), dei governatori, dei capigruppo di Camera e Senato (Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo), e dei commissari regionali. Salvini s’è preso 50 minuti per la relazione. “La priorità è tagliare le tasse e difendere il lavoro” ha detto spiegando che “stiamo affrontando questo periodo di governo di unità nazionale per superare la pandemia” casomai qualcuno si stesse di contesti diversi. Gli obiettivi futuri prevedono infatti orizzonti differenti: “Abbiamo in testa un governo liberale e di centrodestra fondato su alcuni valori come la difesa della famiglia, delle libertà e il taglio delle tasse.  Nove miliardi per regalare redditi di cittadinanza a furbi ed evasori non è rispettoso per chi fatica e lavora, interverremo in aula per dirottare sul taglio delle tasse una parte di quei miliardi”. E’ un Salvini che si mostra sorridente e sicuro di sè. Ma la tensione si taglia a fette. Nella sala è quasi impossibile anche mandare messaggi col telefonino, gesto che sarebbe subito visto con sospetto.  “Mi interessa parlare di flat tax o bonus ai genitori separati. Mi appassionano i temi concreti. Non  altro” ha avvisato. Tirando dritto  sulla collocazione in Europa del Carroccio: “Avanti per un grande gruppo, identitario, conservatore e di centrodestra, alternativo ai socialisti con cui il Ppe governa insieme da anni”. Della serie scordatevi qui in Italia l’alleanza Ursula che governa in Europa. Arriva anche il benservito alla linea Giorgetti:  “Il Ppe non è mai stato così debole, è impensabile entrare nel Partito popolare anche perché è subalterno alla sinistra. E noi siamo alternativi alla sinistra”.

Una scelta di campo netta e precisa che ne presuppone un’altra: Salvini preferisce essere Bud Spencer, eroe dei western da cassetta, anzichè la raffinata Meryl Streep, meno vistosa ma vincitrice di Oscar.  Che era l’altra opzione che, sotto metafora, Giorgetti ha suggerito al suo segretario.

Pochi si aspettavano uno strappo. Che infatti non c’è stato. Il che non vuol dire che la linea di frattura non sia evidente e anche profonda. 

Il 12-13 dicembre, il “congresso” del partito 

Alle 21 fonti dello staff di Salvini fanno filtrare che “tutti coloro che stanno intervenendo in Consiglio Federale, a partire da Giorgetti, ribadiscono totale fiducia nell’attività, nella visione e nella strategia del segretario Salvini”. Sono seguite altre due ore e mezzo di confronto.  Difficile ipotizzare sintesi tra il leader e il suo vice  per come  si sono messe le cose. Fonti parlamentari dicono che i gruppi sono “spaccati”. E che molti convivono le parole di Giorgetti: “Se andiamo avanti così finiamo su un binario morto”. Qualcosa di più e meglio si potrà capire il 12-13 dicembre quando Salvini intende convocare il congresso del partito “per esprimere l’idea di Italia che vogliamo”. In piena sessione di bilancio, a un mese dal voto per il nuovo Capo dello Stato, sotto il ricatto delle liste (la segreteria è blindata,  sarà il segretario Salvini a decidere il destino dei parlamentari)  è facile immaginare che neppure quella sarà la data giusta del chiarimento. Neppure quello sarà un “Gran Consiglio” di vendette, tradimenti e cambi di guardia. Se ne riparla, forse, dopo febbraio, dopo l’insediamento del nuovo inquilino del Colle. Intanto la Lega è 17,5% nelle intenzioni di voto. Fratelli d’Italia al venti.

Difficile capire da fuori il clima reale del Federale. Di sicuro Giorgetti ha parlato con Salvini. E si sono “chiariti”. Almeno per un po’. Appunto.  Continuano però a preoccupare gli alleati. “Avere la Lega in maggioranza, in Italia, e all’opposizione in Europa, è solo l’ennesima conferma di una pericolosa confusione strategica” dice Osvaldo Napoli, tra i fondatori di Forza Italia ora approdato a Coraggio Italia per non morire salviniano dentro Forza Italia.  

E intanto Draghi…

E dire che ieri è stata una giornata molto importante nella vita del governo. E dei cittadini utenti finali.  Mario Draghi ha presieduto un lungo consiglio dei ministri (dalle 16 alle 19) che ha licenziato il decreto Concorrenza, uno dei pilastri del Pnrr e il decreto legislativo a favore della presunzione di innocenza e del no ai processi spettacolo. Oltre che nomine importanti nelle Forze armate e tra i prefetti 

Il decreto alla fine prevede un’ “operazione trasparenza”  su tutte le concessioni pubbliche che consenta poi di intervenire avendo un quadro chiaro della situazione, dalle spiagge alle acque minerali. E norme per “aprire il mercato” anche alle piccole imprese e “tutelare i consumatori”. Dentro il riordino per taxi e servizi pubblici locali, fuori la revisione delle concessioni per balneari e ambulanti. Non passa l'accelerazione sugli inceneritori ma restano criteri più stringenti per la raccolta dei rifiuti. Ed entra la parità di genere almeno nelle commissioni che dovranno scegliere i nuovi primari e la composizione delle autorità indipendenti.

L'approvazione della legge è stata travagliata, viste le pressioni delle categorie e le divergenze tra i partiti, fin dentro al Consiglio dei ministri, ma dopo mesi di stop and go ottiene, alla fine, un via libera all’unanimità. 

“In nome della trasparenza”

 Dopo anni di tentativi anche ambiziosi ma andati a vuoto o di governi che hanno “ignorato la questione”, l'esecutivo, ha rivendicato Draghi parlando ai ministri in Cdm, sceglie la “terza via” della trasparenza: conoscere per deliberare. Era già successo per la revisione del catasto.

Sui capitoli più spinosi, dagli ambulanti alle regole per l'affidamento dei servizi pubblici locali, il ddl prevede infatti le deleghe per avviare la mappatura entro sei mesi dalla fine dell'iter parlamentare del provvedimento.

Con l'ok al ddl vengono intanto centrati “tutti gli obblighi che avevamo assunto con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” ha aggiunto il premier proprio mentre dal Parlamento cominciano ad emergere primi malumori sulla gestione “centralizzata”del piano. Manca la “trasparenza” e il Parlamento “non è stato per niente coinvolto, come invece era stato promesso” è la denuncia di una trentina di senatori M5S che hanno depositato una interrogazione a Draghi per chiedere di rimediare subito, partendo dal sito dedicato al Recovery, Italiadomani, che al momento “non consente un monitoraggio” del piano. 

I tassisti non ci stanno

Come promesso a Bruxelles il governo interviene su un “ampio raggio” di materie, dalle nomine dei primari in sanità alla distribuzione dei farmaci, dalla banda ultralarga alle gare per il gas o le concessioni idroelettriche, che sollevano per diversi dubbi nella maggioranza e risposte opposte dalle varie categorie. E poi le colonne per le ricariche elettriche e trasporti pubblici e rifiuti. Sarà più facile avviare attività imprenditoriali. Le misure sulle Tlc lasciano freddi gli operatori, anche sul fronte dello stop ai servizi a pagamento (attivabili solo previo consenso esplicito dei clienti), perchè già si sarebbe fatta una operazione di “pulizia” su questo fronte. Se i 30mila balneari tirano un sospiro di sollievo e approvano la strada della mappatura, in attesa che si pronunci il Consiglio di Stato, i tassisti sono già sul piede di guerra perchè temono di essere schiacciati dalle piattaforme come Uber. Sulla nuova delega per la revisione della materia si discute in Cdm, e la Lega chiede quantomeno che vengano previste tutele per chi è già titolare di una licenza. Anche sulle dighe, tema caro alla Lega, si è arrivati ad un compromesso sulle competenze tra Stato e Regioni che però, secondo Enrico Borghi della segreteria del Pd, rischia di lasciare scoperte un'altra serie di criticità e di esporre il settore idroelettrico e delle rinnovabili al rischio “scalate estere”. Ci sono motivazioni nobili e altre meno nobili. Del resto ciascun partito ha costruito negli anni il proprio consenso in molti di queste settori. E ora è difficile spiegare che arriva la concorrenza. E ciò che era garantito, per non dire blindato, adesso non lo sarà più.