L'Italia delle due rivoluzioni: parità salariale per le donne e i 18enni al voto per il Senato

La riforma costituzionale è ‘mini’ ma epocale e, per una volta, l’hanno votata tutti i partiti. Resta il problema: due Camere fin troppo ‘identiche’

Chiara Gribaudo, prima firmataria e promotrice della legge sulla parità salariale (Ansa)
Chiara Gribaudo, prima firmataria e promotrice della legge sulla parità salariale (Ansa)

Per una volta, il Parlamento italiano si mette ‘al passo’ con il Paese ‘reale’. Due riforme, entrambe importanti, sono scattate (la prima) e sono state votate, a raffica, la seconda, negli ultimi giorni: il voto ai 18enni al Senato e la parità salariale per superare il ‘gender gap’ tra uomini e donne. Il primo è un ‘via libera’ formale, ma definitivo, a una riforma costituzionale, che ha seguito un iter lungo e complesso. Il secondo è solo il primo step (voto nel primo ramo del Parlamento, la Camera, ma deve ancora andare e essere votata al Senato), ma pone un paletto importante e cruciale a un testo ‘cogente’ e da troppo tempo atteso dalle donne per ottenere finalmente non solo pari diritti ma soprattutto pari dignità economica e sociale.

Riforme: ora il voto dei 18enni per il Senato diventa realtà

A partire dalle prossime elezione politiche (primavera 2023 se si voterà a scadenza naturale, autunno 2022 se si voterà in via anticipata), anche i diciottenni potranno eleggere i senatori, cioè i parlamentari che siedono al Senato mentre, fino ad oggi, eleggevano solo i deputati. Dopo la doppia approvazione di Montecitorio e Palazzo Madama, anche l'ultimo ostacolo all'entrata in vigore del testo è caduto: il 13 ottobre, infatti, sono scaduti i termini per chiedere il referendum confermativo previsto dalla Costituzione in caso di mancato raggiungimento del quorum di due terzi, come è stato per l’approvazione della riforma che abbassa l’elettorato attivo (chi elegge chi) mentre resta intatto quello passivo (chi viene eletto: 25 anni per diventare deputati, 40 per essere senatori).

Sono 4 milioni di giovani tra i 18 e i 25 anni

“L'estensione del voto ai 18enni anche per le elezioni dei rappresentanti del Senato è una realtà”, annuncia entusiasta il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà (M5s), anche perché i 5Stelle molto si sono spesi per questa riforma, come pure per lo (sciagurato) taglio del numero dei parlamentari (da 945 a 600) che pure entrerà a regime dalle prossime elezioni.

Il provvedimento coinvolgerà circa 4 milioni di giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni che, alle prossime elezioni politiche, ‘irromperanno’ – si fa per dire - nel Senato, cioè tra gli austeri busti di palazzo Madama: anche loro, in realtà, potranno eleggere i senatori, privilegio finora riconosciuto solo dai 25 anni in su, ma non essere votati. Ora manca solo la firma di Sergio Mattarella, che darà, ovviamente, senza indugio.

Chi elegge chi: elettorato attivo e passivo

Si tratta di una legge costituzionale che va ad intervenire sull'articolo 58 della Costituzione, quello che fissava a 25 anni il requisito minimo di età per poter eleggere l'aula del Senato. Il testo va ad intervenire proprio su questo punto, omologando le regole per l'elezione del Senato con quelle della Camera. Anche i diciottenni, dunque, potranno eleggere i rappresentati di Palazzo Madama, ma rimane il vincolo legato al compimento dei 40 anni per potersi candidare alle elezioni (elettorato passivo, come si diceva).

Un lungo iter ma per una volta bipartisan

L'iter, partito nel 2019, si è concluso con il voto al Senato (quarta lettura) dell'8 luglio scorso, dopo quello della Camera che, l’9 giugno 2021, ha detto sì con 405 voti a favore, cinque contrari e sei astenuti. Invece, con 178 sì, 15 no e 30 astenuti, Palazzo Madama aveva dato l'ok definitivo al provvedimento l’8 luglio 2021. Un consenso largo e quasi unanime, quello che si è registrato nel corso dei 4 passaggi avvenuti tra Camera e Senato. Ma, in prima lettura, al Senato, il 9 settembre 2020, il sì al voto ai diciottenni era passato con grande fatica: la maggioranza era stata di appena 125 voti (Pd, 5Stelle e Leu) mentre 84 erano stati gli astenuti (quasi tutti nei banchi del centrodestra) e i renziani non avevano partecipato al voto, sostenendo che “gli altri erano venuti meno agli accordi”, cioè l’allora maggioranza ‘giallorossa’, proprio perché mancava l’abbassamento dell’elettorato passivo. A Montecitorio, però, nella seconda lettura, il provvedimento non è riuscito ad a raggiungere il quorum dei due terzi dell'Aula, motivo per cui è stato necessario attendere fino ad oggi per formalizzare il via libera. “È scaduto il termine per la presentazione delle firme per un eventuale referendum confermativo che non sarà necessario indire”, spiega Federico D'Inca, esponente del M5S e ministro dei Rapporti con il Parlamento.

Scaduto il termine per chiedere il referendum

La Costituzione, infatti, prevede la possibilità di chiedere un referendum confermativo, entro e non oltre tre mesi, qualora il testo di revisione costituzionale non avesse ottenuto il quorum dei due terzi, come è accaduto in questa occasione. Ma nessun partito se l’è sentita di intestarsi una battaglia impopolare: impedire ai giovani di votare per il Senato come già fanno per la Camera e per tutte le altre elezioni amministrative (regionali, comunali, municipi) e ai referendum.

“La riforma per il voto dei diciottenni al Senato attende ora solo la firma del presidente Mattarella", esulta Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera e primo firmatario della proposta di legge, uno di quelli che ci ha sempre creduto.

Il prezioso lavoro del presidente Brescia (M5s)

Ed è stato proprio il ‘fichiano’, nel senso di vicino al presidente della Camera Fico, ma anche un pentastellato moderato e dialogante, che si è ‘incollato’ il lavoro di mediazione e tessitura con le altre forze politiche dal Pd fino alla Lega e Fdi. Non è un caso, dunque, che nessuno dei parlamentari abbia fatto richiesta del referendum cnfermativo, come è stato fatto, invece, sugli ultimi referendum costituzionali (2016 e 2021).

Scongiurato il rischio di maggioranze diverse tra Camera e Senato

Un'azione che non avrebbe fatto altro che inceppare o rallentare l'iter di approvazione della legge. “Un'importante estensione dei diritti politici e una saggia scelta che allontana il rischio di maggioranze diverse tra Camera e Senato”, dichiarano i deputati dem Stefano Ceccanti, Andrea Giorgis e Dario Parrini. Il Pd, cioè, ne fa una questione ‘di sistema’: sia con il Mattarellum, che con il Porcellum che, in parte (minima) con il Rosatellum era diventato normale ritrovarsi con maggioranze diverse, o spurie, tra Camera (dove i 18 enni votavano) e Senato (dove si votava solo dai 25 anni in su). I casi eclatanti sono stati il Berlusconi I (maggioranza larga alla Camera, sul filo del rasoio al Senato), il Prodi I (maggioranza al Senato, solo con l’astensione del Prc alla Camera), il Prodi II (maggioranza solo con i senatori a vita e gli eletti all’estero al Senato) e, anche, nel 2013, il tentativo di formare un governo ‘politico’ guidato da Bersani che aveva la maggioranza (netta) alla Camera, ma cui mancavano decine di senatori al Senato, dopo il voto: un pre-incarico che presto fu poi congelato.

“Nella giornata di ieri è scaduto il termine di tre mesi dalla pubblicazione notiziale in Gazzetta Ufficiale, avvenuta il 13 luglio, per chiedere un referendum sulla revisione costituzionale che dà ai diciotto-venticinquenni, circa quattro milioni di elettori, il diritto di voto al Senato della Repubblica” dicono sempre il deputato Stefano Ceccanti (che è stato relatore del ddl alla Camera), il deputato Andrea Giorgis (responsabile per le questioni istituzionali della segreteria Pd) e il senatore Dario Parrini, presidente della Commissione Affari costituzionali e relatore al Senato. “ll testo in seconda deliberazione era stato approvato il 9 giugno 2021 alla Camera e l'8 luglio al Senato. Non essendovi stata nessuna richiesta, entro pochi giorni vi sarà quindi la pubblicazione definitiva in Gazzetta. Un'importante estensione dei diritti politici e una saggia scelta che allontana il rischio di maggioranze diverse tra Camera e Senato, che è nata per convergenza parlamentare, anche per il forte impegno del Pd”. “Si tratta del sesto caso di leggi di revisione costituzionale approvate ai sensi dell'art. 138 Costituzione a maggioranza assoluta e per le quali non è stata presentata richiesta di referendum, dicono i tre, non a caso amanti di precedenti e codicilli (Ceccanti, poi, ne è lo storico indiscusso maestro) i quali poi si peritano anche di dirci quali sono.

“I cinque precedenti sono i seguenti: la legge costituzionale 1/1989 sui reati ministeriali, la 1/92 su amnistia e indulto, le 1/2000 e 1/2001 sul voto estero, la 1/2003 sulle pari opportunità negli uffici pubblici e nelle cariche elettive”. Bene, Fatto il ‘ripassino’ di diritto costituzionale, e incassato il plauso degli elettori più giovani e meno giovani (forti i dubbi che ai ventenni la cosa importi, almeno ascoltando i loro discorsi nei bar e locali, quelli dove, si sa, i politici non mettono mai piede …), resta da dire che però c’è chi adombra un altro genere di rischio, un rischio non solo giuridico-costituzionale, ma ‘politico’.

A cosa servono due Camere identiche: bicameralismo rafforzato

Il problema è, infatti, il ‘combinato disposto’ con la legge elettorale può procurare: due Camere, già identiche, che fanno già le stesse cose, ora verranno elette in modo identico, per la legge elettorale (all’inizio dell’età repubblicana, non a caso, era invece differenziata per le due Camere) e saranno elette dalle stesse fasce di età di cittadini (dai 18enni in su in entrambi i casi). Resteranno diverse solo la grandezza dei collegi (molto più grandi, anzi abnormi, al Senato, leggermente più piccoli alla Camera) e la ripartizione dei resti e del quorum per avere seggi (per legge, al Senato, va fatta su base regionale, mentre alla Camera è su base circoscrizionale). Ma il metodo di elezione e la legge elettorale (il Rosatellum oggi, un altro sistema domani, forse) sono e resteranno identici e perfettamente, a maggior ragione dopo la parificazione dell’età (elettorato attivo), livellata per tutti a 18 anni. Resta solo la differenza nell’elettorato passivo: per diventare senatori occorre essere più ‘saggi’, oltre che più anziani, cioè avere dai 40 anni in su.

Ma resta che il ‘bicameralismo perfetto’, male endemico del bicameralismo e della democrazia italiana, non solo si rafforza ma si eleva a sistema perché due Camere fanno sempre le stesse cose, in modo pedissequo ed estenuante e le leggi, per essere approvate, vanno votate ‘copia conforme’, cioè identiche anche nelle virgole (dalle riforme alla legge di bilancio al voto di fiducia alle leggi più stupide e inutili che si possano escogitare). Insomma, come si vede, anche una ‘buona’ legge – permettere ai giovani di votare anche al Senato e, dunque, avvicinare di più i giovani alla Politica – ha il suo rovescio della medaglia, il suo ‘nero’. Il bicameralismo ‘all’italiana’, così perfetto da esistere solo in Italia (bisognerebbe chiedersi perché) ne esce vieppiù rafforzato e consolidato. E questo, francamente, è un male, non un bene.

Un premio alle aziende che pagano le donne

Veniamo ora alla legge sulla parità salariale, approvata, per ora, in un ramo del Parlamento. La riduzione del 'gender pay gap', nel nostro Paese, passerà anche attraverso un premio alle aziende private con l'organico all'insegna dell'uguaglianza tra i sessi, che potranno tanto godere di sgravi contributivi fino a 50.000 euro, quanto ricevere con più facilità aiuti di Stato per sostenere i propri investimenti.

È quello che si prefigge di raggiungere la proposta di legge sulla parità salariale, un testo che ha come primo firmatario e relatore la giovane, brava e tosta Chiara Gribaudo (Pd, area Giovani turchi, ora anche nella segreteria Letta), ma riassume iniziative di diversi schieramenti politici, e che è stato approvata l’altro ieri dall'Aula della Camera all'unanimità, cioè con l’assenza di tutti i partiti e senza manco un astenuto uno, per non dire di zero voti contrari.

Ecco la legge per ridurre il ‘gender pay gap’

Il provvedimento, che sarà esaminato in seconda lettura al Senato, va a modificare l'articolo 46 del codice delle Pari opportunità del 2006, voluto dal ministro di allora, Mara Carfagna, che introduceva la parità salariale sulla carta, cioè senza darvi forza e norme cogenti per rispettarla, disponendo, invece, nel testo Gribaudo l'obbligo di stesura di un rapporto sul personale alle aziende con 50 dipendenti (che verrà trasmesso telematicamente al ministero del Lavoro), mentre il testo di 15 anni fissava l'asticella alle realtà produttive con 100 occupati. Le nuove norme integrano, tra l'altro, la nozione di discriminazione diretta e indiretta, includendo nelle fattispecie pure gli atti di "natura organizzativa, o oraria" che sfavoriscono la componente 'rosa' del mondo lavorativo.

Nel 'mirino', pertanto, finiscono quei trattamenti che, “in ragione del sesso, dell'età anagrafica, delle esigenze di cura personale o familiare, dello stato di gravidanza nonché di maternità o paternità, anche adottive”, pongono o possono porre la lavoratrice in “posizione di svantaggio rispetto alla generalità degli altri” addetti, generano “limitazione delle opportunità di partecipazione alla vita o scelte aziendali”, creano ostacoli riguardo ad avanzamento e progressione nella carriera. Pene severe per chi non rispetta la norma sulla parità salariale, mentre solo una certificazione (un bollino blu, ma importante, ai fini degli sgravi contributivi e previdenziali) per le aziende sotto i 50 dipendenti, che la legge non obbliga, per ragioni legate alla loro fragilità, specie dopo la pandemia, come quelle più grandi.

La ‘secchiona’ Gribaudo e il prezzo che pagano le donne al lavoro

La relatrice e promotrice dell'iniziativa, la deputata del Pd Chiara Gribaudo, una specie di super-secchiona democrat, di quelle che si mettono alle calcagna altrui e non ti mollano fin quando non hanno portato a casa il risultato, antifascista e femminista convinta, giovane ma già scafata, preparata ma capace di spiegare le cose in modo semplice, insomma un gioiellino di quelli che il Pd si dovrebbe tenere stretto a lungo (dubitiamo, ovviamente, che il Pd ci riesca…), ha voluto ricordare, nel suo intervento in Aula, “le 470.000 donne che hanno perso il lavoro durante la pandemia”, evidenziando come, in Italia, le laureate siano pari al 56% del totale di chi ottiene il titolo, "ma solo il 28% dei manager" e che "è ancora possibile per una donna ricevere fino al 20% di stipendio in meno del collega uomo", con medesime mansioni e ore lavorate.

Una situazione di inciviltà, da stato musulmano, cui bisognava, appunto, porre rimedio e, per una volta, è vero, il Parlamento ha fatto il suo dovere.

Plaudono alla legge Bonetti, Orlando e Sgarbi

Per la ministra delle Pari opportunità e della Famiglia Elena Bonetti (Iv), quella licenziata alla Camera è “una proposta che si integra con la certificazione per la parità di genere prevista dal Pnrr”, mentre per il collega titolare del dicastero del Lavoro, Andrea Orlando (Pd), il semaforo verde acceso sul provvedimento è “un'ottima notizia e un passo in avanti sulla strada” dell'uguaglianza tra donne e uomini. Per una volta inoltre, il plauso va anche al Parlamento che ha votato la norma all’unanimità (fatto che, di fatto, non succede mai), senza fiatare e battere ciglia, senza polemiche strumentali o giochi da ‘più uno da parte dei partiti, compresi quelli d’opposizione (FdI e anche gli ex M5s hanno tutti votato sì) e con il funambolico onorevole (oggi al Misto) Vittorio Sgarbi – uno che di solito vota ‘no’ a tutto per partito preso e fa diversi show– che ha persino fatto i complimenti alla Gribaudo nell’annunciare il suo sì convinto a una legge che la relatrice definisce “una legge femminista e soprattutto una legge giusta per combattere non solo le discriminazioni salariali sui luoghi di lavoro ma anche la denatalità e l’eguaglianza perché non c’è ripartenza possibile dopo il Covid, senza una vera uguaglianza tra uomini e donne”. Sante e assennate parole, quelle della Gribaudo. Sperando che diventino realtà.