[Il retroscena] Accuse di sessismo a Salvini e marcia indietro M5s sul decreto sicurezza: il solito ottovolante gialloverde

Continua lo scambio di gentilezze tra i due soci di maggioranza. Nella sostanza il patto tiene: multe più alte e confisca immediata per le navi delle ong ma stop ai maggiori poteri al ministro dell’Interno. Venti emendamenti degli ortodossi 5s preoccupano i leghisti

Salvini, Conte, Di Maio
Salvini, Conte, Di Maio

L’ultima frecciata di giornata è stata diretta al leghista Massimo Bitonci e all’ipotesi di una pace fiscale 2.0, l’ennesimo condono. “Non se ne parla proprio – la replica secca di fonti del Movimento - con noi non passerà più alcun tipo di condono. Piuttosto avanti tutta con il carcere per gli evasori”. La prima frecciata di giornata era stata un’intervista al sottosegretario alle Pari opportunità Vincenzo Spadafora, quota 5 Stelle, in cui ha definito Salvini “sessista” nonché responsabile di “una pericolosa deriva che affligge l’Italia con l’aggravante che gli insulti alle donne arrivano proprio dalla politica e dai suoi esponenti più importanti”. Nel mezzo la discussione sugli emendamenti da presentare al decreto Sicurezza bis, quello che chiude mari e porti e vuole arrestare i capitani delle navi delle ong: un tavolo tecnico che ha rischiato di saltare tre volte in meno di 36 ore, in cui i 5 Stelle ribelli hanno provato ad alzare la voce per essere però subito dopo mollati dai vertici.

Pecore e leoni

Funziona così: a parole, anche nelle interviste, tutti leoni; nei fatti, assai più simili alle pecore. E se ieri la giornata è stato il paradigma perfetto della tumultuosa convivenza Lega e 5 Stelle, il calendario corre sempre più veloce verso il 20 luglio quando la “finestra” per andare al voto a settembre sarà definitivamente chiusa. Anche perché né Salvini né Di Maio vogliono il voto anticipato. E pazienza se da qui ad allora, ma anche dopo, lo schema di gioco sarà sempre quello di litigare come pazzi e poi “fare pace”. Che in sostanza vuol dire fare più o meno quello che chiede Salvini. Il quale ieri, perché ogni volta la lite alza sempre l’asticella, è arrivato a chiedere più volte le dimissioni del sottosegretario Spadafora “che non potrà e non vorrà certo stare al governo con un sessista” salvo poi piombare alla Camera, in saletta tv, alle 5 e mezzo del pomeriggio per fare il pompiere (“non chiedo le sue dimissioni, penso che sia lui a non voler condividere il governo con uno come me”), mentre Di Maio precisava che “qui non si dimette nessuno. Punto. E adesso tutti a lavorare”. Crisi di carta, che si aprono e si chiudono nello spazio di una giornata. Ma lavorano in profondità e prima o poi presenteranno il conto.

L’odio contro Carola

“Gli attacchi verbali del vice premier alla capitana Carola”, definita “criminale, pirata, sbruffoncella”, hanno “aperto la scia dell'odio maschilista contro Carola” ha detto Spadafora. Parole che hanno fatto andare in bestia i leghisti e scattare la richiesta di dimissioni immediate (i capigruppo Romeo e Molinari). “Cosa sta a fare Spadafora al governo con un pericoloso maschilista? Se pensa che sono così brutto e cattivo, fossi in lui mi dimetterei e farei altro, ci sono delle Ong che lo aspettano” ha detto, durissimo, il ministro dell'Interno. Il primo effetto collaterale è stato l’annullamento della conferenza stampa che nel pomeriggio avrebbero dovuto tenere Spadafora e il ministro della Funzione pubblica Giulia Bongiorno sulla cabina di regia per l'attuazione del piano sulla violenza contro le donne. E’ stato Spadafora ad annullare tutto causa “motivi personali”. La data della presentazione è stata aggiornata. Il vero problema, al di là di come è stato aggiustata l’ “offesa” prima da Fico e poi da Di Maio, è che Spadafora non aveva detto nulla dell’intervista nonostante i rapporti che lo legano a Di Maio di cui è stato il primo consigliere politico. Nel pomeriggio Salvini, nel tentativo di smontare le accuse di sessismo, aveva detto che il “22 luglio regaliamo diritti alla sicurezza e milioni di donne italiane con l’approvazione del Codice rosso”. Parole “gravissime” per i 5 Stelle: “Alle donne i diritti non si regalano. Dovrebbe scusarsi, e non con Spadafora, ma con il Paese”.

Fatti & parole

Parole tante. Fatti pochi. Perchè se il Movimento ieri avesse voluto dare prova della propria autonomia politica, avrebbe avuto un’occasione quasi speciale: il tavolo tecnico per definire il pacchetto di emendamenti sul decreto Sicurezza bis, quello che chiude mari e porti e arresta i capitani delle navi delle ong, fa multe salatissime e confisca le navi. Tutto in nome della lotta agli scafisti e al racket del traffico degli esseri umani. Di cui però non si procede ad un solo arresto. Nè in Italia nè nei paesi “amici”. Il Decreto è uno di quei provvedimenti che fa venire un mal di pancia tremendo nella base del Movimento. Ma ancora una volta, tanto rumore per nulla.

Scambio di opportunità

Una quindicina di deputati, guidati dal presidente della Commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia (M5s) avevano presentato 116 pagine di emendamenti che nei fatti svuotavano il provvedimento. Ci sono volute tre riunioni per trovare una sintesi. Sempre la stessa: il gruppo 5 Stelle ha condiviso gli inasprimenti richiesti dalla Lega (multe fino ad un milione di euro per Comandante ed armatore se disobbediscono al divieto di entrare in porto; arrestato in flagranza del Capitano in questione; confisca immediata delle imbarcazioni in modo da mettere a terra i mezzi di soccorso delle ong). In cambio la Lega ha dovuto rinunciare ai maggiori poteri richiesti da Salvini per accentrare ancora di più nel suo ufficio la gestione di mari e porti (chiedeva il veto anche sul trasbordo e l’approdo dei migranti) già in buona parte sottratta a Difesa, Infrastrutture e palazzo Chigi. Delle 116 pagine di emendamenti presentati dal gruppo di grillini ribelli, gli ortodossi che fanno riferimento al presidente Fico, sono rimasti una ventina di correzioni. Importanti e devastanti per gli obiettivi del decreto. Ma si tratta di iniziative “personali” con poche chance di essere approvate. Tra queste l’obbligo di fare riferimento alle convenzioni internazionali (prioritarie rispetto alle leggi nazionali) quando si tratta di salvare naufraghi; la restituzione al premier Conte della cabina di regia di queste operazioni (sottraendola quindi a Salvini); l’obbligo di codici alfanumerici identificativi sulla divise degli agenti impiegati in ordine pubblico. Questa manciata di emendamenti ribelli, non condivisi dal gruppo e dai vertici del Movimenti, potrebbero però aprire a sorprese durante le votazioni in Commissione. Su 547 emendamenti, 119 sono del Pd, 41 di +Europa e 15 di Liberi e Uguali e molti di questi sono simili, quasi sovrapponibili a quelli dei ribelli 5 Stelle. Vedremo.

Un nuovo condono fiscale

Messa qualche pezza su migranti e sessismo, a fine giornata arriva il duello sui dossier economici. Sul fisco, per la precisione. La convocazione di sindacati e parti sociali al Viminale per confrontarsi con il vicepremier leghista sui contenuti della prossima legge di bilancio è uno di quei chiodi nello stomaco che leva il sonno da giorni al premier Conte e a Di Maio. Il vicepremier leghista la ricorda e la rivendica ogni giorno mentre definisce con i suoi “economici” il menu da sottoporre agli ospiti. Tutti predicano il taglio delle tasse come ricetta per la ripresa ma i 5 Stelle vogliono una revisione degli scaglioni e una riduzione del cuneo fiscale, mentre la Lega insiste per la flat tax, con quoziente familiare, e sulla 'pace fiscale 2', che può dare una mano sul fronte delle coperture. I leghisti starebbero pensando a una versione light delle passata dichiarazione integrativa che permetta di fare emergere redditi non dichiarati ma senza scudi penali o sui capitali all'estero. La Lega è al lavoro anche sull’emersione del contante. Insomma, proposte su proposte. Su tavoli lontani dai ministeri economici a guida 5 Stelle. E soprattutto da via XX Settembre, sede del Mef, e da palazzo Chigi. Dettagli di una guerra di nervi continua.