Mezza Italia è chiusa o quasi per colpa del virus: eppure i dati migliorano. Otto domande senza risposta

Sono sette le regioni rosse. La Campania passa dal giallo direttamente al rosso. All’improvviso anche la Toscana che era diventata arancione due giorni prima. Una lotteria a colori. Per il presidente campano De Luca il governo deve “andare a casa”.

Mezza Italia è chiusa o quasi per colpa del virus: eppure i dati migliorano. Otto domande senza risposta

Chi aveva scommesso sul 15 novembre come la data in cui l’Italia sarebbe stata “chiusa” per la seconda volta in otto mesi, è rimasto deluso. Non c’è dubbio però che i tecnici, quelli del Comitato tecnico scientifico e i colleghi della collegata Cabina di regia (leggi il documento) che sorveglia l’algoritmo delle chiusure e delle riaperture, abbiano spinto in ogni modo per arrivare a questo punto. Lo hanno scritto, lo hanno ottenuto per un terzo del Paese (sono sette le regioni in fascia rossa, ieri si sono aggiunte la Campania e, con grande sorpresa, la Toscana) e lo auspicano per tutte le ventuno regioni italiane. “Venti regioni  - scrivono nelle conclusioni del Rapporto settimanale - sono classificate a rischio alto e una a rischio moderato con una probabilità elevata, però, di progredire a rischio alto nel prossimo mese configurando di fatto su tutto il territorio nazionale un rischio elevato di epidemia”. Il decisore politico continua a tenere il punto sulla promessa iniziale. “Faremo di tutto per evitare il lockdown” continua a ripetere il premier Conte che indica il Dpcm del 4 novembre come lo strumento grazie al quale impareremo a “convivere col virus per i mesi che ancora ci separano da una vaccinazione di massa”.  Anche perchè, come già aveva annunciato Conte in mattinata quasi volendo mettere le mani avanti rispetto a ripensamenti di giornata, “i nostri sacrifici stanno dando risultati e vediamo che l’indice di RT si è già un po’ abbassato”. A 1,4 quando era arrivato a 1,7.  Certo la parte del governo resiliente rispetto a chiusure radicali considerate inutili  per fronteggiare il virus (basterebbe seguire le regole ed evitare assembramenti) ed economicamente insostenibili per il  paese, è costretta a confrontarsi con report terrorizzanti. E, come vedremo, anche incomprensibili. 

Gli strali di De Luca

Una giornata surreale. Una delle tante. Il venerdì è dedicato, in genere, alla conferenza stampa condotta dai professori Brusaferro e Locatelli che sovrintendono il monitoraggio e ne comunicano gli aggiornamenti una volta alla settimana. Grande attesa per la Campania il cui destino sembrava comunque segnato verso il passaggio alla zona arancione o direttamente alla rossa. Nel primo pomeriggio il presidente De Luca tiene anche lui il consueto punto di  situazione. E’ furioso (come sempre), attacca il ministro Di Maio (“anche solo a nominarlo mi vengono reazioni che faccio fatica a dominare”) che aveva osato criticarlo;  chiede le dimissioni del governo (“ho già detto a qualcuno del Pd che non si può governare con gente del genere”) e invoca “un esecutivo del Presidente che non produca il caos e gli errori di questo”. Nel mirino del governatore c’è il sistema mediatico “per lo sciacallaggio di questi giorni in cui si è fatto di tutto pur di dare addosso a questa regione, fino a accusarmi di aver truccato i dati”. De Luca ha rifiutato gli ospedali da campo del ministero della Difesa pur avendo le file di ambulanze in attesa fuori da tutti gli ospedali di Napoli.  Quando parla  ancora non sa che da domenica mattina la Campania sarà zona rossa. Per il governatore è una sconfitta: aveva chiesto il lockdown nazionale per non dover mettere la faccia su decisioni impopolari, per poter garantire ai campani “i soldi dello Stato”, per il timore di rivolte sociali. In realtà a De Luca e al sindaco De Magistris, ogni giorno in lite, è mancato il coraggio di chiudere, già due settimane fa, Napoli e Caserta, i due cluster campani, e di lasciar libero il resto della regione.     

Il report alle 22, fughe di notizie dalle 16

Alle 16, quando si aspetta da un momento all’altro la convocazione della conferenza stampa della Cabina di regia (il report settimanale della fase 2), filtrano indiscrezioni proprio dalla riunione in cui sono impegnati i tecnici: altre regioni diventeranno rosse, la Toscana e la Campania; altre tre diventeranno arancioni, Emilia Romagna, Marche e Friuli Venezia Giulia.  E dire che Bonaccini e Fedriga avevano deciso, insieme anche con Zaia in Veneto,  una serie di misure per il fine settimana proprio per evitare la chiusura di bar, ristoranti e negozi e quel po’ di vita che ancora sopravvive tra una popolazione terrorizzata dal virus. Il ministro Speranza confermerà solo a sera al Tg1. L’ordinanza arriva oggi. La serrata inizia da domani.

Il report generale arriverà solo alle 21.30, frutto di limature, correzioni e ripensamenti continui. Sarà interessante - ma ci vorrà un mese e mezzo - leggere cosa si sono detti i tecnici in questo lungo pomeriggio del 13 novembre. I tecnici scrivono che il virus frena ma gli ospedali sono in tilt. Quindi si deve chiudere. “Seppur intensificandosi per gravità a causa di un aumentato impatto sui servizi assistenziali, il virus mostra una lieve riduzione nella trasmissibilità”. Nell’intero territorio nazionale  ci sono “forti criticità dei servizi territoriali e in un numero crescente di regioni è stata raggiunta la soglia critica di occupazione dei servizi ospedalieri”. Le terapie intensive sono occupate al 34% (solo per i Covid) quando la soglia critica è al 30% (3081 pazienti all’11 novembre ma è impossibile sapere il totale effettivo dei letti di Terapia intensiva, ottomila o novemila? Sempre troppo pochi). Il Covid si è mangiato anche circa la metà dei letti ordinari (29.444). Si può solo “rafforzare le misure di mitigazione”. Stringere e chiudere. “E’ necessaria - si legge - in tutta Italia una drastica riduzione delle interazioni fisiche. State a casa il più possibile”. Anche perchè, andando così veloce, il virus ha reso “impossibile il tracciamento” e anche capire “dove sia avvenuto il contagio”. L’80% non sa più dirlo. 

I conti non tornano. Le risposte neppure

Insomma, siamo un’altra volta dove ci avevano assicurato che non saremmo più stati: dover chiudere il paese, al momento circa la metà, perchè il servizio sanitario è crollato, i medici non ce la fanno più, gli infermieri meno che mai, mancano le terapie intensive. Abbiamo detto e scritto che il Dpcm del 4 novembre è lo strumento giusto per convivere col virus: facendo interagire 21 variabili, l’algoritmo calcola esattamente quale misure di contenimento vanno prese. In questo modo, con la massima trasparenza, i cittadini sanno misurare i propri comportamenti (meccanismo di responsabilizzazione virtuoso) e ne conoscono le conseguenze. Ottimo metodo, è stato detto. Doveva essere fatto partire a giugno invece che a novembre. Soprattutto non ci possono essere dubbi sulla sua funzionalità. 

Otto misteri

Invece sono troppe domande a cui non si trova risposta. Otto misteri di cui avremmo chiesto volentieri conto ai diretti interessati ieri in conferenza stampa (pare la facciano stamani alle 11).

1) E’ stato detto e ripetuto che occorre aspettare 2 settimane per vedere gli effetti delle misure. Nel report, difatti, si legge che l’abbassamento di RT è il risultato delle limitazioni imposte “a metà ottobre”. Il primo Dpcm è del 13 ottobre, a seguire quelli del 19 e 26 ottobre. L’ultimo (4 novembre) è stato presentato come “definitivo”. Dal 4 novembre la cartina a colori del contagio è già cambiata tre volte, l’ultima volta mercoledì. Che senso ha?

2) I dati di ieri registrano il numero dei contagi a 40.903, circa tremila in più del giorno prima: è una crescita assai meno veloce delle scorse settimane quando il numero dei contagiati quasi raddoppiava di giorno in giorno. Sempre alto il numero dei morti (550) ma purtroppo abbiamo imparato che quello è il dato che decresce per ultimo. Si tratta di persone che si sono ammalate nella prima metà di ottobre. Infatti il rapporto tamponi/contagi resta stabile intorno al  16%. Ci sono due ottime notizie: RT sceso a 1,4 in modo stabile (era a 1,7); da cinque giorni calano i ricoveri in terapia intensiva (il giorno 12 erano +60). Perchè  se i dati sono positivi, occorre nuovamente fermare metà del paese e il commercio al dettaglio?

3) La risposta al punto 2 è contenuta, forse, nella domanda al punto 3: il report è stato consegnato la sera del 13 novembre, è aggiornato al giorno 11 ma fa riferimento al periodo 2-8 novembre. Dunque: di quali dati e di quali giorni stiamo parlando? Se anche le decisioni vanno assunte in un’ottica di “tendenza delle curve”, il modo di procedere non può essere questa schizofrenia ogni 2/3 giorni

4) Tra le righe del report si intravede una risposta. “Ci sono ritardi nella trasmissione dei dati e spesso sono incompleti. C’è il rischio di sottostimare la velocità di trasmissione del virus”?. Ma se così è, vuol dire che l’algoritmo che decide sulle nostre vite è informato male e quindi sbagliato. La domanda allora è: poiché il Dpcm del 4 novembre si basa su un decreto del 30 aprile, perchè il sistema di rilevamento dei dati, così decisivo, nei mesi estivi non è stato messo in condizione di produrre i risultati corretti e necessari?

5) Una criticità seria è emersa nei fine settimana: nei corsi, nei parchi, nei lungomare, lungo le vie dello shopping  di questo autunno pieno sole, si ammassa troppa gente. Non era difficile prevederlo: la gente vuole uscire prima di rinchiudersi a casa col coprifuoco serale. I sindaci dovevano fare ordinanze di chiusura antimovida. Non è successo. Il Viminale ha dovuto quindi sollecitare di nuovo i prefetti. Oggi e domani molte passeggiare saranno chiuse, a numero chiuso o a senso alternato per evitare assembramenti. I tre governatori di Friuli, Emilia Romagna e Veneto hanno autonomamente, senza che nessuno lo chiedesse e avendo numeri buoni tra scenario 2/3, deciso di procedere a semichiusure di luoghi ed esercizi commerciali non previste nella fascia gialla. Dove sono ancora oggi.  Tutto per limitare il contagio ed evitare il cambio di fascia. Tutto alla luce del sole e comunicato nei modi corretti. Risultato: Friuli ed Emilia Romagna si ritrovano in fascia arancione. Perchè? Eppure nella cabina di regia ci sono 3 rappresentanti delle regioni.

6) E’ una domanda simile alla precedente. La Toscana è diventata arancione mercoledì. Diventa rossa domani. Perchè questi cambi ogni due giorni visto che i dati sono buoni? R.T è a 1,4 e l’occupazione ospedali non è critica (tranne la zona dell’empolese). Anzi, la Toscana ha i Covid hospital e un servizio territoriale  che funziona anche nell’assistenza domiciliare. Sarebbe triste scoprire che è prevalsa la spinta di chi preferisce la chiusura per avere i soldi dello Stato. Sicuramente questo non è uno dei 21 indicatori che informa l’algoritmo.

7) Campania e Calabria sono una storia a sè. Soprattutto una storia di malasanità cronica su cui ora si è innescato il virus. In Campania De Luca e De Magistris avrebbero dovuto fare zona rossa a Napoli e Caserta già tre settimane fa. Non hanno avuto il coraggio di farlo. Perché, però, la cabina di regia non ha fatto scattare subito, il 4 novembre, il colore arancione? Perché passare dal giallo al rosso dopo tre settimane di code ai Pronto soccorso? In Calabria, dopo lo show dei commissari uscenti ed entranti, non si capisce chi comanda ora la Sanità. Ci sono soldi non spesi per assumere medici e infermieri e altre risorse. Intanto il presidente facente funzioni Spirlì firma ordinanze. La sua regione è rossa e non capisce perchè. “Qui si diventa rossi con i numeri a tombola. Siamo nelle mani di un algoritmo sterile e disinformato”.  

8) Perchè ieri è stata rinviata di ora in ora una conferenza stampa decisiva per fare chiarezza? Non era giornata da cavarsela con la dichiarazione del ministro Speranza al TG1 delle venti. E con un video di 30 secondi del professor Rezza, responsabile del servizio prevenzione del ministero.