[Il retroscena] Il Conte 2 ha la fiducia ma è ancora in alto mare. Tutti gli ostacoli del nuovo governo

Da ieri non c’è più la maggioranza assoluta con l’addio di Richetti (Pd) e l’astensione di Paragone e Ciampolillo (M5s). Difficile l’incastro delle riforme costituzionali e nuova legge elettorale necessario per blindare la legislatura. E Pd, M5s e Leu fanno fatica anche a chiudere la partita dei sottosegretari. Un arrivo una nave delle Ong. Il ministro dell’Interno parla di “gradualità e valutazione caso per caso”

Giuseppe Conte e l'applauso per la fiducia incassata dal suo esecutivo 'bis'
Giuseppe Conte e l'applauso per la fiducia incassata dal suo esecutivo "bis"

Ha la fiducia. Ma è ancora in alto mare. E la navigazione, come sanno bene deputati e senatori e ministri del Conte 2, è piena di iceberg da schivare. Molti, ad esempio, vorrebbero un posto da sottosegretario e i 169 voti di ieri al Senato (otto in più rispetto alla maggioranza assoluta, due in meno del Conte 1 e 5-6 in meno rispetto al perimetro possibile indicato a Mattarella nelle consultazioni) scontano le ripicche e gli avvisi di chi sta alzando il prezzo per un incarico. In alto mare anche il pacchetto per le riforme - dal taglio dei parlamentari alla nuova legge elettorale - che è la vera e unica garanzia, al momento almeno, per la tenuta della maggioranza e della legislatura. E poi la manovra, con tutte le incognite che si porta dietro, e il dossier migranti, il più esposto agli abusi della propaganda sovranista che sta affilando le armi per "tornare presto al governo". Nelle battute finale della sua replica all'aula del Senato, il premier Conte ha chiesto di provare "ad evitare la polarizzazione dei porti aperti o chiusi". Oggi sarà a Bruxelles, primo impegno ufficiale da premier con pieni poteri. I porti saranno un po' aperti e un po' chiusi, dipenderà dai casi. "Gradualità, a piccoli passi" ha confidato il ministro dell'Interno Lamorgese a chi nel banco del governo prova a chiedere, a cercare di sapere visto che la nave Ocean Viking ha raccolto 84 naufraghi in acque sar libiche e chiederà l’ingresso nei porti italiani.

"Non siamo un ufficio di collocamento"

Se Salvini sembra depresso, Di Maio sembra ancora stralunato seduto a quel banco del governo tra gente che non riconosce (tranne Conte e Fraccaro) e con cui non scambia una parola. Anche sui sottosegretari ha preferito non sporcarsi le mani e ha delegato la scelta ai presidenti 5 Stelle delle varie commissioni . Della serie che "adesso un po' di rogne ve le accollate voi". A ciascuno presidente Di Maio ha chiesto una rosa di cinque nomi da cui poi selezionare il candidato. A ieri sera la fatidica rosa di nomi ancora non era pronta (forse stasera) e i presidenti coinvolti -Marta Grande, Carla Ruocco, Filippo Gallinella, Giuseppe Brescia, Marialucia Lorefice, Gianluca Rizzo e Luigi Gallo - ci hanno tenuto a far sapere di "non essere un ufficio di collocamento" che seleziona i candidati per un posto di lavoro. Un risentimento che, probabilmente, nasce dal fatto che Di Maio ha preteso che nessuno di loro si candidasse nei posti di sottogoverno. Una richiesta che ha lasciato di sale Nicola Morra, già deluso per non essere diventato ministro e che ora, essendo presidente dell'Antimafia (incarico tra l'altro assai interessante di per sè), rischia di perdere anche il miraggio di essere sottosegretario. Nella lunga giornata a palazzo Madama, girando per i corridoi dei gruppi, ieri giungevano eco di grida e battibecchi, "inutile perdere tempo, tanto alla fine decide tutto Di Maio". Le fatiche del sottogoverno. Che ugualmente non mancano nel Pd e persino dentro Leu.

43 caselle

Sono a disposizione 43 caselle, il Cencelli del Conte 2 ne ha assegnate 22 ai 5 Stelle, 18 al Pd e tre a Leu che ieri al Senato ha il fatto il suo dovere assicurando 162 voti (Pd e M5s sono a 158). Il Pd ha preteso, per i suoi, il rispetto di due criteri: la copertura del territorio, nel senso che ogni regione deve essere rappresentata al governo, e una equa presenza di donne. Girano molti nomi e poche certezze. Soprattutto ogni corrente, areadem, orlandiani, renziani, pretende il rispetto del proprio spazio. Sembra blindato l’arrivo di Emanuele Fiano al ministero, un incarico che gli spetterebbe in effetti da anni. Nei 5 Stelle c'è lo scontro tra l'ex viceministra Laura Castelli convinta di tornare al Mef e Stefano Buffagni che ambisce allo stesso incarico con delega alle Partecipate. Al ministero di via XX Settembre il Pd candida Antonio Misiani e Luigi Marattin. Vito Crimi, ex sottosegretario con delega all'Editoria, ha piantato una grana per la sua mancata nomina a ministro. Per ripicca ha promesso di non mollare l'Editoria. Su cui però il Pd scommette tutto su Walter Verini. "Io non voto la fiducia" prometteva sicuro ieri mattina un senatore 5 Stelle per cui stava, si vede, sfumando il sogno di diventare sottosegretario alla Giustizia. Ieri sera invece sorrideva... "Sì, sì, ho votato la fiducia". Sono ore di trattative e le porte si aprono e si chiudono all'improvviso. Nel totonomi, tra i 5 Stelle, anche Pierpaolo Sileri alla Sanità, Gianluca Gaetti all'Interno, Francesco D'Uva alla Cultura. In casa Pd si citano Gian Paolo Manzella all'Energia, Roberto Morassut agli Enti locali, Lia Quartapelle e il pentastellato Manlio Di Stefano alla Farnesina con Di Maio. Prestipino (Pd) e Valente (M5s) andrebbero a completare la squadra dei sottosegretari del ministro Spadafora. Ma le caselle sono mobili e ieri sera sono state fissate altre riunioni con lo stesso ordine del giorno. Il premier Conte ha chiesto di fare presto. "Il prima possibile" ha detto ieri sera lasciando palazzo Madama. Magari domani, quando è previsto il Consiglio dei ministri. Ma è probabile che tutta la partita slitti alla prossima settimana. Non sarebbe un buon segnale.

Partita a scacchi per il dossier riforme

Stamani alle 11 la capigruppo della Camera deciderà il calendario dei lavori delle prossime settimane. E si capirà se l’accordo sul “percorso” delle riforme illustrato da Conte è destinato a tenere. E a sostenere la maggioranza fino alla fine della legislatura. Stamani infatti sarà chiaro cosa intendono i 5 Stelle quando dicono di voler “completare il prima possibile, nella prima finestra utile” la legge che riduce i parlamentari da 945 a 600. .Ieri sera Di Maio ha parlato di ottobre. Vorrebbe dire concludere l’iter di approvazione della riforma costituzionale verso novembre. Se così fosse, vorrebbe dire che i 5 Stelle lasciano a Leu e Pd il tempo di fare ciò che hanno promesso: incardinare un nuovo pacchetto di riforme costituzionali (parificare l’età degli eletti e degli elettori tra Camera e Senato; la sfiducia costruttiva) e avviare l’iter di approvazione di una nuova legge elettorale che va a compensare, con criteri proporzionali, i vuoti lasciati dal taglio dei parlamentari (da 630 a 400; da 315 a 200).

La riunione saltata

Per iniziare a parlare di “tempi” e del percorso comune per arrivare al risultato, i capigruppi M5S, Pd e Leu si dovevano vedere ieri sera al Senato dopo l’ok alla fiducia. La riunione è saltata, le idee sono ancora troppo poco chiare. Il capo delegazione Franceschini ha preferito prima riunire i dem, i capigruppo Marcucci e Delrio, i capigruppo nelle commissioni Affari costituzionali Parrini e Migliore e il responsabile Riforme Andrea Giorgis. Tra oggi e domani dovrebbero condividere il progetto con gli alleati. Un primo cronoprogamma prevede che la riforma elettorale potrebbe partire dal Senato mentre alla Camera si calendarizza il 'taglia poltrone’. “Per votare il taglio dei parlamentari - ha spiegato Marcucci - a noi basta incardinare contestualmente la legge elettorale e la modifica dei regolamenti parlamentari”. E’ quello che dovrebbe succedere. Ma non c’è dubbio che il governo cammina su un filo molto sottile.

Lo minaccia di Salvini

Anche perchè ieri il leader della Lega, nel duello verbale con Conte (meno violento di come avrebbe potuto essere) ha promesso la guerriglia a bassa intensità contro il ritorno al proporzionale, giudicato “la solita truffa per garantire il solito inciucio”. Salvini ha promesso che farà di tutto per impedirlo e per prima cosa userà fino in fondo l’arma micidiale delle presidenze delle commissioni parlamentari dove non sarà così facile garantire i numeri alla nuova maggioranza per mandare avanti i provvedimenti. La Lega avrà la presidenza di ben undici commissioni parlamentari, sei al Senato e 5 alla Camera, a cominciare da quelle Bilancio e Finanza che dovranno dare corpo alla Legge di Bilancio. I vertici delle Commissioni non possono essere cambiati fino a novembre 2020. Un tempo più che sufficiente per bloccare o comunque rendere assai difficile l’attività parlamentare. Con un’attenta regia e una buona conoscenza delle dinamiche parlamentari, cosa che la Lega ha sicuramente, le Commissioni possono diventare delle paludi dove i provvedimenti restano bloccati mesi. Tanto che Pd e 5 Stelle stanno valutando l’ipotesi delle dimissioni in blocco e l’elezione di nuovi presidenti che rispecchiano la nuova maggioranza. Una procedura con due controindicazioni: anche in questo caso, pur avendo la presidenza, i numeri complessivi di maggioranza e opposizione nelle commissioni non cambierebbero e in alcuni casi non si arriverebbe neppure alla maggioranza (gli uffici stanno facendo tutti i conteggi in proposito); eleggere i nuovi presidenti terrebbe bloccata l’attività parlamentare per settimane, uno stallo pericoloso per un governo che invece ha bisogno di fare e anche in fretta.

La maggioranza assoluta non c’è già più

Perchè alla fine, come succede ormai dal 2006, il Senato deve sempre fare i conti con maggioranze risicate in aula e ridotte ad uno/due voti di differenza nelle commissioni. Basta una malattia, un’assenza, e il governo va sotto. Da ieri poi la maggioranza assoluta al Senato non c’è più. Il magic number è 161 ma il Pd può garantire, a ranghi completi, 56 voti, M5s 109 e Leu quattro. La somma fa 159 contro i 162 previsti. E’ successo infatti che il Pd ha perso un senatore e i 5 Stelle due. Matteo Richetti (Pd) si è astenuto ma ha annunciato che non voterà mai la fiducia al governo Conte “per questioni di coerenza e contro l’alto tasso di ambiguità che caratterizza questo governo”, passerà con Carlo Calenda e in Parlamento aderirà al gruppo Misto. Anche i senatori grillini Paragone e Lello Ciampolillo non daranno mai loro fiducia ad un governo Pd-M5s guidato dallo stesso Conte che faceva “l’avvocato del popolo sovranista”. In teoria, dopo le parole pronunciate ieri in aula, Paragone dovrebbe essere espulso e Ciampolillo anche.

Le parole guerriere di Paragone

“La mia tentazione di votare No è forte - ha detto Paragone - mi asterrò soltanto per rispetto di chi, in una ipnosi in buona fede, pensa nella rivoluzione della pochette. Io resto nella trincea delle parole guerriere contro il fanatismo neoliberista incistato in questa Unione Europea”. Le “parole guerriere” l’orazione con cui Beppe Grillo incantò ed emozionò l’Italia grillina nel 2013, sono diventate, è l’accusa di Paragone, “un linguaggio mite contro l'establishment finanziario. Erano parole guerriere contro un meccanismo di stabilità europeo che adesso renderete ancor più una gabbia restrittiva sull'Italia. Non mi dite che cambierete l'Europa. L'Europa vi ha già intellettualmente corrotti con i suoi inganni. Il Pd è la garanzia italiana del fanatismo europeo, del globalismo e dell'uomo di Davos. Bruxelles l'avete riportata in casa. Con il conte Gentiloni marcato a uomo dal falco Dombrovskis”. Un attacco così frontale che può ammettere solo l’espulsione. In alternativa, la riammissione di chi è stato espulso in questi mesi - De Falco e Nugnes - per molto meno. Per la cronaca ieri De Falco e Nugnes hanno votato Sì. E la convinzione è arrivata quando Conte nelle replica ha sottolineato come i principi costituzionali saranno sempre rispettati e onorati in tutti i provvedimenti. Cosa che invece spesso non è accaduta negli ultimi 14 mesi a cominciare dai due decreti sicurezza.

L’addio di Richetti

Non meno forti e rumorose sono state le parole di Richetti. Pronunciate in un’aula dove all’improvviso è calato il silenzio. “Non posso votare la fiducia a un governo nato su basi di convenienza e ambiguità e ogni tanto questo partito ha bisogno di qualcuno che dica la verità” ha detto l’ex portavoce della campagna elettorale del 2018, un’amicizia con Renzi fatta di alti e bassi. Da mesi precipitata. “Il presidente Conte, nel primo Governo, ha firmato provvedimenti vergognosi come i decreti Sicurezza, condoni, legittima difesa e chiusura dei porti” ha osservato il senatore emiliano. “Un presidente del Consiglio degno di questo nome avrebbe espresso prima le critiche che adesso muove, non dopo levandosi i sassolini dalle scarpe. Una fase nuova richiedeva un premier nuovo, autorevolezza alla Farnesina, un'idea di giustizia diversa e non il teorico della democrazia diretta (l’ex ministro e ora sottosegretario alla Presidenza Riccardo Fraccaro, ndr) nel cuore di palazzo Chigi”. Parole che hanno meritato l’ascolto di tutta l’aula. E poi anche l’applauso. Quanto può andare avanti una maggioranza nata su questi presupposti è faccenda che si capirà molto presto. Ad esempio quando la nave Ocean Viking chiederà di entrare nelle acque italiane con il suo carico di migranti raccolti nelle acque sar libiche. E’ questione di ore. E il ministro dell’Interno dovrà dire Sì o No. Aprire o chiudere i porti. Dettare la nuova chiave interpretativa di decreti che non saranno stracciati ma “meglio specificati caso per caso”. In base ai principi indicati dal Presidente della Repubblica.