[Il caso] Olimpiadi, Sea watch, Tav e Autonomie: Salvini avanti come una ruspa. Di Maio prova a resistere e blocca tutto

Alta tensione nei vertici di ieri sera a palazzo Chigi. Stoppato il ddl sulle Autonomie regionali. Per la Lega è “il tradimento di un patto condiviso”. M5s tenta il blitz sulle concessioni ad Autostrade. Ennesima ripicca. Doppia fumata nera

Luigi Di Maio e Matteo Salvini
Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Fino alle sei di ieri pomeriggio Salvini sembrava lanciato a bordo della sua ruspa contro tutto e sopra tutto. E’ uno di quei momenti in cui gli va tutto per il verso giusto. Ha portato a casa le Olimpiadi invernali del 2026 relegando il Movimento nell’angolo del partito del No. La Corte europea dei diritti dell’uomo gli ha dato ragione sul destino della Sea watch 3, la nave della ong olandese ferma nel Mediterraneo da 12 giorni con 43 migranti a bordo: l’Italia non è competente su navi stranieri in acque internazionali anche se trasportano persone soccorse in mare e non è quindi costretta ad autorizzare lo sbarco. Un anno di battaglie messe a tacere dal massimo organismo umanitario internazionale. Anche il balletto sulla Tav sta arrivando al capolinea: la Telt, il consorzio italo-francese, ha fatto i bandi per completare il tunnel, la grande velocità va avanti nonostante i balbettii di palazzo Chigi. Nelle ultime 48 ore sembra tornato il magic touch di qualche tempo fa. Per cui c’è veramente da chiedersi chi possa fermare la Lega e Salvini premier. “Giusto Bruxelles, se s’impunta e decide di avviare la procedura. Ma sarebbe un autogol. Altrimenti andiamo avanti. Meglio di così cosa possiamo chiedere? Si sta verificando quello avevamo immaginato: le tensioni interne stanno consumando giorno dopo giorno il nostro alleato di governo e i suoi leader, Di Battista compreso” diceva ieri nel pomeriggio una prima linea della Lega. Al Movimento, costretto a smentire se stesso ogni giorno di più, fino a quel momento non restava che attaccare i soliti “giornalisti pennivendoli” con un post sul blog delle Stelle. La riprova di una totale debolezza. L’equivalente di una sconfitta nei fatti.

Una mossa disperata

E così Di Maio ha deciso l’unica mossa ancora possibile. Una mossa disperata. Alle sei del pomeriggio ha avvisato Salvini che “non si può andare avanti con questo massacro”. Gli ha comunicato che “le Autonomie saranno rinviate”. E che il Movimento intende portare in Consiglio la revoca delle concessioni ad Autostrade, come promesso un anno fa, subito dopo il crollo del ponte Morandi. E’ un dispetto che fa saltare anche l’altro progetto direttamente collegato: l’ingresso di Atlantia, cioè Autostrade, in Alitalia. Così tra liti e veti a palazzo Chigi si è bloccato tutto nuovamente. Come ben diceva la faccia tesa, che schiumava rabbia, di Matteo Salvini ospite di Carta bianca in una pausa del vertice notturno.

Autonomie, ennesimo rinvio

Con lo stato d’animo del prigioniero (Di Maio non può staccare la spina per rivendicare l’agibilità politica che gli spetta), il vicepremier grillino – non sono più neppure sicuri di potersi definire così – è arrivato a palazzo Chigi quasi due ore dopo il previsto lasciando sotto il Mise la manifestazione dei lavoratori Whirpool. Alle 20 e 50, anziché alle 19, il premier Conte, i due vicepremier, i ministri Lezzi (Per i Sud) e Stefani (affari regionali) con il viceministro economico Massimo Garavaglia (Lega) e il sottosegretario Buffagni (M5s), si sono finalmente messi intorno al tavolo per definire il testo sulle Autonomie regionali differenziate che sarebbe andato nel Consiglio dei ministri di stasera. Il nodo da sciogliere doveva essere uno solo. Non semplice ma uno solo: un disegno di legge già scritto ed emendabile nell’iter parlamentare; una norma quadro da sottoporre al vaglio delle varie Commissioni parlamentari (quali?). In pratica una legge delega al Parlamento. Salvini era pronto per la prima opzione, più veloce. Il Movimento per la seconda, dai tempi indefiniti. Si trattava di trovare la sintesi. Che non solo non è arrivata. La trattativa è tornata in alto mare. Dopo quasi due ore e mezzo di discussione, è stato deciso di non mandare il testo oggi in Cdm. Salvini verso le 22 ha lasciato il tavolo per andare ospite di Bianca Berlinguer. Era nero. Molto teso. Palesemente trattenuto. “Noi siamo pronti, se altri non lo sono…” ha alzato gli occhi al cielo. “Io vado avanti per quattro anni. Ci può essere solo una cosa che mi fa desistere: se mi bocciano il taglio di almeno 10 miliardi di tasse dalle tasche degli italiani”. Salvini doveva tornare al tavolo a palazzo Chigi. Ma ha dato forfait. Furioso.

Il tradimento

Per la Lega si tratta di “un tradimento clamoroso e gravissimo. Cercano l’incidente per andare a votare. Ormai è chiaro”. Il tradimento consiste nel fatto che la scorsa settimana, durante il voto di fiducia sul decreto crescita, la Lega aveva accettato di ritirare l’emendamento che toglieva i 72 miliardi in tre anni al ministero per il Sud (Lezzi, m5s) per darli direttamente alle Regioni. Un primo passo verso l’Autonomia differenziata e l’addio alla centralizzazione. In cambio i vertici del Movimento avevano dato l’ok a discutere nel primo cdm utile il ddl sulle Autonomie. Quel patto è stato tradito. Per rivendicare agibilità politica di pari grado tra Lega e 5 Stelle. “L'autonomia è nel contratto e si farà. Le riunioni servono per far condividere le cose. Quando si governa in due le cose si fanno in due. Quindi nessun blocco” hanno spiegato stanotte fonti del Movimento. In realtà è molto di più di un blocco. E’ l’anticamera della crisi di governo.

Il blitz su Autostrade

Alle 23.30 è iniziata la seconda riunione tecnica. Non prevista e aggiunta nel pomeriggio quando Di Maio ha comunicato che “domani (oggi, ndr) portiamo in Cdm il ritiro delle concessioni ad Autostrade”. Gentilmente, ne avrebbero parlato in serata. Questa volta intorno al tavolo si sono seduti Conte, il vicepremier Luigi Di Maio, il ministro per le infrastrutture Danilo Toninelli, il ministro ai Rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Sul tavolo la formulazione di un ritiro soft delle concessioni, non motivato dal crollo del ponte bensì dall’adeguamento o meno, da parte del gestore, a criteri oggettivi nella gestione delle autostrade. Il problema è che la Lega considerava superata questa opzione dopo quasi un anno dal crollo. E anzi, ha valutato come idonea moneta di scambio il fatto di non toccare le concessioni in cambio dell’ingresso di Atlantia in Alitalia. Fumata nera anche su questo dossier.

Tav, avanti a loro insaputa

Rischia di essere una settimana nera per Di Maio. Iniziata con l’addio di una militante storica come la senatrice Paola Nunes (andata al Misto), la vittoria del partito del Sì dopo che il Movimento in questi anni ha ostacolato le Olimpiadi in ogni modo, ieri mattina un’altra doccia fredda è arrivata da Parigi dove il cda di Telt ha dato via libera ai bandi per i lavori, in Italia, della Torino-Lione. I cosiddetti “avis de marche”, per un valore di circa un miliardo, riguardano la realizzazione dei 57,5 km del tunnel di base. “Adesso il premier Conte deve dire una parola chiara” è l’appello dl governatore del Piemonte Alberto Cirio. Il Mit ieri sera ha precisato che “i bandi sono revocabili, senza obblighi né oneri”, come quelli già pubblicati a febbraio. Insomma, non sarebbe cambiato nulla e nessuna decisione è stata ancora presa. Ed è esattamente questo il problema. Un mese dopo il voto per le Europee non può esserci ancora questa incertezza. Assurdo. Soprattutto, ridicolo. Tanto che Salvini può permettersi di infierire: “La Tav leggera? (una delle ipotesi di modifica prese in esame dai 5 Stelle, ndr). Un treno passa sotto la montagna o no. A me piacciono i treni che corrono”. Di Maio l’ha invitato a parlare di “cose serie”. In effetti la Tav è un dossier così serio che tutta Europa ci guarda. Con sospetto.

Sea Watch 3

Tra il duro scambio di battute sulla Tav e la riunione serale sulle Autonomie, Salvini ha incassato anche la benedizione della Cedu che nei fatti scagiona i vertici del governo per la gestione dei migranti sulla nave Sea Watch 3 e, indirettamente, sembra legittimare la linea del porti e dei mari chiusi. Salvini ha esultato: “Confermata la scelta di ordine, buon senso, legalità e giustizia dell'Italia: porti chiusi ai trafficanti di esseri umani e ai loro complici”. Non si capisce che fine debbano fare a questo punto i 42 poveracci in mare da due settimane e l’equipaggio della nave. Potrebbero forzare i divieti, fare rotta su Lampedusa e decidere di andare incontro a multe da 50 mila euro, sequestro della nave, denunce. Ma quello che Salvini rivendica è la questione giuridica: può chiudere i porti, può farlo, lo ha fatto lui e nessun altro prima di lui. Non una parola, ovviamente su quei disgraziati in mare. La Corte, con una sentenza un po’ pilatesta, ha imposto all’Italia di occuparsi comunque della salute e della sicurezza dei migranti soccorsi. Tanto che Salvini ha potuto dire: “Per me possono stare in mare fino a Natale”.

Verso il rinvio della procedura

Al netto di contatti durante la giornata - auspicabili - tra i due vicepremier per vedere di rattoppare almeno un po’ la situazione, stasera rischia di esplodere tutto un’altra volta durante la riunione del Consiglio dei ministri. In agenda ci dovrebbero essere solo i soldi, cioè la Nota di assestamento del bilancio e, in previsione, l’impostazione della manovra 2020. Renato Brunetta, il professore economista di Forza Italia amico di Tria, è convinto che sia già stato raggiunto un accordo tra Conte e la Commissione: la procedura per l’Italia sarà decisa il 9 luglio ma scatterà più in là, verso settembre. In pratica, ci danno tempo.
Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio della Camera, è più scettico. E comunque non ha dubbi: i soldi per la correzione ci sono. Posto che Bruxelles ci chiede una correzione al deficit dello 0,5, all’appello mancano 9 miliardi. “Non voglio contare i 2 miliardi già congelati nella legge di bilancio. Possiamo mettere in fila i 3 miliari risparmiati dal Fondo sociale per Reddito e Quota 100; altri tre miliardi abbondanti di extragettito arrivano dalla fatturazione elettronica; i dividendi di Cdp e Banca d’Italia superano i circa due miliardi. Non è difficile arrivare a 9 miliardi”. Il problema, aggiunge, sarà far capire a Bruxelles che “non si tratta di misure una tantum ma di risparmi e maggiori entrate di tipo strutturali”. Oggi Conte e Tria metteranno nero su bianco i numeri. L’assestamento di bilancio sarà poi mandato a Bruxelles. La risposta ufficiale il 9 luglio, l’ultimo Ecofin prima della pausa estiva. Sempre che ci sia ancora un governo.