[Il retroscena] Il gran giorno di Conte, Luigi & Matteo. Ma reddito e pensioni avranno un “rubinetto”, regolato da Tria. Assente non per caso

Premier e vice presentano emozionati le loro misure bandiera. “Ce l’abbiamo fatta, alla faccia di chi ci prendeva in giro…”. Assicurano che ci saranno soldi per tutti. Ma nel decretone sono previsti meccanismi per cui se finisce il budget disponibile, vengono rimodulati gli importi e stoppate le richieste

[Il retroscena] Il gran giorno di Conte, Luigi & Matteo. Ma reddito e pensioni avranno un “rubinetto”, regolato da Tria. Assente non per caso

Sarà che è “il giorno più bello di questi sette mesi”. E che, dice il premier, “abbiamo varato due provvedimenti, il reddito di cittadinanza e la Quota 100 che non sono estemporanee e improvvide  promesse da campagna elettorale  ma un nuovo modello di welfare state per cui questo governo va fiero”. Anzi, “per dieci milioni di persone” come aggiunge Salvini, “22 miliardi (in tre anni, ndr) che dedico a tutte le persone che ho incontrato per strada in questi anni”. E basta così che altrimenti si commuove anche il Capitano.

Sarà che la strada per arrivare fin qua è stata lunga, “nessuno ci credeva - rimprovera Di Maio - e tutti ci dicevano che non era possibile, anzi, ci prendevano in giro”. Sarà per tutto questo, e molto altro che andremo a vedere nei prossimi mesi. Ma ieri sera Giuseppe Conte e i “suoi” vice, Salvini e Di Maio avevano sul volto quella tensione che mescola gioia, stanchezza e anche preoccupazione. Che vorrebbe esplodere in un sorriso. Ma si trattiene perchè un conto è deliberare. Ben altro realizzare. A nessuno ieri sera è venuto in mente di aprire il terrazzino di palazzo Chigi o di convocare truppe e bandiere. Magari lo faranno oggi, quando è giorno e non piove. Ieri sera Conte ha però deciso che per l’occasione era necessario aprire a giornali e telecamere una delle sale più belle  di palazzo Chigi, quella dei Galeoni, per immortalare nella photo opportunity lo storico momento, Conte al centro, Salvini sulla sinistra, Di Maio sulla destra, tutti e tre sorridenti a favore di telecamere e flash con stretta in mano “le tavole di sintesi” del storico provvedimento. Ebbene sì, sono tornate le slide. Anche il governo del cambiamento non può farne a meno.

 “Venti minuti per cambiare il Paese”  

In “venti minuti” se ne vanno, a sentire premier e vice allineati uno accanto all’altro con podio davanti e maxischermo sui lati per illustrare i dettagli del decreto, mesi e anni di lavoro, fatica, speranze, irrisioni, delusioni, timore di non farcela, battaglie con Bruxelles, il sarcasmo delle opposizioni, lo scetticismo di chi in questi mesi ha bocciato in radice le misure. “Ci sono i soldi, 22 miliardi in tre anni, non ci sono tagli e nessuno resterà fuori” spiegano. “Cinque milioni persone - sottolinea le parole Di Maio - avranno un aiuto, un reddito dallo Stato e l’opportunità di lavorare”. Rilancia Salvini con lo scambio alla pari un pensionato/un nuovo posto di lavoro: “Un milione di persone avranno la possibilità di scegliere e di far piangere la Fornero, la legge non certo la signora (che è profesoressa, ndr), per carità. E al loro posto un altro milione di persone potranno entrare nel mondo del lavoro. Non vorrei citare qualcuno (Berlusconi?) ma stiamo creando un milione di posti di lavoro”.

L’illustrazione delle slide, 35 cartelli, con i dettagli delle due misure, destinatari, somme, documenti, procedure on line e uffici a cui rivolgersi fino alle norme anti furbetti (6 anni di galera per chi abusa) mette il turbo a Salvini che immagina “10 anni entusiasmanti insieme” (“ti immagini già un’altra legislatura insieme” gigioneggia Conte) e a Di Maio  che promette: “Fatto questo, sapremo realizzare tutto il contratto di governo”. Una giusta enfasi. Va concessa in certi casi.

L’assenza di Tria 

Ma i problemi sono tutti in fila nella sala dei Galeoni, fantasmi che si materializzano nelle domande dei giornalisti. A cominciare dalla vistosa assenza del ministro economico Giuseppe Tria. Il decreto è stato tenuto fino in fondo in stand by dalla Ragioneria e dal Mef per via dell’impossibilità di garantire le coperture necessarie alle due misure. Ancora mercoledì sera si parlava di slittamenti e rinvii. Poi ieri mattina l’ennesimo vertice a tre, Conte e i due vice, ha chiuso in qualche modo i conteggi. Non senza malumori e avvertimenti: “Non ci sono le coperture”. A quel punto Di Maio s’è impuntato: “Dobbiamo chiudere oggi o salta tutto”.  Hanno chiuso, portato in trionfo il loro totem, ma Tria non s’è fatto vedere. Non ha voluto metterci la faccia. Ha preferito evitare domande dirette. “Perchè non c’è Tria? - ha risposto piccato Conte - perchè in questi casi si va in conferenza stampa con i due ministri proponenti, che sono qua, e chi li coordina, cioè io”. Con buona pace per il custode dei conti pubblici, della ragioneria, di chi ha i lacci della borsa. In effetti sarebbe bastata una sua mezza risposta, o un mezzo silenzio, peggio ancora una mezza parola fuori posto, per rovinare la festa. Che deve invece deve essere goduta fino in fondo. 

Girandola di numeri

Cinque milioni, un milione, 22 miliardi, un milione e mezzo di famiglie, 250 mila disabili, anzi no, 300 mila…  Girano numeri di ogni tipo tra slide e conferenza stampa. Partendo da quelli che dovrebbero essere i punti fermi, i numeri però non tornano. Quanto è la reale disponibilità per le due misure nel 2019? Perché se non è chiaro questo, non lo è neppure il tragitto successivo. Di Maio è netto, anche perchè i due Fondi sono sotto la sua responsabilità politica. “Ci sono circa 7 miliardi per il Reddito (RdC) e circa quattro per Quota 100”.  Ed è il “circa” che va segnato in rosso. Queste due cifre non sono nelle slide e neppure tra le 24 pagine - e 27 articoli - delle bozze di decreto che sono circolate ieri pomeriggio fino verso le 16, dunque dopo il vertice risolutore della mattina. Dalla fine di dicembre, quando è stata approvata la legge di bilancio, sono stati numerosi i ritocchi: più disabili nella platea degli aventi diritto, più risorse per le famiglie numerose, “soglie” alzate e “finestre” spostate in avanti. Dunque, ancora mercoledì, fonti della Ragioneria accreditavano altre cifre rispetto ai “circa 7” e “circa 4” di Di Maio: 4,68 miliardi per RdC, a cui si aggiunge un miliardo per l’operatività dei centri per l’impiego (Cpi); e 3,96 miliardi per Q100. Fare chiarezza su questo sarebbe utile. Ma, come cantava Lucio Battisti, “lo scopriremo solo vivendo”. Se così stessero le cose, l’entità media del Reddito nei nove mesi previsti (“partiamo da aprile”ha ripetuto Di Maio) andrebbe rivista. A ribasso. E i 780 euro per il singolo avente diritto, pur con tutti i paletti previsti, sarebbero un’utopia. 

La regola del “rubinetto”

Un altro fantasma che si materializza nella domande riguarda le clausole di salvaguardia, altrimenti dette  “clausole rubinetto”. La Ragioneria dello Stato avrebbe dato il via libera al decreto solo grazie all’inserimento, tanto per il Reddito che per le pensioni, solo a patto che fosse inserita l’avvertenza che se ad un certo punto il monitoraggio dovesse avvertire che le domande sono troppe per le risorse disponibili, le misure vedono rimodulate o interrotte.  

La tagliola del “rubinetto” da aprire e chiudere a seconda della platea dei richiedenti, era cosa già nota per quello che riguarda il Reddito.  “RdC - si legge all’articolo 1 del decreto - costituisce livello essenziale delle prestazioni nei limiti delle risorse disponibili”. Come detto, se finisce il budget disponibile, la misura va rimodulata: stop ad ulteriori domande e revisione al ribasso degli importi. La novità di ieri è che “il rubinetto” riguarda anche le pensioni. Ma poiché si tratta di un diritto acquisito, non modificabile una volta erogato, in questo caso ad un certo punto, se non dovessero bastare i soldi, scatterà lo stop. Nel caso “in cui - si legge nelle bozze - emerga il verificarsi di scostamenti [di spesa], anche in via prospettica, rispetto alle previsioni”. Di fatto la Ragioneria ha imposto di “operare una riduzione degli stanziamenti iscritti nello stato di previsione del Ministero competente”. In pratica, se si sforano i circa 4 miliardi stanziati per la riforma delle pensioni, i fondi necessari a coprire le spese eccedenti saranno presi dal bilancio del dicastero del Lavoro (che è di Di Maio). Se anche così non dovessero bastare, a quel punto sarà il ministro Tria a chiudere i rubinetti “al fine di assicurare il rispetto dell'articolo 81 della Costituzione”, cioè l’equilibrio tra entrate e spese di bilancio.

I due vicepremier dispensano ottimismo. “Quota 100 è un diritto dei pensionati italiani e quando si acquisisce un diritto non sono previste marce indietro” taglia corto Di Maio. “Noi prevediamo una possibilità di scelta per chi vuole andare in pensione. E poi, se ci saranno più ingressi nel mondo del lavoro, ci saranno anche più soldi” aggiunge Salvini. Più Pil, più contributi. Sarebbe stato utile sentire su questo il ministro Tria. Peccato che non ci sia. 

Trattamento di fine rapporto per tutti

E subito. E’ l’altra grande novità che sembrava lunare in relazione alle coperture. Invece il vertice della mattina ha fatto anche questo miracolo.  Una delle criticità nei giorni passati era stata proprio questa: come e quando pagare il Tfr/Tfs ai dipendenti pubblici che vanno in pensione con Quota 100. I soldi, infatti, ancora una volta, non sarebbero disponibili. Invece, si assicura, “sono stati trovati, per tutti”. Subito, tutti, avranno 30 mila euro grazie ad un prestito bancario i cui interessi saranno  “al 95%  a carico dello Stato”. In questo modo l’importo non viene contabilizzato come debito. Il “quotato” dovrà accollarsi il 5%. Anche su questo non c’è molta chiarezza. Sarebbe stato interessante sentire l’opinione di Tria. Sicuramente sarà tema di discussione nei prossimi giorni. 

“Ottimismo responsabile”  

Quelle approvate ieri sono le due misure bandiera del governo. Comprensibili dunque l’esultanza e l’orgoglio. “Il nostro non è l’ottimismo degli irresponsabili, siamo convinti che ce la faremo, le prossime misure riguarderanno  gli investimenti…” dice Conte. Che, quando gli viene chiesto che succederà in caso di manovra correttiva da 2/3 miliardi - perchè di questo già si parla - allarga le braccia, sfodera un sorriso e chiede pietà: “Siamo a gennaio, è un po’ presto per parlare di manovra correttiva. Oggi fateci godere quello che stiamo facendo”.  

Il problema però è dietro l’angolo. Già il 22 gennaio, quando si riunisce l’Ecofin, potrebbero arrivare segnali in tal senso da Bruxelles alla luce dei segnali negativi dai più grossi indicatori economici. A fine mese l’Istat ci aggiorna sul pil del quarto trimestre. Se dovesse essere ancora negativo, essendo il secondo trimestre di fila, saremo già sulla soglia della recessione. E se a maggio sempre Bruxelles dovesse realizzare che, ad esempio, gli investimenti non partono come promesso, ecco che potrebbe partire una verifica. In piena campagna elettorale per le Europa. Un disastro visto che tutto quello che è stato detto ieri - “partiamo in aprile, è tutto pronto così come lo sono gli attori di questo provvedimento, dall’INPS ai Centri per l’impiego passando per i navigator” ha chiarito una volta per tutte Di Maio - è soprattutto lo schema di una clamorosa marcia per le Europee.  Perché è chiaro che almeno i primi mesi, finché ci sono i soldi, sarà un successo. Poi… se ne riparla dopo le Europee.