[L'analisi] “Oggi è il grande giorno…” promette Conte. Corsa contro il tempo per approvare il super-decreto su povertà, lavoro e pensioni

Per tutti il giorno resta il piedi l’ipotesi del rinvio.  Almeno tre punti ancora da risolvere e in alto mare. Tra questi il Tfr per chi approfitta della finestra-pensione e il numero dei disabili destinatari del reddito. E allora si fa strada l’idea che “ potrebbe anche essere il Parlamento a decidere”. Stamani vertice a tre Di Maio, Salvini e Conte

Giuseppe Conte
Giuseppe Conte

Se inseriscono i disabili, diminuiscono gli aventi diritti. Se allargano la platea, devono diminuire l’importo per ciascun beneficiario. Su Reddito di cittadinanza e pensioni i conti ancora non tornano. Perchè col passare dei giorni cambiano le condizioni di partenza – chi prende-quanto- perché -  cala, anche se di poco, lo stanziamento originale e alla fine succede come con quelle coperte corte dove  se tiri da una parte scopri dall’altra. Così ieri sera intorno alle 19 i testi e la relazione tecnica del “decretone” gialloverde,   il cuore della mission del governo, le misure per Reddito di cittadinanza (RdC) e Quota 100 (Q100), non erano ancora arrivate alla Ragioneria dello Stato da cui dipende la bollinatura finale e indispensabile perché il decreto venga approvato dal Consiglio dei ministri

Quanti rinvii

 Il via libera doveva arrivare la sorsa settimana ed è stato rinviato perché, come spiegò il premier Conte, “le cose dobbiamo farle per bene e preferiamo prenderci qualche giorno in più”. E’ passata una settimana, il gran giorno – per l’approvazione del “decretone” dovrebbe essere oggi e poco male se si dovesse arrivare a domani, venerdì. Il punto è che, viste e considerate le agende dei due vicepremier che stanno girando l’Italia e l’Europa tra campagna elettorale per le Europee e per le regionali (Sardegna e Abruzzo al voto in febbraio), lo slittamento potrebbe essere anche di un’altra settimana.  E allora la faccenda si farebbe un po’ più complicata visto e considerato che dal primo aprile le due misure  devono essere operative. E che il decreto deve comunque passare dal Parlamento dove, è stata la raccomandazione scritta della Corte Costituzionale la scorsa settimana, dovranno essere garantiti i tempi necessari della discussione parlamentare.

La conferma di Conte

L’arresto di Battisti, con corollario di esultanze nazionali, inneggi al “marcire in galera”, esibizioni di muscoli e divise, è stato provvidenziale per poter parlare d’altro per almeno due/tre giorni. La settimana prima c’era stata l’emergenza navi e sbarchi migranti e anche quella ha potuto distogliere per un po’ gli occhi dagli uffici del Tesoro e della Ragioneria  dove si lavora ininterrottamente per trovare la quadra tra risorse disponibili e promesse fatte. Tecnici del Mef, del Lavoro, della Ragioneria, dell’Inps, che ha un ruolo chiave, dell’Istat, e il Dipartimento Affari legislativi di palazzo Chigi, tutti stanno lavorando senza sosta al tavolo del decretone, riunioni plenarie, segrete, continue. Benedicendo il fatto che l’opinione pubblica sia stata attirata con il flauto magico su altre storie...

Ieri sera alle 21 è stato il premier Conte a dire la parola finale sul tormentone del consiglio dei ministri. Tornato da due giorni in Africa, prima in Niger e poi in Ciad, ieri sera ha postato un messaggio su Facebook per mettere a tacere le indiscrezioni - interne alla maggioranza - e assicurare, di persona, che “domani ci sarà un Consiglio dei ministri importantissimo per approvare i due provvedimenti chiave di questo governo”. Non è indicata l’ora della riunione. Che, se confermata, sarà verso sera. Sul tardi. Stamattina presto ci sarà invece un vertice di maggioranza a tre Salvini-Conte-Di Maio per gli ultimi aggiornamenti dalla Ragioneria. Poi i vicepremier partiranno alla volta dell’Abruzzo – tappe diverse, candidati diversi, campagna elettorale da separati – e torneranno a Roma solo nel tardo pomeriggio.

Risorse sempre più ridotte

Le carte quindi, stando alla promessa di Conte, devono finire sul tavolo oggi. Al momento ci sono i due distinti Fondi, quasi dimezzati rispetto alle origini e ulteriormente limati in queste ore. Per il Reddito sono disponibili 4,68 miliardi (erano 9) che, secondo le stime del governo, dovrebbe andare a un milione e 700 mila famiglie, i 5 milioni di poveri calcolati dall’Istat, con una media di circa 580 euro a testa.  Svimez ha contestato la stima con uno studio e l’ha ridotta ad un più probabile assegno mensile medio di 391 euro. La battaglia delle cifre andrà avanti per mesi perché le risorse sono al centesimo ma la platea è destinata a variare nel tempo. Così il governo ha previsto una “clausola rubinetto” qualora le richieste per il Reddito dovessero non rispettare le previsioni, il sussidio sarebbe subito ridimensionato per tutti. La Ragioneria sta mostrando dubbi su questo punto e sulle modalità di selezione della platea. Ci sono resistenze. Sono in alto mare.

Per Q100 sono disponibili 3,96 miliardi (erano 7). Anche qui molto dipenderà da quante persone chiederanno l’uscita anticipata. Ma, contrariamente al Reddito, qui non ci può essere  alcuna “clausola rubinetto” e il calcolo della platea dovrebbe essere più facile. Unica variabile, su cui il governo conta molto, è che la platea degli avanti diritto si riduca da sola per vie della naturali rinunce. 

Le criticità

Sono almeno tre e disinnescarle non sarà indolore. In primo luogo c’è la questione statali: risolta la querelle sulla finestra di prima uscita (da ottobre è stata anticipata a luglio su pressing di Salvini), resta il problema del trattamento di fine servizio. Alla fine sarebbe passata l'idea di consentire a tutti i lavoratori pubblici di chiedere al momento della pensione un anticipo del Tfr (con interessi a carico dello Stato ma probabilmente fino a 50mila euro). Fonti di governo spiegano che “non ci sono problemi sul TFR per Quota 100:  nel testo in via di perfezionamento in queste ore il trattamento di fine rapporto sarà quasi interamente erogato subito a chi va in pensione grazie ad un accordo tra Stato e banche senza alcun onere a carico del lavoratore. La parte residuale sarà erogata secondo le norme previste dalla legge”. Altre fonti, sempre di maggioranza, dico invece che le banche non avrebbero ancora sciolto i dubbi su chi pagherà gli interessi sul prestito e dell'impatto della spesa. Non un problema secondario.

La seconda criticità riguarda i fondi per i disabili. Salvini ha detto chiaramente che non vota il reddito se “su questo dossier non si fa come dice il ministro Fontana”. La soluzione prospettata da Di Maio prevede di  'coprire' con il nuovo sussidio circa 260mila famiglie con invalidi civili “almeno al 67%”. Fontana fa resistenza perchè si tratta di circa la metà della platea che oggi riceve la pensione di invalidità (legata al reddito).

Il terzo punto riguarda il ruolo dell’Anpal (Agenzia nazionale delle politiche attive sul lavoro) che per il Reddito avrà un ruolo cruciale per la raccolta delle richieste, la selezione degli aventi diritto, l’offerta dei posti di lavoro, la formazione dei tutor e la distribuzione delle card su cui sarà caricato l’assegno mensile. A questa voce è destinato un miliardo. Per la Lega, nell’ottica di razionalizzare i costi,  si dovrebbe intervenire solo dove le strutture già presenti sono in maggiore difficoltà lasciando le Ragioni a fare ciò che già fanno nel settore del reinserimento nel mondo del lavoro. Per i 5Stelle invece occorre intervenire ovunque e in modo radicale perchè i Centri per l’impiego sono decisivi  per il successo del Reddito.

Incognita manovra bis

Non si tratta, come si vede, di questioni minori.  Ma pur di fare presto, ieri sera qualcuno nella maggioranza suggeriva che “forse è meglio lasciare le questione aperte, andare avanti e farla poi risolvere dal Parlamento”. Se ci sono da fare altri tagli, alla fine li decida l’aula assumendosi la responabilità di escludere o meno qualcuno. In piena campagna elettorale, tra l’altro.

In realtà oggi il governo dovrà concentrarsi sui trend dell’economia internazionale perchè, nonostante il boom economico vagheggiato da Di Maio, è alto il rischio recessione (tre trimestri consecutivi con la crescita preceduta dal segno meno) e ancora di più il fatto che in primavera Bruxelles potrebbe bocciare la manovra e costringere Tria ad un bilancio  bis. Questa volta lacrime e sangue a cominciare dai 23 miliardi che dovremo pagare nel 2020 per neutralizzare gli aumenti dell’Iva.