L'Ocse certifica il disastro economico italiano, ora il governo ha una sola alternativa: ecco quale

Il governo può decidere di evitare l’aumento dell’Iva, ma deve trovare 23 miliardi di altre tasse o di minori spese. Se non li trova aggrava il disavanzo, che sfonderebbe la soglia del 3 per cento%. L’alternativa è rinunciare alle promesse elettorali

Luigi Di Maio
Luigi Di Maio, vice premier

L’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati, fra cui l’Italia, critica la strategia economica del governo gialloverde? “Sappiamo quello che facciamo” gli ha risposto, con la iattanza ormai abituale, Luigi Di Maio. E’ una frase che, soprattutto in questo caso, il leader grillino si poteva risparmiare. Perché è dalla fine dell’estate che scettici e pessimisti avvertono che l’Italia alla fine si sarebbe trovata nel “vicolo cieco” individuato dall’ex ministro del Tesoro, Padoan: obbligata a tagliare spese e deficit, ma impossibilitata a farlo per non aggravare la recessione. Tutta la strategia del governo per realizzare i due totem del reddito di cittadinanza e di quota 100 per le pensioni si reggeva, infatti, sul presupposto che l’economia, nel corso del 2019, viaggiasse al ritmo dell’1,5 per cento. Già a ottobre, invece, gli scettici avvertivano che il governo non sapeva quello che stava facendo e che la crescita sarebbe stata molto, ma molto più lenta, guadagnandosi lo scherno, gli insulti, i “vi faremo vedere” di grillini e leghisti. Ma gli scettici avevano ragione: le previsioni di sviluppo sono state man mano ridimensionate, settimana dopo settimana. Oggi, l’Italia è, ufficialmente, in recessione, con il segno meno davanti al numero del Pil. E i tecnici dell’Ocse hanno ribadito, ieri, di prevedere che la recessione offuscherà tutto il 2019. Quest’anno, l’economia si contrarrà dello 0,2 per cento. Non è un’opinione isolata: le previsioni più ottimistiche di altri istituti non si spingono oltre lo zero per cento. Anche nel 2020 c’è poco da sorridere: non oltre lo 0,5 per cento, dice l’Ocse.

Numeri devastanti

Sono numeri devastanti per il governo. Se il Pil si riduce, debito e disavanzo, anche se in totale non aumentassero, risultano, comunque, in proporzione, più pesanti. Il deficit, che, dopo una dura trattativa con la Ue era stato fissato ad un tetto del 2 per cento, viaggia già (lo dicono, oltre all’Ocse, un po’ tutti) al 2,5 per cento. In teoria, a questo punto dovrebbe scattare l’allarme e il governo dovrebbe varare una manovra correttiva, per riportare il deficit al 2 per cento, tagliando la spesa o aumentando le tasse. Ma tagliare, in queste condizioni, significa aggravare la recessione e, dunque, paradossalmente, aumentare il deficit. Non si può, dice da giorni il ministro del Tesoro, Tria, pena disastri. Per un paese normale, le cose si fermerebbero qui, in attesa di tempi migliori. Ma l’Italia, come Di Maio dovrebbe ormai sapere, non è un paese normale. Ha un debito pubblico enorme, anche rispetto ad una economia globalmente fra le più importanti. E, per questo, è una vigilata speciale dei mercati finanziari, che hanno gli occhi puntati sui nostri pessimi numeri. Infatti, il debito pubblico, che doveva, nelle intenzioni del governo, diminuire, è invece in salita: dal 131,7 al 132,7 del Pil. Se i mercati si allarmano, le agenzie di rating si incupiscono, lo spread con i titoli tedeschi riprende a salire insieme ai tassi di interesse, l’economia si strangola e il disastro è servito per questa via. Anche non far nulla, forse, in Italia non si può.

La tenaglia

La tenaglia che sta stritolando la politica economica del governo gialloverde era, insomma, ampiamente prevedibile e da molti prevista. Ma, anche ora che è sotto gli occhi di tutti, il governo fa finta di non vederla. Difficilmente il Documento programmatico di economia e finanza, il Def, che vedrà la luce la prossima settimana ne terrà conto. Probabile che si limiti a indicazioni vaghe e generiche. Del resto, neanche al ministero del Tesoro possono sapere quale sarà il governo che, a partire dalla prossima estate, si dovrà fare carico della prossima crisi. Possiamo, comunque, già fissarle una data: settembre, quando si tratterà di mettere mano alla manovra 2020. A occhio, la più difficile dai tempi del governo Monti.

L’Ocse, nel suo rapporto sull’economia italiana presentato ieri, trova modo di smontare i presunti effetti benefici – sotto il profilo economico, non sociale – delle due misure cardine volute dal governo giallo verde: reddito di cittadinanza e quota 100. All’Ocse non piace nessuna delle due. Sono critiche già note: il reddito rischia di favorire il lavoro nero, quota 100 verrà, alla fine, pagata dai giovani. Ma sono, almeno, un gagliardo stimolo all’economia, come dice la propaganda di governo? Modesto, non più di due decimi di punto, risponde l’Ocse, e destinato a svanire nel giro di pochi mesi. Contemporaneamente, il rilancio degli investimenti pubblici e privati, con la revisione degli incentivi e la riforma degli appalti, fatica a materializzarsi e avrà, comunque, effetti non a scadenza ravvicinata. Il risultato è che l’Italia in recessione si presenta all’appuntamento del 2020 con una economia stremata e incapace di ripartire se non al ritmo cadaverico dello 0,5 per cento.

Il muro

Il punto – sotto gli occhi di tutti e, in particolare, sotto lo sguardo interessato dei mercati finanziari – è che questa economia esangue dovrebbe essere in grado di scalare un muro proibitivo. Ovvero, trovare almeno 35-40 miliardi di euro, fra tagli di spesa e nuove tasse, per evitare che il deficit esploda. Altro che manovra, o manovrina, 2019. Quello che tutti, mercati in testa, vogliono sapere è la manovra 2020. Difficile che il Def lo dica adesso. Ma a settembre bisognerà metterla nero su bianco.

La storia è semplice. Grosso modo, il governo gialloverde ha deciso di finanziare le due riforme di quota 100 e di reddito di cittadinanza, caricando sul 2020 un aumento di due punti dell’Iva, per un totale (di entrate attese) pari a 23 miliardi. Se il governo, come tutti giurano oggi, vuole evitare questo aumento dell’Iva, deve trovare 23 miliardi che, sommati agli altri impegni già in bilancio per l’anno prossimo (il contratto già firmato con gli statali, le missioni all’estero ecc.) portano il totale ad una maximanovra da finanziare di 35-40 miliardi di euro.

Un altro vicolo cieco

 E rieccoci in un altro vicolo cieco. Il governo può decidere di evitare, come promesso, l’aumento dell’Iva. Ma deve trovare 23 miliardi di euro di altre tasse o di minori spese. Se non li trova, ma ugualmente non aumenta l’Iva, aggrava il disavanzo che, a questo punto, sfonderebbe alla grande la soglia proibita del 3 per cento, per l’Italia e il suo maxidebito più grave che per gli altri paesi, innescando la reazione di Bruxelles e, soprattutto, dei mercati finanziari.

L’alternativa è rinunciare alle promesse e lasciare che l’Iva aumenti.  Per un paese in recessione sarebbe un colpo durissimo. Secondo alcuni calcoli, la gelata sui consumi sarebbe sufficiente a mangiarsi anche il modesto 0,5 per cento di crescita che l’Ocse calcola per il 2020, consegnando l’Italia ad un altro anno di recessione.