Arancioni, silenziosi e solidali. Il nuovo volto dell’Italia guidata da Mario Draghi

La corsa delle istituzioni alla solidarietà alla Meloni e la corsa dei partiti a uno strapuntino di sottogoverno

Il presidente del Consiglio Mario Draghi (foto Ansa)
Il presidente del Consiglio Mario Draghi (foto Ansa)

Gentilezza. Cortesia. Discrezione. Buone maniere (savoir faire, direbbero i francesi). Low profile, direbbero gli inglesi. Aggiungici less is more, il nuovo motto italico – chi l’avrebbe mai non detto, ma pure solo immaginato nella patria di Arlecchino e Pulcinella, Pantalone e Colombina – e il grido di battaglia ‘elegante e raffinato è bello in sé’ nella patria di Carlo Verdone che, con le sue imitazioni (leggere la sua La carezza della memoria, per Bompiani), raffigurava l’Italiano, l’arci-italiano, come era ed è, non come i pochi intellettuali di sinistra volevano che fosse.

Il ‘draghismo’ fa proseliti. Una ‘nuova Italia’ è nata?

Il ‘draghismo’, ormai, come un virus, subdolo proprio perché dall’aspetto benigno e gentile, si va diffondendo ovunque, e contagia persino l’italiano medio, ne cambia i connotati, lo rende quasi una Nazione, non solo un popolo, una gens priva di lignaggio e dignità e consapevolezza.

Da cosa, da quali gesti e atti, deriviamo tale impressione? Un governo che, senza polemiche, si mette all’opera e al lavoro, come nel cdm di oggi, alle nove del mattino e non – come i governi Conte I e II - ‘nottetempo, casa per casa’, col ‘favore delle tenebre’, accumulando ritardi ed errori, ma giustificando in modo palese, aperto, schietto e trasparente, decisioni prese e motivandole. Ministri che ‘non’ danno interviste su quello che stanno (o, come di solito avveniva, ‘non’ stavano…) facendo, ma neppure sui loro sogni, gusti, piaceri e desideri, limitandosi a comunicare, in modo freddo, asettico e informale i loro atti e provvedimenti. Certo, oggi ‘rompe la cortina’ e ‘la consegna’ del silenzio il ministro ai Beni Culturali, Dario Franceschini, ma solo per dire che “cinema e teatri vanno riaperti appena possibile”. Premier, ministri, e tra un po’ pure sottosegretari e peones, cui è stato inibito l’uso dei social, la tentazione del tweet a tutti i costi e a ogni ora del giorno e della notte, della ‘fotina’ su Instagram mentre “il viceministro XXX addenta un fantastico guazzetto di pesce allo sgombro nel noto ristorante di XXX” (questa l’abbiamo letta per davvero…), del post su Facebook in cui commentare l’ultima serie tv. Forse non per sempre, durerà l’inibizione, ma quanto basta per riportare la Politica a una dimensione normale, umana.

E il Paese? Capisce? Non capisce ma ‘si adegua’? Continua imperterrito a insultare, vomitare bile, sputare, sputtanare? In parte sì e in parte no. In parte respira a pieni polmoni e, in parte, si rende conto che è necessario un cambio di passo. Lo si è visto ieri, per dire, quando è esploso il caso Meloni e cioè gli insulti, sessisti e volgari, rivolti al leader di FdI.

Il ‘caso Meloni’ e la solidarietà bipartisan anti-sessista

Prima la telefonata del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, poi del premier Mario Draghi, poi i messaggi del Presidente del Senato Elisabetta Casellati e di quello della Camera Roberto Fico. La ‘valanga azzurra’ di solidarietà a favore della leader di Fdi, Giorgia Meloni, che un professore universitario di Siena, in diretta radiofonica, prima ha definito “ortolana e pesciaiola” per poi andarci giù assai duro e violento (“Rana dalla bocca larga, vacca, scrofa”), non era scontata e dice che, nel Paese, il clima è cambiato.

Il ‘draghismo’ fa proseliti, dunque. La solidarietà contro gli insulti (“Vacca, scrofa, pesciaiola”, etc.) di un ‘professore’ di sinistra alla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, è unanime, impressionante, un fiume in piena che tracima ogni argine. Fino a pochi mesi fa sarebbe stata impensabile. Certo, come sempre, ci sono le eccezioni. I più realisti del Re. Quelli che devono, a tutti i costi, epater les bougeoises. Si tratta, ovviamente, dei pochi – ormai ultimi – epigoni ed esponenti di quella che, in Francia come in Italia, era famosa per essere definita la ‘gauche caviar’, concetto ben più nobile e corposo della definizione, banalotta, di radical chic, inventata da Tom Wolfe e che mal si adatta all’Italia. Parliamo del direttore del Domani giornale, Stefano Feltri, e della commentatrice Selvaggia Lucarelli, columnist del Fatto quotidiano e ‘opinionista’ – sic – in tv di ogni talk.

La gauche caviar spera ancora di epater les bourgeoises

Ma al netto della Sinistra-Sinistra (“ah, mon ami, la Gauche!”) e di chi vuole far notizia gridando non ‘il cane ha morso l’uomo’ ma ‘l’uomo ha morso il cane’, però, la solidarietà del mondo politico e istituzionale, ma anche della gente comune, contro ‘un pirla’, prima che intelletto’ gauchiste fuori tempo massimo – proprio come il giovane Feltri e la signora di mezz’età Lucarelli - è impressionante.

Le prime parole di vicinanza alla leader di Fdi sono state quelle del tesoriere Pd, Walter Verini. Ma la diga vera e propria delle dichiarazioni bipartisan si è aperta solo poco tardi, dopo il colloquio fra Mattarella e Giorgia Meloni. “Gesto che ho “molto apprezzato”, ha commentato la leader di Fdi che ieri ha parlato con Draghi: “Lo ringrazio, gliene sono grata. Mi auguro che questo brutto episodio sia utile a difendere uno dei pilastri della democrazia: il rispetto”.

Nel corso della giornata, su Giorgia Meloni, ‘piove’ dunque la solidarietà di istituzioni ed esponenti di tutti i partiti: si va dall’Anpi (“L’Italia democratica non può tollerare da parte di chiunque il linguaggio dell’odio”), che tante volte ha polemizzato con la Meloni, all’intera Iv di Renzi e a Più Europa della Bonino, dalla sindaca di Roma Virginia Raggi a un lungo elenco di esponenti di ogni schieramento.

“Altro che scuse, questo ‘professore’ merita il licenziamento” si distingue, al solito, Matteo Salvini (in effetti, il prof senese Giovanni Gozzini lo rischia davvero il suo posto: il ministero dell’Università indaga e il rettore della sua università pure, sapremo presto come finirà) mentre Silvio Berlusconi si limita a un secco, ma definitivo, “Forza Giorgia siamo con te”. Il compagno di Giorgia Meloni, Andrea Giambruno, giornalista di Tgcom 24, si ritrova, paradossalmente, a dare la notizia in diretta live: “Commenti misogini, indegni e vergognosi”, sottolinea.

Ma dopo aver detto del clima e del mood, ora torniamo alla Politica, quella tutta ‘concreta’ e delle ‘cose da fare’.

Il cdm. Tutti ‘arancioni’ a breve? Il governo apre alla volontà delle Regioni. Gelmini: “decisioni rapide”

“Non possiamo pretendere di chiamarvi a ratificare decisioni già prese, ma possiamo e vogliamo chiedervi di partecipare ad un processo decisionale che certo dovrà essere tempestivo, snello, ma che non potrà calare sulle vostre teste” è l’apertura del nuovo governo Draghi alle Regioni nelle parole della ministra delle Autonomie Mariastella Gelmini, che al vertice serale di ieri con i governatori di tutt’Italia insiste e batte sul tema dell'unità. “Non servono divisioni, ma soluzioni”, dice la Gelmini.

Si partirà dalla proroga di 30 giorni del divieto di spostamento tra Regioni, divieto che scade il 25 febbraio, unico provvedimento in discussione nel Consiglio dei ministri di stamane – quello che finalmente inizia alle 9.30 (spaccate) del mattino e non alle 21.30 de la tarde per poi slittare e slittare fino a notte fonda, come accadeva con Conte - il primo sulla crisi pandemica del governo Draghi.

La nuova dead line dello stop alla mobilità anche tra zone gialle – stop su cui c’è il pieno consenso dei governatori - scatterebbe così il 27 marzo. La strategia complessiva del nuovo esecutivo sarà definita con il Decreto del presidente del Consiglio (Dpcm) e seguirà quello che scade il 5 marzo, l’ultimo del governo Conte mentre già faceva gli scatoloni. Dopo la conference call del premier con i ministri, tenutasi ieri, i governatori vengono informati e consultati, alla vigilia della riunione che si tiene a Palazzo Chigi, nella videoconferenza con Gelmini e con il ministro della Salute Roberto Speranza (un altro unicum, le informazioni condivisi e la ‘corresponsabilizzazione’ delle scelte da compiere) e presentano una loro piattaforma di proposte che domani sarà portata al governo, assicura la ministra.

I presidenti di Regione chiedono di inserire nella cabina di regia politica - non quella ‘tecnica’ del monitoraggio del contagio, cioè - anche i ministri economici (come è avvenuto, peraltro, ieri nella call con Draghi) “al fine di dosare gli impatti delle decisioni sui cittadini e le imprese”.

L'ipotesi che circola è che il monitoraggio venga effettuato a inizio settimana, e non più il venerdì, per non far arrivare la decisione sui ‘colori’ delle varie zone (rosso, arancione, giallo, bianco…) troppo a ridosso di week end da tutti attesi. Le Regioni chiedono poi di accelerare decisamente nella campagna vaccinale, reperendo le dosi necessarie, e collegando il problema ai criteri che hanno regolato finora i colori, in primis l'inesorabile Rt, l'indice di trasmissibilità.

Gli italiani vedono il sole e corrono tutti fuori da casa…

Sarà confermata, inoltre, anche la possibilità di fare visita ad amici e parenti, ossia la regola, per ora valida fino al 5 marzo, che consente di spostarsi verso un'altra abitazione privata massimo in due persone, più i figli minori di 14 anni. Il tutto in un'Italia che ieri ha visto entrare in vigore la nuova ‘zona arancione’ in Campania, Emilia-Romagna e Molise, con una voglia di uscire dei cittadini che con il bel tempo sembra diventata ormai irrefrenabile, contagiosa. Non solo a Napoli – dove, nonostante le nuove restrizioni, si sono viste lunghe file sul lungomare e dentro i bar grazie al bel sole, tiepido e gentile, risplendente per tutto il giorno, ma anche a Milano, Roma, Bologna, Torino, Bari sono andate in onda’ le stesse scene: assembramenti, code, niente mascherine, abbracci amichevoli e baci appassionati, etc.

E questo nonostante la curva dei contagi non accenni a minimamente a deflettere, con ben oltre i 10 mila test positivi al giorno, con pazienti in aumento in terapia intensiva e nei reparti ordinari e decessi ancora decisamente sopra i 200 al giorno. Insomma, una situazione critica e, come sempre, sul punto di esplodere e costringerci a un nuovo, drammatico e stavolta forse esiziale per quel che resta del tessuto sociale ed economico del Paese, lockdown.

Speranza: “Non è il momento di allentare le misure”

“Non è il momento di allentare le misure, non è il momento di superare il sistema delle fasce di rischio” è, non a caso, l’appello, fatto con toni accorati e accenti quasi disperati, dal ministro alla Salute, Roberto Speranza, nella riunione con i presidenti di Regione e il ministro agli Affari regionali Gelmini. Speranza, dunque, fa capire che non solo il Consiglio dei ministri di oggi prorogherà di un mese il divieto di spostamento tra Regioni e quello di fare visita in casa altrui in più di due persone (bambini esclusi), ma che anche nella discussione che già oggi si aprirà, sul dpcm in scadenza il 5 marzo, il ministro della Salute continuerà ad attestarsi sulla linea rigorista. E non sarà il solo, nel cdm.

“Il governo è cambiato, la lotta alla pandemia no…”

Il governo è cambiato, ma l'approccio alla lotta al Covid-19 non cambia. Non può farlo, a causa delle varianti che stanno aumentando la loro diffusione tanto da poter arrivare a sostituire il virus nei prossimi mesi. La ministra forzista Gelmini condivide la preoccupazione, la piena consapevolezza del rischio di un Rt - l'indice di trasmissione del contagio - che sta salendo fino a 1 dopo i tanti sforzi per abbassarlo. Gelmini ha voluto sottolineare la necessità di una risposta adeguata alla sofferenza di molti settori produttivi, oltre che su quello sanitario. Un modo per non lasciare alla Lega il dominio sugli umori della classe produttrice del Nord che reclama ristori e riaperture.

Zaia, Giani, Tesei, Toti, a nome di Veneto, Toscana, Umbria e Liguria, hanno chiesto al nuovo governo più chiarezza e coinvolgimento. Garantiti ieri, almeno a parole, ma anche a giudicare dal percorso individuato: delle misure da cambiare entro il 5 marzo si comincerà a parlare già oggi, in un Consiglio dei ministri che potrebbe allungarsi fino a coinvolgere il comitato tecnico scientifico e le stesse Regioni. Ci sono da analizzare tutte le restrizioni in vigore.

Il decreto di oggi, che ne proroga uno in scadenza giovedì, arriva all'ultimo momento per forza di cose. Era stato prolungato di 15 giorni e non di un mese per “rispetto istituzionale” nell'ultimo Consiglio dei ministri del Conte 2. Adesso, però, si cercherà di pianificare di più. Anche sui vaccini: a marzo è previsto l'arrivo di 8 milioni di dosi dopo i 4 milioni di febbraio e i 2 di gennaio. È ora di correre.

La patata bollente del sottogoverno sta per cuocersi

E dato che, per Draghi e la sua squadra, è arrivato il ‘momento di correre’, urge avere una squadra al completo. Ecco perché, entro poche ore, anche il rebus dei sottosegretari sarà risolto, anche se forse il busillis si trascinerà fino a un altro cdm che si terrà presto, mercoledì.

Sul tavolo di Draghi e del suo esecutivo, stamattina, oltre alle nuove misure di contrasto al Covid, non sarà facile trovare spazio per le nomine dei sottosegretari, tema formalmente non all’ordine del giorno del cdm: i partiti non hanno ancora sciolto del tutto alcuni nodi e anche se su questo tema Draghi vuole ‘accelerare’ e ‘correre, correre’, non è escluso uno slittamento al cdm di mercoledì 24.

Il metodo Cencelli e le scarse 42 ‘caselle’ da riempire

Al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, cui il premier ha passato l’incandescente materia, detta anche ‘patata bollente’, sono arrivati comunque già arrivati, e da giorni, i 'desiderata’ delle forze politiche e dei partiti di maggioranza che si muovono sulla base di quote tutte “politiche”. Quote, cioè, che con una mano vogliono, o credono, di adeguarsi al neu kurs imposto loro da Draghi e che con l’altra continuano a tenere premuto il segno col dito sul prestigioso, mai passato di moda e invitto ‘Cencelli’ (vedi la sua traduzione in ‘giornalese’ di Renato Venditti, “Il manuale Cencelli”, Editori Riuniti edizioni).

Manuale Cencelli alla mano, dunque, spettano 11 o 12 posti per i grillini, 7 o 9 per la Lega e per il Pd, 7 a FI, 2 a Iv, 1 a LeU. Conti, però, fatti ‘senza l’oste’, e cioè senza riflettere sulla volontà, assai probabili, che alcune caselle, specie quelle dei dicasteri economici (Mef su tutti), le voglia indicare il premier. Ma i partiti puntano a mettere loro uomini al Mef. Nei 5 Stelle viene dato per certo il ritorno di Laura Castelli e il Pd punta alla riconferma di Antonio Misiani mentre la Lega a spinge per un suo uomo (Massimo Bitonci). Salvini è in pressing anche per ‘tornare’ al Viminale. Il nome è Stefano Candiani, meno ‘divisivo’ del suo predecessore leghista, Nicola Molteni, su cui i dem hanno messo il veto. Il Pd chiede invece la conferma di Matteo Mauri, già viceministro nel Conte 2. Un'altra casella che il Pd punta a riconfermare è quella dell'Editoria con Andrea Martella, protetto dal Nazareno e da Orlando.

I 5 Stelle spingono per mettere alla Giustizia Francesca Businarolo o l'ex-capogruppo, Gianluca Perilli, in un dicastero cruciale per loro, quella della prescrizione. Altro totem da difendere è il reddito di cittadinanza: per il Lavoro in pole c’è la deputata Pallini e, per lo Mise, Carla Ruocco. L'ex viceministro Cancelleri può restare ai Trasporti o spostarsi al dicastero del Sud. All'Interno, dopo il passo indietro di Crimi, dovrebbe spuntarla Carlo Sibilia.

“Troppi culi per poche sedie”. Overbooking in Pd e FI

In casa Pd si fanno i conti tra riconferme, tormentone sulla parità di genere ed equilibri interni. Dovrebbero essere riconfermate le uscenti Sereni (Esteri), Ascani (Scuola), Zampa (Salute), Malpezzi (Rapporti con il Parlamento), Bonaccorsi (Cultura), Puglisi (Lavoro) Morani (Mise). Ma girano forte anche i nomi di Madia (Economia o Mate), Valente (Giustizia), Cenni (Agricoltura) e Titti Di Salvo. Poi ci sono le tre postazioni di cui i dem chiedono la riconferma: Misiani, Mauri e Martella. Per Leu e per gli altri ‘piccoli’ i posti sono assai pochi. Italia Viva si conta di avere almeno un posto in più e di strapparne almeno due. Tra i nomi circolano forte quelli di Lucia Annibali e/o Gennaro Migliore (Giustizia) e Daniela Sbrollini (Sport).

La Lega ha reso pubblica la lista dei suoi desiderata: oltre al Viminale (Candiani), chiede Ambiente, Infrastrutture (Bitonci), Agricoltura (Romeo) e Scuola (Borgonzoni), mentre Guglielmo Picchi dovrebbe andare al Mae (Esteri) ed Edoardo Rixi, ideatore del ‘modello Genova’, al Mit.

Per quanto riguarda invece Forza Italia, c'è anche un'altra casella da mantenere: quella della vicepresidenza della Camera lasciata da Mara Carfagna. Si voterà mercoledì e al momento girano tre nomi di donne azzurre: Stefania Prestigiacomo, Deborah Bergamini e Annagrazia Calabria, ma nel ‘toto-vice’ c’è anche Simone Baldelli. Altro nome in ballo, quello del leghista Lorenzo Fontana, ma solo se si trovasse intesa su un cambio di accordi a più livelli, con FI disponibile a lasciare il passo a un leghista.

Ma in FI, come nel Pd, come spesso accade, girano troppi nomi e candidature per troppi pochi posti. Come si diceva nella I Repubblica, “troppi culi per così poche sedie”…