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I numeri belli che non convincono Bruxelles. Tutta colpa del Pnrr. Alta tensione in maggioranza sulle nomine

Oggi (ore 15) il Consiglio dei ministri cruciale. Soprattutto per misurare i rapporti di forza all’interno della maggioranza. Il Mef stima una crescita quasi dell’1 per cento per il 2023

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Giancarlo Giorgetti con Giorgia Meloni
Giancarlo Giorgetti con Giorgia Meloni (Foto Ansa)

E’ giallo fino all’ultimo minuto utile sulla nuova geografia del potere in base alle nomine delle grandi aziende partecipate dallo Stato. E può essere che anche oggi esca fumata nera dal “conclave” del governo che si riunisce oggi (ore 15). Giorgia Meloni ha convocato il Consiglio dei ministri a ridosso dalla Pasqua perchè poi il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti deve volare a New York per impegni istituzionali. Il termine ultimo perchè il Mef consegni la lista dei nominativi dei nuovi consigli di amministrazione delle big six nazionali - Eni, Enel, Poste, Leonardo, Terna e Ferrovie per il ruolo dominante e destinato a crescere che ha nel Pnrr - scade sabato 15 aprile. Ecco perchè le liste dovrebbero essere consegnate oggi. Giornata in cui sicuramente il governo deve approvare il Documento di economia e finanza, il primo tassello del quadro economico tendenziale dell’anno in corso e di quello che verrà. Previsioni, diciamolo subito, molto positive. Ma che non convincono troppo l’Europa.

Crescita che sfiora l’un per cento

L’Italia va. Non vola ma viaggia oltre le previsioni. I tecnici del Mef hanno ritoccato al rialzo la crescita del Pil sfiorando l’un per cento. A fine novembre, lo stesso documento (Nadef) formulava una proiezione a +0,6% e la Ragioneria parlava di “perdita di slancio dell’economia”. Stima errata. Almeno nel breve periodo. Il rapporto deficit/Pil invece si attesta al 4,5% e resta più o meno invariato (forse 4,3). Per il 2024, invece, la stima della crescita è pari all’1,4% (la Ragioneria, nel Documento programmatico di bilancio, aveva indicato l’1,9) mentre il deficit si attesta oltre il 3%. “Si tratta di stime prudenti e di un approccio molto serio” è il mantra del Mef visto il quadro macroeconomico caratterizzato da grande incertezza per le tensioni globali innescate dall'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, con il successivo rialzo dei prezzi, a partire da quelli dell'energia, che ha portato ad alti livelli di inflazione. Un trend in crescita che viene confermato da Bankitalia, che nell'ultimo bollettino economico, osserva: “Secondo i nostri modelli, in Italia l'attività economica sarebbe leggermente aumentata nel primo trimestre del 2023, sostenuta dal settore manifatturiero, il quale beneficia della discesa dei corsi energetici e dell'allentamento delle strozzature lungo le catene di approvvigionamento”. Cala il rapporto tra indebitamento e crescita nelle stime contenute nel Def. Nel 2025 il rapporto tra debito pubblico lordo e il Pil sarà del 140,9%, in diminuzione rispetto al 144,4% del 2022. Ancora una volta stime leggermente migliori rispetto a quelle indicate dalla stessa Ragioneria che quindi si autocorregge. In positivo.

L’incognita del Pnrr. E i dubbi di Bruxelles

Il 27 marzo l'Ufficio parlamentare di bilancio ha trasmesso i propri rilievi relativi al quadro macroeconomico anticipato dal Mef. Tra le variabili che impatteranno sulla crescita del Pil c’è ovviamente lo stato di attuazione del Pnrr che infatti il governo vorrebbe riscrivere concentrando le risorse nei grandi progetti infrastrutturali. La scorsa settimana anche l'ultimo Italian Macroeconomic Bulletin elaborato da Ernst&Young ha avvertito che se le risorse nel Pnrr verranno spese per il 70% ed il 90% di quanto previsto nel 2023 e 2024, il Pil potrebbe non crescere quest'anno e riprendere dell'1,8% il prossimo. Se invece verra' utilizzato circa il 50% del previsto l'economia italiana tornerebbe a crescere nel 2024, a un tasso dell'1,5%, dopo una contrazione dello 0,3% nel 2023. Ed è per questo soprattutto che Bruxelles non si sente rassicurata da una crescita inattesa e stimata quasi dell’1%. Pesano il deficit che si riduce troppo poco; maggiori risorse e più margini di spesa che però sarebbero polverizzati in spesa corrente e pochi investimenti. Soprattutto, appunto, l’incognita Pnrr. Gli allarmi del governo sulla necessità di cambiare i progetti e il pressing politico e mediatico per destinare alle grandi partecipate di Stato la maggior parte dei soldi - sottraendoli ai comuni specie del sud - con la certezza del loro utilizzo non piace ai tecnici di palazzo Berlaymont. Anche perché andrebbe a snaturare l’essenza stessa del Pnrr: riformare il Paese una volta per tutte in giustizia, competitività, concorrenza, burocrazia e riconnettere nord e sud. Senza contare che dal primo di gennaio tornerà in vigore il Patto di Stabilità che sarà corretto e modificato ma non certo nella parte che riguarda il parametro del deficit che resterà al 3%.

Nomine, partita ancora aperta

Sulle nomine, l’altro grande tema di giornata, la partita è tutt'altro che chiusa mentre cresce il nervosismo tra i partiti di maggioranza. Soprattutto la Lega, che teme di rimanere a bocca asciutta nella scelta dei vertici delle big 6 (Eni, Enel, Poste, Leonardo, Terna e Ferrovie). I punti fermi al momento sono pochi, a parte la conferma di Claudio Descalzi alla guida dell’Eni e dell’ad di Poste Matteo Del Fante (con una donna alla Presidenza). “Continuità per chi ha fatto bene” è il punto - pare inamovibile - di Giorgia Meloni che avrebbe l’intenzione di confermare “chi ha fatto bene” e seguire il criterio della “competenza” più che il manuale Cencelli. Scontrandosi in questo con la Lega. “Dopo undici anni - riferisce un colonnello di Salvini - alla guida del paese c’è finalmente un governo politico che deve dare un segnale discontinuità. Non possiamo andare avanti con quelli messi lì dal Pd”. Descalzi sarebbe al quarto mandato. Del Fante al terzo. Si tratta di manager che hanno fatto crescere non solo le rispettive aziende - veri e propri colossi con un dedalo di controllate -ma anche il Paese. L’ad di Eni vale più di un ministro e degli apparti di intelligence messi insieme. Senza Descalzi, per essere chiari, il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa neppure sarebbe nominato. Poste sta diventando il filo rosso che tiene unito e connesso il Paese dal nord al sud, dai monti al mare passando per le isole. Meloni ha fatto sapere fin dall’inizio di voler avere l’ultima parola sugli amministratori delegati. Lega e Fi possono ambire a qualche presidenza e, tra qualche settimana, via libera sulla vasta platea delle società non quotate.
La Lega vorrebbe almeno la presidenza dell'Eni (era circolato anche il nome dell'europarlamentare - ed euroscettico - Antonio Rinaldi). Le caselle più incerte, e su cui si registrano tensioni incrociate, restano quelle di Enel e Leonardo, che, a cascata, si portano dietro la composizione dell'intero puzzle. Dato per certo, e condiviso, l'arrivo al capolinea per Francesco Starace e Alessandro Profumo, i problemi iniziano sui nomi dei loro sostituti. Per Enel Meloni vorrebbe Stefano Donnarumma, liberando Terna dove potrebbe arrivare come ad Giuseppina di Foggia, vicepresidente di Nokia. Ma l'intesa non c'è, qualcuno, per superare l'impasse, ha suggerito anche di richiamare Fulvio Conti, già ad e direttore generale dell’Enel. Per la presidenza dell'Enel sarebbe in lizza Paolo Scaroni, una candidatura cara a Forza Italia, ben vista dalla Lega che invece starebbe osteggiando Donnarumma. Oltre a Scaroni si fa il nome di Luciano Carta, attuale presidente di Leonardo dove sembrava fatta per il passaggio del testimone tra Profumo e Lorenzo Mariani, ad di Mbda sostenuto dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Ma Meloni per quel ruolo fin da principio aveva immaginato Roberto Cingolani, l’ex ministro della Transizione ecologica di Mario Draghi, rimasto come consulente nel passaggio al nuovo governo. Per la presidenza del colosso dell'industria della difesa e dell'aerospazio si fa anche il nome del generale Giuseppe Zafarana, attuale comandante della Guardia di Finanza, che a sua volta libererebbe una ulteriore casella da riempire.
Sulla presidenza dell’Istat, intanto, la maggioranza non riesce a trovare i numeri in Parlamento. Meloni vorrebbe confermare Gian Carlo Blangiardo, dato tra l’altro in quota Lega quando fu nominato. Patrocinio che adesso la Lega disconosce (perchè non vuole che diventi moneta di scambio per altro). Oggi comunque è l'ultimo giorno utile per esprimere il parere (vincolante) ma servono i due terzi dei voti delle commissioni. E la maggioranza continua a non avere i numeri.

Arma di distrazione di massa

Ad aumentare le tensioni in maggioranza, il riposizionamento di Forza Italia al fianco di Fratelli d’Italia che ha spezzato l’asse storico con la Lega. La cosiddetta “opposizione” interna non c’è più o quasi. Salvini teme di restare isolato. In Italia e in Europa. Ecco che per distrarre l’opinione pubblica da quelle che sono le reali dinamiche in maggioranza, Fratelli d’Italia presenta oggi al Senato un disegno di legge per mandare in carcere gli eco vandali. Fino a sei anni per chi lancia vernice contro i monumenti. Assomiglia tanto al decreto rave. Dopo sei mesi di vita per fortuna mai applicato.

 

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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