Con il taglio dei parlamentari non si potrà votare prima di aprile-giugno 2020

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha invitato le forze politiche a votare il taglio dei parlamentari e poi andare subito al voto anticipato. Si può fare?

Con il taglio dei parlamentari non si potrà votare prima di aprile-giugno 2020
TiscaliNews

Se sarà approvato il taglio dei parlamentari, il Paese potrà essere richiamato alle urne solo nel periodo aprile-giugno 2020. Se invece si sceglie di votare entro dicembre, gli italiani dovranno scegliere su 945 parlamentari e non su 600. Ma la proposta di diminuzione del numero di deputati e senatori non sarebbe operante nella prossima legislatura. Se invece si vuole renderla davvero vigente nella legislatura successiva, bisogna attendere almeno la primavera inoltrata del 2020, rispettando l'iter dell'articolo 138 della Costituzione. Messa così, sembra che Matteo Salvini – che ha invitato le forze politiche a votare il taglio dei parlamentari e per poi andare subito al voto anticipato - si sia immesso in un vicolo cieco.

Le norme

Occorre farsi strada nell’intrico delle norme.  “Innanzitutto va sottolineato – ha spiegato il Sole 24 Ore - un dato, ossia che è necessario che il voto parlamentare sulla riduzione sia con le Camere pienamente funzionanti lungo l'asse del rapporto fiduciario Governo-Parlamento. Se dunque il Governo Conte non dovesse essere più in carica, e si fosse in piena crisi politica, la quarta votazione parlamentare non si potrebbe tenere non configurandosi questa come una votazione di ‘ordinaria amministrazione’. Tutt'altro”. Si gioca sul calendario. Per l’ordinamento, l’idea di Salvini non ha gambe: la mozione di sfiducia al Governo Conte è stata calendarizzata prima del voto sulla riduzione del numero dei parlamentari.

L'articolo 138 della Costituzione

“L'articolo 138 della Costituzione e le norme connesse in tema impongono che vi siano tre mesi di tempo per dar modo a chi costituzionalmente ne ha diritto (500.000 elettori, 5 consigli regionali, 1/5 dei membri di una Camera) di fare richiesta di referendum costituzionale. Questo è un termine intangibile e perentorio, cioè non può essere in alcun modo ridotto. Successivamente, presso la Corte di Cassazione, l'Ufficio centrale per il referendum si pronuncia sulla legittimità della richiesta referendaria entro 30 giorni; e poi, entro 60 giorni, su deliberazione del Consiglio dei ministri, il Capo dello Stato indice il referendum in una domenica compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo alla pubblicazione del decreto di indizione del referendum”, spiega ancora il Sole.  

I tempi

Detto in altri termini, se si vuole andare alle urne e allo stesso tempo ridurre il numero dei parlamentari, rendendola davvero vigente nella legislatura successiva, come vorrebbe il leader della Lega, “non si può votare prima che sia esperito tutto l'iter fino all'indizione costituzionale previsto, aggiungendo però in questo caso pure il fatto che è necessario ridisegnare i collegi elettorali (che, tenuto conto delle rilevanti difficoltà tecniche che questo testo presenta, impone almeno due o tre mesi di lavoro per la Commissione ad hoc istituita presso il ministero dell'Interno)”, ha rilegato il quotidiano di economia. Se si ipotizzano questi tempi, gli italiani potrebbero essere chiamati alle urne non prima dell'aprile-giugno del 2020, fissando la celebrazione del referendum dopo il voto anticipato (come avvenne, ad esempio, nel 2005-2006 con il referendum costituzionale sulla devolution). Si posticiperebbe, insomma, il solo voto referendario, rispettando a pieno l'iter previsto dall'articolo 138 per un testo di riforma costituzionale. Solo così, infatti, la proposta di riduzione del numero dei parlamentari sarebbe davvero vigente, a partire dalla successiva legislatura. Resta il fatto che, come detto, se cade prima il Governo, i lavori del Parlamento si interrompono e una proposta così rilevante non può essere approvata.

Gli equivoci

Di diverso avviso di Salvini anche il presidente della Repubblica. Il paletto riguarda l’ipotesi di votare subito in Aula alla Camera il sì finale alla riforma costituzionale che taglia di oltre un terzo il numero dei parlamentari, per poi andare subito alle elezioni come proposto pubblicamente da Salvini in Senato. «È improponibile votare una legge costituzionale che modifica il Parlamento e congelarla applicandola alle elezioni tra cinque anni...», fanno sapere fonti del Quirinale. E non a caso in serata la terza carica dello Stato, ossia il presidente della Camera Roberto Fico, si fa quasi portavoce delle preoccupazioni quirinalizie e aiuta a sgombrare il campo dagli equivoci: la Capigruppo calendarizza il taglio dei parlamentari il 22, dopo che Conte si sarà dimesso e quindi il voto sarà sospeso fino alla chiusura della crisi.