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Nomine, competenza e continuità prevalgono sull’appartenenza. Con qualche sorpresa

Il Mef ha reso note le nomine dei cda della cinque aziende di Stato di prima fascia: Eni, Enel, Poste, Terna, Leonardo. Salvini impone Cattaneo. Forza Italia Scaroni. Meloni sacrifica (per ora) Donnarumma ma tiene il punto su Cingolani. Il colpo di classe di Crosetto: l’ambasciatore Pontecorvo a Leonardo. Solo due donne

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
(Ansa)
(Ansa)

C’è molta “continuità” in nome del valore e dell’interesse supremo dal Paese. Pardon, come dice la premier, “della Nazione”.  Ma c’è anche quella “discontinuità” - vedi Enel - che voleva Matteo Salvini e così tanto da bloccare la soluzione per giorni. C’è la prima donna amministratrice delegata di una grande azienda partecipata allo Stato come Terna: si chiama Giuseppina Di Foggia, lascia un’azienda top level come Nokia ma certamente di diverso settore e diventa l’anima di società strategica per il settore energetico e quindi anche per il  Pnrr. C’è un pi’ di familismo, qua e là - una su tutti, la sorella di Alemanno alla guida della Consob - ma poteva andare peggio. Sono state anche rispettate anche le correnti interne del partito di maggioranza: oltre a Di Foggia, Crosetto ha avuto un colpo di genio, oltre che soddisfazione, indicando alla presidenza di Leonardo l’ambasciatore Pontecorvo. “l’eroe di Kabul”. Così come Fazzolari ha ottenuto la nomina di Silvia Rovere alla presidenza di Poste. Intendiamoci: si tratta di professionisti con curricula di altissimo livello, dunque lo spoil system in questo caso non penalizza merito e competenze.

C’è anche il silurato eccellente, quello entrato Papa e uscito cardinale dal gran conclave delle nomine”: il pupillo di Meloni, Stefano Donnarumma, è stato sacrificato in questo giro ma si sa già che avrà ampia ricompensa nel secondo giro di nomine, che scadono tra qualche settimana. Ci sono eterni ritorni come Flavio Cattaneo e Paolo Scaroni. E anche il colpo di scena: fuori dai giochi, almeno per ora, Luciano Carta, il generale della Guardia di Finanza che i 5 Stelle fecero salire direttamente dall’Aise alla presidenza di Leonardo.

Equilibri e bilanciamenti

E’ un piccolo capolavoro di equilibri e bilanciamenti il quadro che esce dal primo turno di nomine dei vertici delle partecipate di Stato. E’ stato un lavoro non facile perché il governo aveva gli occhi di mezzo mondo puntati addosso: chiamato alla prima vera scelta tecnica di un governo politico e scelto dagli elettori dopo undici anni di compromessi, sarebbe stato facile cedere al richiamo della foresta, della serie “ora comando io e decido io”. Magari soddisfacendo gli appetiti - voraci - di una parte politica. Invece, almeno finora e guardando ai top manager, sembra prevalere un criterio di competenza. Giorgia Meloni è soddisfatta. “Le nomine dei nuovi vertici di Eni, Enel, Leonardo e Poste sono frutto di un attento percorso di valutazione delle competenze e non delle appartenenze. È un ottimo risultato del lavoro di squadra del governo. Auguro ai prossimi amministratori buon lavoro. Il loro compito è quello di ottenere risultati economici solidi e duraturi nell’interesse della Nazione che rappresentano in tutto il mondo”. A parte il solito e cacofonico “nazione”, è curioso come la premier non abbia incluso nel suo commento la partita su Terna.

La svolta

Dopo mesi di trattative con Meloni convinta che, visto il momento, dovesse essere premiata soprattutto la competenza e Salvini voglioso invece di “usare il machete e segnare una netta discontinuità con il pasto”, la svolta è stata intravista martedì sera, a margine del Consiglio dei ministri  ed è arrivata ieri mattina. “In queste situazioni c’è sempre uno che indica (in questo caso la premier, ndr) e poi altri che decidono” diceva ieri un colonnello leghista. “Aspettiamo la chiusura delle borse” è stato il messaggio filtrato da palazzo Chigi intorno alle 16. In quel paio d’ore di attesa ieri i volti dei parlamentari leghisti sono sembrati decisamente più rassicurati dei giorni precedenti quando era forte la sensazione che Meloni stesse “provando a fare l’asso piglia tutto". Alle 18, puntuale, è circolato il pizzino che avrebbe poi anticipato il comunicato ufficiale arrivato circa un’ora e mezzo più tardi. E’ proprio un pizzino, solo cognomi e società, il primo nome indica il Presidente, il secondo l’amministratore delegato. ENI: Zafarana-Descalzi; ENEL, Scaroni-Cattaneo; LEONARDO, Pontecorvo-Cingolani; TERNA, Di Biasio- Di Foggia; POSTE, Rovere-Delfante. Diciamo subito che Meloni ha “vinto” nel voler dare continuità alle gestione di queste grandi aziende a cui sarà probabilmente affidato il ruolo di non far fallire il Pnrr. Su dieci nomi, ben quattro sono conferme e su cinque partecipate, tre sono le caselle degli amministratori delegati in assoluta continuità con il passato.

Chi entra e chi esce

Esce di scena – per ora, ma potrà tornare nelle nomine di seconda fascia che scadono a breve – Luciano Carta: l’ex generale della Guardia di Finanza che Giuseppe Conte volle alla presidenza di Leonardo. Era stata, la sua, una nomina fortemente voluta dall’ex premier Giuseppe Conte che porta il generale dalla guida dell’Aise direttamente alla poltrona più alta di Leonardo. I 5 Stelle perdono così anche il loro ultimo aggancio con il “potere”. Le caselle che hanno risolto lo stallo e pagato il prezzo più alto alla discontinuità sono state quelle di Enel: Paolo Scaroni, indicato da Forza Italia, è stato nominato presidente e per il ruolo di amministratore delegato è stato scelto Flavio Cattaneo, oggi vicepresidente esecutivo di Italo e in passato per nove anni a Terna e per uno a Telecom Italia. Il suo nome era emerso circa un mese fa quando il cerchio sulle nomine ha iniziato a stringersi. Non gradito a Meloni perché probabilmente troppo autonomo rispetto a certe dinamiche, il suo nome è tornato in cima alla lista in modo ufficiale nel faccia a faccia di martedì sera post Consiglio dei ministri. Sondato dai tre rappresentanti della maggioranza, il manager avrebbe dato disponibilità solo per Enel dove è prioritario in questo momento vendere molte partecipate estere dell'impero creato negli ultimi nove anni da Francesco Starace sulla cui uscita di scena Meloni non ha mai avuto dubbi. E’ un terreno questo su cui Cattaneo può far valere il suo valore aggiunto avendo trattato le partecipazioni brasiliane di Terna e di Telecom.

Scaroni invece è il nome su cui non ha mai voluto arretrare Forza Italia: attuale presidente del Milan ed ex presidente di Eni ai tempi del processo sulle tangenti in Nigeria concluso con la totale assoluzione, il suo nome sembrava che non potesse in alcun modo superare i veti di Meloni. La premier alla fine ha dovuto cedere. Con Enel la presidente del consiglio ha soddisfatto le mire di Lega e Forza Italia tenendo però il punto indicato dall’inizio: chiudere la stagione Starace. Sui successori ha dovuto silurare il suo “pupillo” Stefano Donnarumma attuale ad di Terna che Meloni aveva fin dall’inizio bloccato nella casella Enel e che molto probabilmente invece guiderà operativamente Ferrovie scippate a Salvini che ne voleva il controllo in funzione Pnrr. Alla Lega è andato come contentino anche la presidenza di Enel con Igor De Biasio, ex cda Rai. Meloni si è tenuta la casella di amministratore delegato assegnata a Giuseppina Di Foggia, ex ad di Nokia Italia, conosciuta bene dalla premier e dal suo entourage familiare. Di Foggia è stata sempre una predestinata in questa partita: il suo nome è stato indicato quasi subito, da quando l’8 marzo Meloni disse che era giunto il tempo per una donna ai vertici delle partecipate. E’ la prima amministratrice delegata di una grande partecipata.

Solo due donne su dieci posti

Su dieci caselle, solo due sono occupate da donne. Situazione identica a quella uscente. Neppure il 30%: la questione di genere è ancora disattesa. L’altra donna è  Silvia Rovere, nominata presidente di Poste e data in quota del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, in questi mesi king maker al tavolo delle nomine. Rovere ha un curriculum di alto profilo: presidente di Confindustria Assoimmobiliare e dal 2003 al 2005 è stata al vertice di Patrimonio dello Stato (MEF), ex ad di Morgan Stanley SGR, ha contribuito allo sviluppo della finanza socialmente responsabile avendo costituito e gestito due dei primi fondi di social housing in Italia. I legami familiari - è moglie di Andrea Munari, ad di Bnl - che qualcuno provvede subito a far circolare, in questo caso non sono discriminanti.

La continuità

Una volta sciolto il nodo dell'Enel, e accontentati Salvini e Berlusconi, che volevano discontinuità almeno in una delle grandi partecipate, il resto era già tutto deciso. All'Eni è stato confermato Claudio Descalzi (per la quarta volta) come ad mentre alla presidenza va l’attuale generale comandante dalla Guardia di finanza Giuseppe Zafarana che ha scalzato il collega Carta. Curiosità per gli appassionati di indizi e retroscena: Zafarana guidava il comando Regione Lombardia ai tempi del processo Eni (imputati Scaroni e Descalzi, poi assolti perché il fatto non sussiste). E sempre Zafarana guidava già il comando generale ai tempi dell’inchiesta Metropol sul petrolio da importare da Mosca e che ha coinvolto ambienti leghisti. Una coincidenza che può essere letta in vari modi. Di sicuro Meloni ha voluto alla guida di Eni un controllore qualificato.

In Poste è stato confermato Matteo Del Fante, al suo terzo mandato (prima nomina ai tempi del governo Gentiloni) e anche questa nomina era scritta visto il largo consenso che l’ad di Poste riscuote dal Quirinale in giù. Anche Poste sarà un player chiave nella realizzazione del Pnrr. Del Fante ha guidato sei anni di profonde trasformazioni in Poste, dal rilancio della rete degli uffici postali, anche con un ruolo da sistema Paese come nel progetto di sostegno ai piccoli comuni, all'accelerare la strategia di diversificazione per la più grande rete di distribuzione di servizi in Italia. Alla Presidenza è andata, appunto, Silvia Rovere in quota Fratelli d’Italia.

Il jolly di Crosetto

La grande partita di Leonardo è da sempre quella che più appassiona visto il potere e il raggio di azione del colosso della Difesa e dell’aerospazio. Qui Meloni ha vinto contro tutti e tutto: il ruolo di ad è stato affidato all’ex ministro Roberto Cingolani. La premier ha voluto sfidare i consigli di chi l’ha messa in guardia rispetto ad un ruolo così tecnico e così sensibile per gli investitori stranieri affidato ad un buon professionista ma senza competenze così specifiche (pur avendo già avuto incarichi nell’azienda).  Cingolani ha spodestato Profumo (che ha provato a resistere fino all’ultimo) e adesso dovrà gestire un colosso che da solo vale molto quanto un ministero e i servizi segreti messi insieme. Le diplomazie dei paesi alleati avevano messo in guardia su un eventuale cambio della guardia ai vertici dell'azienda in un momento molto delicato come quello attuale (leggi appoggio militare in Ucraina).

Sulla casella della Presidenza, il ministro Guido Crosetto si è preso una piccola rivincita nominando l’ambasciatore Stefano Pontecorvo, lunga e importante carriera diplomatica nelle più delicate sedi come Pakistan e Afghanistan. E’ stato lui a gestire il delicatissimo ritiro della missione Isaf da Kabul riuscendo a mettere in salvo decine e decine di afgani. Non a caso è diventato “l’eroe di Kabul”. Pontecorvo è stato un’idea di Guido Crosetto che avrebbe voluto Lorenzo Mariani, attuale capo del consorzio missilistico Mbda, partecipato da Leonardo, nel ruolo che invece è stato assegnato a Cingolani. Pontecorvo ha lo standing internazionale negli ambienti Nato che potrebbe in parte mancare a Cingolani (avendo fatto altro finora nella vita) e che tanto preoccupa investitori, alleati e cancellerie varie che in queste settimane hanno più volta sensibilizzato il Quirinale su questo punto. Potrebbe essere la prima volta che il ruolo di Presidente “pesa” tanto quanto quello di Ad. Le Borse oggi saranno un buon indicatore del gradimento rispetto a queste nomine.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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