[Il caso] Tra bivi economici e snodi politici, non c’è traccia dei progetti su cui investire i 298 miliardi della Ue

Il governo ha un timing serrato per chiedere l’anticipo del 10% del Recovery fund: entro il 15 ottobre con la manovra 2021, ci sarà anche un piano investimenti dal valore di circa 20 miliardi. Il ministro Amendola: “Entro fine settembre i progetti in Parlamento”. Raccolti 534 ma qual è la visione d’insieme? Prima di quella data ci sono il 14 e il 20-21 settembre. E la variabile politica non è più solo una variabile 

il ministro agli affari europei Enzo Amendola (Ansa)
Il ministro agli affari europei Enzo Amendola (Ansa)

Con quel - 12,8% di pil certificato dall’Istat nel trimestre del lockdown, Parlamento e governo si rimettono al lavoro. Il presidente della Camera Roberto Fico la chiama “breve pausa”. E’ durata tre settimane.  Il governo forse ha lavorato un po’ di più.  Le urgenze non sono mancate, dall’immigrazione all’inizio dell’anno scolastico, e sono ancora lontane da una soluzione. Così come i dossier delicati, dal decreto Semplificazioni (deve essere convertito entro il 14 settembre) al decreto Agosto (entro il 13 ottobre), entrambi appena incardinati nelle Commissioni. Ci sono anche le belle notizie come la decisione sulla Rete unica per la fibra su cui è stato trovato l’accordo politico  tra Tim e Cassa Depositi e prestiti che ancora però attende il via libera della Commissione Europea.

Tre settimane di ferie

Tre settimane di riposo sono “necessarie” - è stato detto -  dopo le tensioni e la superproduzione di decreti e leggi nei mesi del lockdown e in quelli della Fase 2.  Preoccupa però, e non poco, lo stallo su quella che è la partita più importante che questa legislatura si trova a dover gestire: come utilizzare i 298 miliardi che la pandemia ha messo a disposizione di governo e Parlamento per risollevare il Paese. Una massa di soldi che l’Italia non ha mai visto in epoca moderna, paragonabili forse solo a quell’European recovery program, detto anche Piano Marshall che tra il 1948 e il 1952 fece arrivare in Italia dagli Stati Uniti un miliardo e duecento milioni di dollari. Un mese, quello di agosto, è passato e il Parlamento, cui è stato promesso il ruolo di supercontroller della partita, non ha ancora esaminato un solo progetto. Nulla ancora sa, al di là di qualche parola chiave - digitalizzazione, piano green, scuola, istruzione, ricerca e infrastrutture - della "visione organica” industriale e produttiva che dovrà rilanciare il paese in ginocchio dopo la pandemia (che non è finita). I12 punti di pil in meno si “parlano” con il rischio di circa un milione mezzo di posti di lavoro perduti. Tutte persone che per età e profilo professionale rischiano di finire nel cono d’ombra degli inattivi. Per non parlare del “tasso di mortalità” tra aziende medio-piccole e partite Iva. 

Le rassicurazioni di Amendola

La partita vera inizia dunque adesso. E tra bivi economici e snodi politici, la strada che il Conte 2 deve percorrere è lunga e piena di curve e inciampi. E che sia già stato accumulato un clamoroso ritardo. Il governo è di opinione contraria e rassicura. Lo ha fatto ieri il ministro per gli Affari Europei Enzo Amendola, braccio destro del premier in questa partita. “Abbiamo lavorato tutto agosto - ha tranquillizzato ieri dal palco della Festa de l’Unità a Modena - per arrivare al 9 settembre, quando è convocato il Comitato per gli affari europei (Ciae) per dare vita alle linee guida” del Recovery plan “che vogliamo far discutere anche al Parlamento, con la Nadef, a fine settembre”.  Poche righe ma piena di buone notizie. Nell’ordine: a fine settembre il Parlamento avrà tutte le informazioni necessarie sui progetti che chiederanno il finanziamento europeo; il Parlamento saprà, quindi, non solo che tipo di paese nascerà dopo il Covid ma potrà dire la sua, intervenire e correggere e persino dare un voto, a fine settembre insieme alle votazioni sulla Nota di aggiornamento del Def. Il governo si sente così “avanti” e in pari coi tempi che tenterà, come aveva già previsto a luglio, di chiedere subito un anticipato al piano pari a circa il vento del cento del suo valore: circa venti miliardi, appunto.

L’avvio delle audizioni

E’ un fatto che solo oggi le commissioni Bilancio di Camera e Senato inizino le audizioni sul Recovery fund. Inaugura la seduta il Commissario europeo Paolo Gentiloni da cui si attendono non solo info precise sulla qualità dei progetti che devo essere consegnate a Bruxelles. A seguire il vicepresidente della Bei Dario Scannapieco, uno dei golden boy del dream team italiano a Bruxelles che e non c’è dubbio abbia giocato un ruolo importate per sbloccare il Recvery find europeo.

Sul piatto ballano 209 miliardi del Recovery fund di cui però manca il Piano; 36 miliardi di Mes destinati a spese sanitarie dirette e indirette, erogabili subito ma su cui manca ancora l’accordo politico nella maggioranza; 27 del Sure destinati ai disoccupati e alla casse integrazioni.  298 miliardi, appunto, che possono essere la più grande occasione ma anche la più grossa sconfitta. 

Venti miliardi subito

L'Italia potrebbe beneficiare di un anticipo del 10% dallo stanziamento del Recovery fund già nei primi mesi del 2021, 20 miliardi se la percentuale è calcolata sul totale del fondo, 14 se sarà calcolato sul 70 per cento del suo valore.  Un anticipo pieno di “se”. Un portavoce della Commissione europea ieri ha confermato che “in linea con le conclusioni del Consiglio europeo è possibile il pagamento di un pre-finanziamento del 10% del contributo finanziario per ciascuno Stato membro, con l'approvazione del piano di riforme e l'adozione dell'impegno legale della Commissione, posto che tutte le condizioni siano soddisfatte e tutti i passi legali siano stati completati per allora”. Di sicuro gli Stati membri sono stati incoraggiati a presentare i piani nazionali di riforme, in modo informale, già il 15 ottobre per avviare uno scambio con la Commissione europea ed evitare ingolfamenti ma saranno considerati “presentati” in modo ufficiale solo da inizio gennaio. Da allora saranno necessari due mesi di tempi per le valutazioni della Commissione e un altro mese per quelle del Consiglio. Tre mesi per il via libera finale.

La manovra “leggera”

Per accedere al tesoretto (di 20 o 14 miliardi, si vedrà) il governo ha in mente di presentare entro il 15 ottobre la Finanziaria 2021 e insieme le schede di progetto del Recovery fund. La manovra sarà “leggera”, circa 25 miliardi, senza deficit, senza clausole di salvaguardia, fiore all’occhiello la riforma fiscale su cui il ministro Gualtieri e il direttore Ernesto Maria Ruffini stanno lavorando a testa bassa. Avrà una parte solo di investimenti, valore circa venti miliardi appunto, che dovranno essere il primo volano della ripresa e per questo finanziati con l’anticipo del Recovery fund.

Fin qui un timing perfetto. Se non fosse che per avere quei soldi servono i progetti. E di progetti esecutivi al momento neppure l’ombra. O meglio: di progetti il ministro Amendola e il Ciae ne hanno raccolti 534 attraverso un questionario distribuito a fine luglio tra ministeri e grandi enti pubblici e privati. Un lavoro svolto in venti giorni dove si può immaginare che siano confluiti per lo più vecchie proposte, di per sè anche brillanti, ma prive di quel progetto unitario di sviluppo del paese necessario perchè i soldi del Recovery fund diventino la grande occasione di cambiamento e crescita del paese. Quel “debito buono” di cui ha parlato Mario Draghi che poco o nulla ha a che fare con quel debito “necessario” contratto finora dall’inizio della crisi sanitaria.

No allo svuota-cassetti

“Nessuno svuota cassetti” rassicurano fonti di governo rassicurando sulla bontà della strada intrapresa.  Dobbiamo aspettare fine settembre per saperne qualcosa di più. Il 9 settembre, prima riunione del Ciae, sapremo solo le “linee guida” che però avevamo capito essere già state indicate dal ministro Gualtieri nel PNR (Piano nazionale riforme) presentato a giugno: digitalizzazione, infrastrutture, green, ricerca e istruzione, sanità. Se così stanno le cose, è evidente che il Parlamento avrà sì e no un paio di settimane di tempo per conoscere, studiare, valutare. Non è chiaro se anche modificare e correggere. Ma allora, come si concretizza il ruolo di co-decisore del Parlamento?

Ma prima ci sono il 14 e il 20 settembre

Quello di Palazzo Chigi è un timing serrato che dà per scontata la capacità di spesa (che al momento non abbiamo) magari confidando nelle magnifiche sorti progressive del decreto Semplificazioni. E non tiene conto, anche con un pizzico di scaramanzia, della variabile politica. Che però c’è, esiste e non è esattamente una variabile. Un gruppo di cinque regioni ha già previsto di far slittare l’anno scolastico al 22-24 settembre. Altre ci stanno ragionando. Al netto di banchi e mascherine, sarebbe già sufficiente per dire che la data del 14 settembre - politicizzata all’inverosimile - è la Caporetto del governo. Le regionali, se anche finissero con un 4-3 per il centrosinistra, se cioè il Pd perdesse “solo” una regione (Marche o Puglia), aprono comunque i congressi di Pd e M5s. E poco o nulla resterà com’è adesso. Tutto questo non incrocia le regole d’ingaggio per accedere ai fondi europei. Ma da qualche parte deve esserci, quello sì pronto, il Piano B, la cabina di regia per sfruttare l’occasione del Recovery fund.