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No del governo al gender e alla Dichiarazione Ue a favore della comunità omo e transessuale

L’Italia è nel gruppo dei nove paesi europei che non hanno voluto firmare la Dichiarazione europea per le politiche a favore della comunità Lgbtq+. L’appello del Capo dello Stato in occasione della giornata internazionale contro l’omofobia “per una società inclusiva e rispettosa delle identità”. La ministra Roccella: “No ad ogni tentativo di introdurre il gender”

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
(Ansa)
(Ansa)

Delle due l’una: o la mano destra non sa quello che fa la mano sinistra; oppure il governo mente sapendo di mentire. Decidete voi quale sia la peggiore. Fatto sta che ieri, giornata internazionale contro l’omofobia, dopo una mattinata con un diluvio di dichiarazioni a favore dei diritti della comunità Lgbtq+ che hanno visto in prima fila il Presidente della Repubblica e la stessa premier Giorgia Meloni, scopriamo che nel pomeriggio il governo italiano è uno dei nove paesi che non ha firmato la Dichiarazione per la promozione delle politiche europee a favore delle comunità Lgbtq+, preparata proprio in occasione della Giornata internazionale. Nel gruppetto dei contrari con l’Italia ci sono Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia, Lituania, Lettonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, l’est Europa, per lo più frugale, amica delle destre nazionaliste. La notizia scuote un tranquillo e anche un po’ stanco venerdì di campagna elettorale con pochi temi nonostante ormai i programmi delle nove liste in corsa per le urne dell’8 e 9 giugno siano stati finalmente depositati. In realtà i diritti hanno un capitolo dedicato in quasi tutti i programmi elettorali: diritto alla salute, diritto allo studio, diritti delle donne e delle mamme, da qualche parte ci sono anche per i giovani. E se è vero che non si mangia con i diritti, non si tagliano le code per una mammografia e non si aumentano gli stipendi, è certamente vero che nel caso della comunità lgbtq+, reclamare diritti vuol dire soprattutto proteggersi da discriminazioni e violenze.  Anche con la Dichiarazione per la promozione delle politiche europee a favore delle comunità Lgbtiq+ non si mangia e si migliora la qualità del lavoro delle persone. Non averla firmata però è un oscuro  passo indietro per l’Italia.

Il messaggio di Ursula

La giornata era iniziata benissimo. La presidente della Commissione europea annuncia la Dichiarazione e la firma solenne. “Nella Giornata internazionale contro l’omofobia - ha scritto di Nuon mattino sui social - riaffermiamo il nostro impegno per un’Europa in cui tutti siano liberi di amare e vivere senza paura. Dove puoi semplicemente essere te stesso. Oggi e ogni giorno sono orgogliosa di sostenere la comunita' Lgbtiq+”. La Presidente torna a fare “qualcosa di sinistra dopo varie strizzate d’occhio all’elettorato di destra (specie su immigrazione).

Il testo

Anche al netto della campagna elettorale, il documento c’è ed è pesante. Chiarisce, fissa, ribadisce. “L'omofobia, la bifobia e la transfobia non hanno posto nell'Unione europea o in una qualsiasi altra parte del mondo - si legge nel primo capoverso della Dichiarazione - Per far sì che nessuno sia lasciato indietro, dobbiamo concentrarci sulla lotta alle disuguaglianze e alle forme di discriminazione. L'uguaglianza, la libertà e la giustizia devono valere per tutte le persone, indipendentemente dall'orientamento sessuale effettivo o percepito e dall’identità di genere”. E ancora, qualche capoverso più sotto: “Invitiamo i governi di tutto il mondo ad abrogare la legislazione discriminatoria, ad agire per contrastare ed eliminare i reati generati dall'odio e l'incitamento all'odio, a prevenire tutte le forme di violenza contro le persone LGBTI e ad affrontare gli ostacoli e i pregiudizi strutturali e istituzionali che ancora limitano la partecipazione delle persone LGBTI ai processi decisionali e politici”. Una presa di posizione netta e chiara. I firmatari del testo si impegnano anche a sostenere la nomina di un nuovo Commissario per l'uguaglianza in vista della prossima Commissione. Anche in Italia la giornata prosegue bene. Dal Capo dello Stato - più vigile e attento che mai in questo periodo ad ogni attrito e potenziale punto di crisi - arriva un monito che parla chiaro: il Paese “non è immune da episodi di omotransfobia”. Il presidente della Repubblica parla di “lacerazioni alla convivenza democratica” e lancia l’avvertimento: “Non è possibile accettare di rassegnarsi alla brutalità”. Dal Quirinale, giunge l’invito alle istituzioni, affinché si impegnino “per una società inclusiva e rispettosa delle identità”. Poco dopo, arriva il messaggio della premier. Per Giorgia Meloni “il governo è, e sarà, sempre in prima linea” nel contrasto a “discriminazioni e violenze inaccettabili”. Non si odono, insomma, i Vannacci o i Pillon. Tutto procede per il meglio. Come deve. Quasi quasi non c’è notizia.

Roccella: “No al gender”

Fino al pomeriggio. Quando da Bruxelles arriva il colpo di scena: l’Italia è tra i nove Paesi dei 27 Ue che non hanno firmano la Dichiarazione. Il ministero competente - quello alla Famiglia - prova a dire che si tratta di “una decisione presa giorni fa”. Peccato che nessuno l’avesse comunicata, quanto meno discussa. Viene anche da chiedersi se l’hanno almeno concordata con la premier Meloni che magari ne avrebbe fatto cenno nella dichiarazione della mattina. Ne avrebbe ad esempio potuto parlare la ministra Roccella agli Stati generali della Famiglia una settimana fa: passati i fischi e gli striscioni, un ministro, che deve essere sempre più forte e tenace del dissenso, resta e parla. Andare via, come succede spesso alla ministra, è una sconfitta per tutti. A cominciare da lei e per il ruolo che rappresenta. Comunque, la ministra è stata poi molto chiara nello spiegare perchè l’Italia non ha firmato. E’ una dichiarazione che riportiamo integralmente per evitare incomprensioni. “Ancora una volta - ha dichiarato Roccella - la sinistra non ha il coraggio delle proprie posizioni e preferisce nascondersi dietro le solite bugie. Il governo italiano è in prima linea contro ogni discriminazione in tutto il mondo, da qualsiasi parte provenga, mentre la sinistra usa la sacrosanta lotta contro le discriminazioni legate all'orientamento sessuale come foglia di fico per nascondere il suo vero obiettivo, e cioè il gender. Noi siamo molto chiari: il nostro governo ha firmato la dichiarazione europea contro omofobia, bifobia e transfobia. Non abbiamo invece firmato e non firmeremo nulla che riguardi la negazione dell’identità maschile e femminile, che tante ingiustizie ha già prodotto nel mondo in particolare ai danni delle donne. Se la sinistra ed Elly Schlein vogliono riproporre la legge Zan, il gender e la possibilità di dichiararsi maschio o femmina al di là della realtà biologica, abbiano il coraggio di dirlo con chiarezza. Se è il gender che vogliono, lo propongano apertamente e lo facciano in campagna elettorale, così da consentire agli elettori di esprimersi anche su questo”. Mai e poi mai, ha aggiunto la ministra, daremo in seguito in alcune forma “al contenuto della legge Zan”. Il gender come un capriccio e il male assoluto e non come naturale e consapevole acquisizione della conoscenza di se stessi. E’ un netto, pericoloso, deciso passo indietro. Una contraddizione palese con il primo assunto della ministra: “Questo governo combatte ogni forma di discriminazione”.

Le polemiche

Da questo momento della giornata la polemica è stata durissima. E lo sarà ancora nei prossimi giorni. Diventerà tema di campagna elettorale. E vedremo se e come anche la premier Meloni che tra pochi giorni parteciperà (da remoto) al convegno di Vox in Spagna, quello di “sono Giorgia, sono una donna, sono una madre”, userà anche questo tema. Probabilmente Roccella ha deciso di non firmare in occasione della riunione a Bruxelles dei ministri dell'Unione responsabili dell’uguaglianza quando la presidenza belga del Consiglio dell’Ue aveva deciso di porre al centro dell'agenda europea i diritti Lgbtiq+. Dure le reazioni delle opposizioni, a partire dal Partito Democratico. “Che rabbia e che vergogna” ha detto la segretaria dem Elly Schlein, “non è accettabile che i governo decida di non firmare”.  La leader ha ricordato la firma arrivata dallo stesso esecutivo l’anno scorso e affonda: “Quest'anno non lo fa per fare campagna sulla pelle delle persone discriminate”. Netto anche il leader M5s Giuseppe Conte: “L'Italia ha deciso di inseguire il modello culturale orbaniano, questa è la posizione reazionaria di chi ci governa”. Posizione simile espressa da Riccardo Magi di +Europa: “Meloni schiaccia il nostro Paese tra i piccoli staterelli omofobi”. Per Ivan Scalfarotto, responsabile Esteri di Italia Viva, si tratta di una “scelta scellerata”. “La protezione dei diritti e l’idea di perseguire l'uguaglianza delle persone lgbtq+ non è soltanto nell'interesse delle persone lgbtq+ ma è nell'interesse di tutti” ha voluto precisare il senatore. “La libertà delle persone Lgbt è la libertà di tutti e la loro condizione nei vari Paesi è la cartina di tornasole per valutarne la democrazia. L’Italia, purtroppo, ha ancora molta strada da fare. Perchè non si tratta solo di odio o di violenza, per omofobia si intendono anche tutte le forme di diffidenza, di pregiudizio, oppure quando si ritiene che una persona Lgbtq+ semplicemente non debba godere dei medesimi diritti o opportunità che sono riconosciuti a tutti”. Lo stesso Alessandro Zan, alla cui legge ha fatto riferimento Roccella, va all'attacco. Parla di una destra “vigliacca” che nell'ottobre 2021 “ha esultato in Senato come allo stadio per aver affossato il ddl Zan”. Adesso quella stessa destra al governo “vuole continuare a violare i diritti delle persone lgbtq+”. Zan attacca anche il post comparso sul canale ufficiale del ministero dell'Istruzione in ricordo della Giornata: “Ipocrita, una pennellata di rainbow-washing dietro cui c'è tutta l'omotransfobia dilagante nelle istituzioni”.

Il silenzio di Meloni

La presidente del Consiglio non entra nella querelle. Rimane la sua dichiarazione mattutina e il j’accuse - fatto per primo da Mattarella - contro gli oltre sessanta Paesi in cui l'omosessualità viene punita con la reclusione. La premier aveva ribadito il compito di “tenere alta l'attenzione della comunità internazionale” sulle persecuzioni e sugli abusi “che in molte nazioni del mondo vengono ancora perpetrati in base all'orientamento sessuale”. Ha fatto anche riferimento alla “difesa della dignità di ogni persona sancita dalla Costituzione”. Si è però  dimenticata di dire che il suo governo non ha firmato la Dichiarazione.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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