Nasce il PTCC (Partito tutti contro Conte): dall'opposizione alla Cei, la ‘fase due’ parte tra polemiche e confusione

Scenari e scadenze. Le ‘distanze’ da Conte prese in tanti e in un battibaleno. I vescovi durissimi: "Violata la libertà di culto"

Nasce il PTCC (Partito tutti contro Conte): dall'opposizione alla Cei, la ‘fase due’ parte tra polemiche e confusione

Se il premier, Giuseppe Conte, dovesse ‘misurare’ il tasso delle risposte negative ricevute ieri sera, appena prima o subito dopo la sua conferenza stampa davanti agli italiani, tenuta a ora di cena (un’abitudine, ormai, per Conte, fare come cantava Renzo Arbore, “Vengo dopo il tiggì”…) per illustrare il dpcm che darà vita, a partire dal 4 maggio, alla ‘fase due’, dovrebbe prepararsi, come si dice in politichese, a ‘trarne le conseguenze’, e cioè a salire al Colle e rassegnare le sue dimissioni, ovviamente ‘irrevocabili’.

Infatti, neppure aveva finito la conferenza stampa, il premier, dicendo, con piglio churchilliano, “Mi assumo io il rischio di un aumento dei contagi” e, soprattutto, lanciando lo slogan “Se ami l’Italia mantieni le distanze”, che molte forze politiche sociali, economiche, financo la Cei, lo prendevano in parola e ‘prendevano le distanze’ da lui. E lo facevano così tanto e così in tanti in un battibaleno che si potrebbe sospettare una manovra ben orchestrata. In ogni caso, ieri è stato fondato e lanciato il PTCC (Partito Tutti Contro Conte), una sorta di coalizione ‘arcobaleno’ che va da destra ed esonda a sinistra. Un partito fortissimo nel Paese, anche se – paradossalmente – è debolissimo dentro il Parlamento, dove Conte conta ancora, almeno sulla carta, di una solida maggioranza di governo. Ma da chi è composto, questo ‘PTCC’ e perché si è saldato subito? 

La durissima nota della Cei: “Violata la libertà di culto”

Prima ancora di andare a leggere le parole della Politica, va detto che la ciliegina – in negativo – sulla torta è la durissima uscita della Cei con un comunicato stampa ‘a freddo’. Una presa di posizione durissima e inusuale provocata dal diniego di
Conte a riaprire le chiese per poter dire messa, dopo aver bloccato, per tutta la prima fase, anche i funerali (i quali invece, in base delle nuove disposizioni, si potranno fare, ma ‘all’aperto’). In pratica, il dpcm prolunga anche dopo il 4 maggio la chiusura alle messe con la partecipazione dei fedeli, su cui invece la Chiesa italiana aveva chiesto e insistito per una riapertura, rispettando le condizioni di sicurezza anti-contagio. La deroga concessa dal governo riguarda solo
la celebrazione dei funerali, cui potranno partecipare comunque un numero limitato di persone, cioè solo i parenti stretti.

La nota della Cei mette il dito nella piaga subito: “Violata la libertà di culto”, il concetto di base, che usa espressioni e parole che non risuonavano, nei rapporti tra Stato e Chiesa, non solo ai tempi di referendum radicali ‘anti-cattolici’ come il divorzio e l’aborto, ma anche, risalendo indietro, alle devastazioni perpetrate dalle squadracce del fascismo ai circoli dell’Azione cattolica durante il ventennio. 

Frattura irrimediabile, quella tra vescovi e premier? E così, al termine della conferenza stampa del premier, arriva in un lampo e con una velocità inusitata dati i tempi biblici della Chiesa che lascia pensare che la nota fosse già pronta,
forte critica della Cei, che ribadisce l’autonomia della Chiesa. I vescovi mettono nero su bianco il loro malumore: “I vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto” affermano. Sono parole che pesano soprattutto per chi, come Conte, ha da sempre cercato un rapporto stretto con il Vaticano e il Papa: “Alla Presidenza del Consiglio e al Comitato tecnico-scientifico si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità, dare indicazioni precise di carattere sanitario, e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia”. Parole che lasciano presagire una rottura irrimediabile tra Conte, che proprio un partito ‘cattolico’ e ‘moderato’, basato sulla rete di parrocchie, associazioni cattoliche e reti di volontariato, doveva creare, e le gerarchie ecclesiastiche che quel modo preordinano? Troppo presto, per dirlo, ma la frattura sembra profonda. 

I partiti del PTCC/1: tutte le opposizioni di centrodestra 

Ma veniamo a quali e quante ‘forze’ è composto il PTCC. Ne fanno parte, ovviamente, tutte le opposizioni (e, fin qua, si potrebbe dire, nihil sub sole novi) le quali ululano la loro “delusione e sconcerto” (Matteo Salvini, Lega), sbottano con un “Conte decide da solo della vita e della libertà di ognuno di noi” (Giorgia Meloni, che però forse pensava al suo Duce), o un più garbato “così non ci siamo” (Mariastella Gelmini), che si leva, invece, dai forzisti. Pronti a ‘dare una mano’ al governo e al premier su alcuni temi (lo scostamento dal deficit e il Mes), ma non su altri (il Def) perché così ha deciso il loro leader, quel Berlusconi che vuole vendere a caro prezzo (un nuovo governo o un altro premier) un eventuale, possibile, aiuto alla maggioranza da parte dei suoi. Senza dire del fatto che il Cav è tornato redivivo e pimpante perché, dice ai suoi, “la Politica torna a divertirmi e non mi accadeva da anni”.

Berlusconi si diverte, i 5Stelle friggono al loro interno

Opposizioni che, ovviamente, non vedono l’ora che Conte vada in Parlamento a relazionare sugli accordi chiusi dentro il Consiglio Ue (in testa a tutti, ovviamente, il Mes) per scatenargli contro la bagarre e mozioni o risoluzioni di sfiducia
nella speranza che un gruppo sempre più inquieto di dissidenti M5S voti con loro e così affondare il governo. L’ala più indicata alla bisogna è, ovviamente, quella che fa capo al pasdaran dei ‘sovranisti’ a cinque stelle, e cioè a Alessando Di Battista (ex deputato), area che conta, a oggi, su un pugno di senatori (una decina) e deputati (venti) che, se si comportassero come gli eurodeputati dell’M5S guidati da Ignazio Corrao dentro l’ultimo Europarlamento, potrebbero addirittura far cadere governo e maggioranza, ove venisse al pettine la famosa mozione ‘anti’ o ‘pro’ Mes. I partiti del PTCC/2: Renzi ‘sguinzaglia’ i suoi cani… 

Anche Italia Viva di Matteo Renzi è sulle barricate: da sempre in conflitto con Conte, che vorrebbe sostituire, al più presto, con un governo di unità nazionale a guida Draghi (o chi per lui) e in polemica aperta con il premier – cui non perdona, forse, di fare il premier ‘al posto suo’. Proprio sulla ‘fase due’ Renzi – che voleva riaprire ‘tutto e subito’ già settimane fa, scuole comprese, figurarsi il resto – aveva ingaggiato, e da tempo, battaglia ma ieri il leader di Iv ha, come si suol dire, ‘sguinzagliato i cani’.

Il deputato renziano, fedelissimo pasdaran di Matteo, Lucianone Nobili manco è finita, la conferenza stampa, e già twitta “La #Fase2? Uno e mezzo, scarsa. La conferenza stampa c’è, il dpcm pure ma della ripartenza che serve all’Italia neanche l’ombra. Non ci siamo”. Inoltre, si scopre subito dopo che, dentro la riunione tra membri del Cdm, regioni, comuni e parti sociali, le ministre renziane, Bonetti (Famiglia) e Bellanova (Agricoltura) hanno fatto fuoco e fiamme, contro il premier, e contro Speranza, sul tema più incandescente in oggetto, quello delle riaperture e di possibili ‘anticipi’ e ‘antipasti’ in un braccio di ferro sfibrante che è andato avanti tutto il giorno con Speranza (Salute, LeU) che non ne voleva neppure sentir parlare.

Bellanova sbatte i pugni sul tavolo, Faraone azzanna 

Certo è che quando, già dal mattino, la Bellanova si è seduta al tavolo con i capidelegazione di maggioranza, la pasionaria del renzismo ha battuta i pugni davanti al presidente del Consiglio e si è sfiorata l’alta tensione. “Bisogna riaprire il Paese, bisogna celebrare le funzioni religiose”, ha detto la ministra. Sempre e ancora Italia Viva fa scendere in campo altri due pesi massimi. Il primo è il capogruppo al Senato Davide Faraone: “Le nostre proposte erano più coraggiose, ci aspettavamo questa eccessiva timidezza. Ormai le task force sono 15 e le conferenze stampa del premier 20, ma ancora manca un’idea complessiva per ripartire, in sicurezza, s’intende”.

La Bonetti pronta a votare ‘no’ dentro il prossimo cdm?

Concorda l’altra ministra di Iv Bonetti: “Non posso tacere di fronte alla decisione incomprensibile di non concedere la possibilità di celebrare funzioni religiose. Da ministra non mancherà la mia voce ferma perché nel Consiglio dei Ministri si consideri di modificare questa decisione”. Parole che, se la Bonetti volesse essere conseguente, dovrebbero vedere un suo voto contrario, dentro il cdm, sancendo così in modo plastico la rottura tra Conte e Iv. 

Anche i dem iniziano a vacillare: ex renziani e non. Ma anche i democrat, a dirla tutta, iniziano a vacillare. Certo, a vagheggiare un ‘governo Draghi’ sono, per lo più, gli ex renziani di Base riformista, la corrente di Lotti e Guerini (al netto del professor Stefano Ceccanti, vero e forse unico baluardo della stabilità di questo governo…), specie i loro parlamentari più giovani (Miceli, De Luca, etc) che scalpitano non poco per ‘scrollarsi di dosso’ Conte e, con lui, l’alleanza con i Cinque Stelle cui pensa Zingaretti.

Ma ieri, con la ‘scusa’ di difendere la posizione della Cei sugli ‘impedimenta’ posti da Conte per celebrare le messe, ha parlato, a caldo, anche il capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci: nonostante non abbia seguito Renzi nell’avventura (senza ritorno?) della scissione dal Pd (risultato: Iv gode ora del 2% dei consensi nei sondaggi…), Marcucci parla di “ripartenza troppo cauta, così non va” e che “vietare le funzioni religiose è un gravissimo errore”.

Inoltre, non è un mistero che il tesoriere del Pd voluto a quel delicato ruolo direttamente dal segretario Zingaretti, Luigi Zanda ha criticato, e aspramente, in più occasioni pubbliche, cioè via interviste, ritardi e incertezze di Conte. Infine, i senatori dem - di ogni ordine, grado e appartenenza - si sono sfogati contro il povero Conte a una riunione di gruppo che hanno tenuto giorni fa, rivelando come le insoddisfazioni e le frustrazioni anche nei gruppi parlamentari del Pd, hanno raggiunto il livello di guardia. I soggetti ‘altri’ del PTCC/3: enti locali e forze sociali.

Poi ci sono, contro Conte o comunque con rapporti ormai gelidi con lui quasi tutte le regioni, a guida centrodestra come centrosinistra che parlano e attaccano i suoi ‘ritardi’. I volti dei governatori che escono dalla ‘cabina di regia’ sono scuri e le parole dure. Nello Musumeci, presidente della Regione siciliana, si serve della diplomazia: “Come è andata? Mah, come tutte le altre volte. Il Governo si riserva di decidere perché confrontarsi con il comitato tecnico-scientifico…”. Il governatore Attilio Fontana non è soddisfatto: “Per la Lombardia è fondamentale che da qui al 4 maggio, scadenza ormai prossima, ci siano regole chiare, certe e inequivocabili, quelle per l’utilizzo delle mascherine o un protocollo univoco da applicare a chi, rientrato al lavoro risultasse poi positivo al Covid-19”.

Decaro (Anci) attacca Conte durante la cabina di regia

Inoltre, protesta l’intero blocco dei comuni italiani. Il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, di specchiata fede democrat, si limita a un laconico “Ci aspettavamo di più” alla fine dell’ennesima ‘cabina di regia’ durata un giorno, ma lo fa solo per diplomazia. La verità è che i sindaci sono neri: il governo ha promesso loro fondi che non sono mai arrivati e loro non ce la fanno più a gestire la pressione. Il confronto, nella cabina di regia, è stato piuttosto rapido, rispetto alle aspettative della vigilia, per consentire a Conte di rispondere al pressing accelerando l’annuncio della Fase 2 agli italiani, come spesso accade, nell’orario dei tg. Conte parla a reti unificate, le bozze del dpcm fioccano Alle 20.30 Conte si presenta davanti a microfoni, annuncia il piano della ripartenza a reti unificate, ma nel ‘dietro le quinte’ iniziano a circolare le solite bozze. E mentre il presidente del Consiglio è in diretta su diversi canali, un governatore che preferisce l’anonimato ironizza: “Aspetterei di leggere la versione che troveremo in Gazzetta Ufficiale…”.

La Fase 2 è ancora in cottura e tale resterà fino a notte, tra bozze ‘provvisorie’ del dpcm e bozze ‘firmate’ come se si trattasse di autografi di Ronaldo. L’affondo di Bonomi (industriali): “Ma che piano è?!”. Inoltre, c’è Confindustria, il cui nuovo e combattivo presidente, Carlo Bonomi ‘striglia’ il governo in diretta tv, su Rai 3, a ‘In mezz’ora’: “Sono 5 settimane che chiedo invano come si riapre ma non sappiamo come verrà fatto, ma non c’è un metodo”.

Inoltre, aggiunge Bonomi, “programmare la fase tre vuol dire fare grandi investimenti, ma dove sono, soprattutto sul territorio? Bisogna sbloccare le opere pubbliche. Mi aspetto che domani mattina almeno le imprese che hanno la capacità di rispondere agli accordi di sicurezza e sono nelle grandi catene del valore aggiunto dell’export possano riaprire, perché stiamo perdendo quote di mercato e molte di esse non le riacquisteranno”.

Insomma, il neo-eletto presidente di Confindustria – messo lì per far riprendere peso a una associazione screditata da scandali e uscite di peso (Fiat), ma anche per riprendersi la giusta autonomia dalla politica, morde ai calcagni Conte. E così faranno, dal canto loro, ora che si avvicina il I maggio virtuale, anche i sindacati, ma per ragioni esattamente opposte a quelle degli industriali e cioè per difendere salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. 

Spazi per ‘governissimi’ non ce ne sono. Parola di Fico

Un governo e un premier siffatto dovrebbero essere, di fatto, ‘a terra’, cioè privi di maggioranza e di coperture politiche e istituzionali, ma la gran fortuna di Conte è che, come spiegava il presidente della Camera, Roberto Fico, ospite da Fabio Fazio, a Che tempo che fa, su Rai 1, “il governo di unità nazionale non esiste. Non sta né in cielo né in terra. Ci sono una maggioranza e un’opposizione e si sta lavorando per superare insieme la crisi”. Falso (che i due soggetti ‘lavorino’ insieme) ma vero che non ci siano spazi, al momento, per altri governi e/o maggioranze di governo. La stessa idea e consapevolezza che alberga al Quirinale.

Almeno per ora, dunque, resta in sella il governo Conte. Dopo che la ‘fase due’ sarà partita e forse anche finita, cioè a giugno inoltrato, si vedrà. Toccherà allora aprire la cd ‘fase tre’, il rilancio economico in grande stile del Paese. Può il governo Conte essere in grado di farlo e ottenerlo? Ne dubitiamo, ma bisognerà vedere allora se si troverà o meno una maggioranza per farlo nascere sul serio, un ‘governo di unità nazionale’ o se, fino alla Vittoria, non resterà proprio lui, Giuseppi, nonostante non sia Churchill.