Zitto zitto, si fa largo il ‘Lettellum’, il sistema elettorale che vuole il Pd di Enrico Letta

Qualcosa si sta muovendo e il segretario dei Dem ripone buone speranze nella possibilità di far correre, una nuova legge elettorale

Zitto zitto, si fa largo il ‘Lettellum’, il sistema elettorale che vuole il Pd di Enrico Letta

Sta per atterrare, nel dibattito politico italiano, il ‘Lettellum’. Come si sa, quando una idea, o meglio proposta, di legge finisce in -ellum trattasi di legge elettorale. Da quando, infatti, il compianto quanto arcigno politologo fiorentino Giovanni Sartori bollò, con lo -ellum la prima legge elettorale della Seconda Repubblica, il Mattarellum, all’inizio chiamato solo ‘la legge Mattarella’ (dal cognome dell’allora capogruppo del PPI proponente, oggi Capo dello Stato), il vezzeggiativo – assai poco gentile (Sartori vedeva, nel Mattarellum, non poche storture) – pure tutte le altre che seguirono al Mattarellum (Porcellum, Rosatellum, Consultellum, Italicum), vezzo giornalistico vuole che a ogni nuova legge elettorale che viene sfornata, o pure solo ideata, venga appioppata sempre la desinenza in -ellum: e, come già fu per il Brescellum, o Germanicum, che mai vide o vedrà la luce, Lettellum sia.

Il Lettellum, un oggetto ancora misterioso

Si tratta di un sistema elettorale ancora solo abbozzato e, dunque, non ancora formalmente depositato dove è prassi farlo, cioè nella I commissione della Camera dei Deputati, quella Affari costituzionali presieduta dal 5Stelle Giuseppe Brescia ma politicamente se ne parla eccome, nei conciliaboli tra i partiti di governo. Di fatto, il Lettellum è un sistema maggioritario a doppio turno, tendenzialmente basato su collegi uninominali singoli (ma sono possibili collegi pluri-provinciali o provinciali), con ballottaggio.

Heri dicebamus: dal Rosatellum al Brescellum

Prima di spiegare di che tipo di sistema elettorale stiamo parlando va precisato lo ‘stato dell’arte’ in materia di sistemi elettorali. Sempre nella ‘Prima’ (commissione) giace il cosiddetto Germanicum, o Brescellum (dal nome del Presidente della prima, Brescia), e cioè un sistema proporzionale, basato su un mix di liste bloccate corte e di preferenze, con una soglia di sbarramento fissata al 5% e, con tutta evidenza, ricalcato sul sistema elettorale vigente in Germania (il quale, però, elegge i deputati del Bundesrat, la Camera bassa, in n mix di liste bloccate e collegi uninominali). Si trattava, di fatto, rispetto alla legge elettorale tutt’oggi in vigore, il Rosatellum (sistema per il 36% maggioritario basato su collegi uninominali e per il 61% proporzionale, basato su liste corte), di un ‘cambio’ epocale. Un pieno ritorno, a vele spiegate, della tanto vituperata Prima Repubblica, quando vigeva un sistema proporzionale puro (semi-puro, in realtà, per ragioni matematiche).

La logica, perdente, del mai nato Brescellum

Peccato che, quel sistema, il Brescellum, e dunque una logica proporzionale e partitica (ci si allea ‘dopo’ e non ‘prima’ delle elezioni, i governi si fanno e si disfano in Parlamento, etc.) appartiene a un’era geologica precedente, quella legata al governo giallorosso, cioè al Conte II. Quando Pd e M5s, più LeU, si erano accordati su un sistema proporzionale semi-puro che vedeva, però, la piena contrarietà del centrodestra, allora compatto. Infatti, non era ne più né meno che un modo per cercare di ‘limitare la sconfitta’ che, comunque, alle prossime elezioni sarebbe giunta, agli occhi dei leader di allora del M5s (Di Maio) come del Pd (Zingaretti), e in modo ineluttabile. Un modo, cioè, di evitare di ‘perdere troppo’ e non permettere al centrodestra di ‘vincere troppo’ con, a valle, possibili stravolgimenti istituzionali. Una logica perdente e una visione ‘sconfittista’ su cui i (pochi) maggioritaristi all’italiana (ulivisti alla Parisi e pochi altri) avevano messo in guardia chi di dovere, ma i leader di Pd-M5s-LeU non ci sentivano, da questo orecchio, tirando avanti fino ad andare a sbattere contro un muro di granito.

La vera ‘crisi’ Renzi la fece sul proporzionale

Infatti, è bastato – in epoca assai precedente al precipitare della crisi del giallorosso Conte due – che Iv, il partito guidato da Matteo Renzi, urlasse il suo ‘niet’ al Brescellum per seppellirlo nei cassetti della Prima commissione dove, ancora oggi, giace e, da ora in poi, parce sepulto.

Infatti, Iv, a causa della soglia di sbarramento nazionale, posta al 5%, ma che i renziani consideravano troppo alto, per i loro – ormai modesti - orizzonti (volevano abbassarlo al 3%), tolse il suo appoggio e, in una concitata riunione, il Brescellum non vide mai la ‘luce’ dell’aula. In pratica, Renzi, la prima ‘crisi’ di governo, nel Conte bis, la fece sul tema legge elettorale, vita e morte di ogni partito da quando mondo è mondo.

L’arrivo di Draghi e la ‘strana’ maggioranza

E lì eravamo rimasti, al sistema proporzionale che, mai più uscito dai ‘cassetti’ della ‘Prima’, finisce spiaggiato. Ma, con il governo Draghi, e la sua larga maggioranza (sostenuto da tutti i partiti presenti in Parlamento tranne FdI a destra e SI a sinistra) e, soprattutto, con l’arrivo di Enrico Letta a guida del Pd, tutto cambia, todo cambia, come canterebbe la cantante Mercedes Sosa.

E’ evidente, infatti, che la nuova legge elettorale ‘non’ si può fare se tutti i partiti che sostengono la maggioranza del governo Draghi non sono d’accordo, il che, oggettivamente, non è facile. Invece, il premier ha fatto subito sapere che il tema ‘legge elettorale’ – a differenza di quanto disse Conte durante il suo secondo governo - non è di iniziativa governativa, bensì parlamentare.

Senza l’ok della Lega non si fa legge elettorale

Ma, soprattutto, senza la Lega – azionista di maggioranza del governo Draghi – non si può fare alcuna legge elettorale. Storicamente avversa al proporzionale, come pure lo era tutto il centrodestra, il partito di Salvini, via il suo ‘faro’ in materia, il senatore Roberto Calderoli, ‘padre’ del famigerato e mai troppo vituperato Porcellum, si è sempre detta favorevole a un sistema maggioritario. Ma ha anche espresso una netta preferenza per quello in uso nelle Regioni: maggioritario, sì, ma sulla base di liste bloccate e a turno secco, privo di un eventuale ballottaggio. Inoltre, il dato di fatto politico – sviscerato da un ex ideologo del M5s e oggi vicino ai leghisti, il professor Paolo Becchi, in un articolo su Libero - è che la Lega ‘sta’ al governo anche per non ritrovarsi, come ha rischiato che succedesse con il governo Conte bis, con una legge elettorale ‘nemica’, tipo un sistema proporzionale. Ideato apposta, secondo la Lega, sulla base degli attuali sondaggi, per impedirgli la vittoria alle Politiche. Molto meglio la legge elettorale oggi in vigore, il Rosatellum, varato nel 2017 che, con il suo mix di collegi uninominali (per il 36%) e di liste bloccate proporzionali (64%), assicura, alla coalizione vincente, una maggioranza solida, ben superiore anche al 55% dei seggi parlamentari. E questo anche grazie all’improvvida, e sciagurata, riduzione del numero dei parlamentari fortemente voluta dai 5Stelle e approvata nel 2018, nonostante il referendum del 2020 sul taglio dei parlamentari, perso nettamente dai proponenti. Morale, la Lega va ‘tentata’ con un maggioritario, altrimenti resta il sistema che c’è, il Rosatellum.

Il vero ‘fatto nuovo’: Letta è segretario del Pd

E qui interviene l’altra novità politica di rilievo, l’elezione di Enrico Letta a segretario del Pd. Maggioritarista convinto, in quanto ulivista ante litteram, e quindi incrollabilmente convinto della bontà e della virtù di un sistema politico bipolare, come era ed è stato ai tempi del Mattarellum, che videro, per due volte, vincere il centrosinistra (l’Ulivo nel 1996 e l’Unione nel 2006), Letta – negli incontri che ha organizzato con le forze politiche, alleate come avversarie, per ‘presentarsi’ ha posto – insieme ad altri temi, ma questi tutti di rango costituzionale (la riforma dei regolamenti parlamentari per impedire il fenomeno del trasformismo, il voto da allargare ai 18enni, al Senato, e ai16enni, alla Camera, e il tema della sfiducia costruttiva) – anche il tema di riformare l’attuale legge elettorale, il Rosatellum.

La logica del maggioritario, lo ‘spirito ulivista’

Letta parte da un principio, lo stesso che era di Romano Prodi e, prima ancora, del padre putativo di entrambi, Beniamino Andreatta: l’Italia deve tendere a un sistema di fatto bipolare in cui due schieramenti/partiti/coalizioni, entrambe ‘costituzionali’ e ‘costituzionalizzate’ (un centrodestra moderato, europeista, atlantista, e un centrosinistra che lo sia anche di più…) si affrontano e si scontrano, senza drammi o patemi. Una volta vince l’uno, una volta vince l’altro e il secondo va all’opposizione. E’ la democrazia, bellezza, il concetto. Facile a dirsi, meno a farsi. Ci provò Mario Segni – e prima di lui le Acli, la Fuci e la ‘mente’ cattolica di Pietro Scoppola – con i referendum sulla preferenza unica (1991) e poi sull’introduzione del maggioritario (1993), ma il risultato legislativo, il Mattarellum, fu per i ‘maggioritaristi’ sfegatati una mezza delusione.

Ci provò, raccogliendo il ‘sogno’ di Prodi e dell’Ulivo anche Walter Veltroni, nel 2008, fondando il Pd che portava a compimento, tramite la fusione fredda tra Ds e Margherita, l’idea primigenia dell’Ulivo ma il cui polo contrapposto (il Pdl) presto si sfarinò, come poi si ruppe il Pd. Ma dopo decenni di sistemi proporzionali travestiti da maggioritari (il Porcellum) o di sistemi spuri (il Rosatellum), per gli ulivisti il sistema elettorale maggioritario “resta il solo –ha scritto di recente Prodi sul Messaggero – che può garantire la governabilità e il diritto dell’elettore di sapere come sarà usato il suo voto”. Letta è lì, a quell’idea, fermo come un semaforo, e dunque quella rilancia e ripropone ai suoi interlocutori.

Il ‘non detto’ dei tanti incontri formali di Letta

In realtà, per ora, Letta – che però deve ancora vedere Salvini, da un lato, e Matteo Renzi, dall’altro (si è tenuto, cioè, gli incontri più difficili e delicati alla fine) – nei suoi incontri di ‘presentazione’ con le forze politiche altrui ha ricevuto solo dei ‘no’, o quantomeno dei ‘ni’. Partendo dal presupposto che, in tutti gli incontri, il vero ‘non detto’ (ma molto discusso) è stato proprio il dossier ‘come ripartire sulla legge elettorale, guardiamoci in faccia e decidiamo’.

Antonio Tajani ha ribadito a nome di Forza Italia la preferenza per un sistema proporzionale, cui dopo la sbandata maggioritaria, FI è tornata. Giorgia Meloni ha messo nero su bianco che la riforma della legge elettorale “non è, per Fratelli d’Italia, una priorità, non è all’ordine del giorno”, Invece, l’M5s, con Giuseppe Conte, in ben altre faccende affaccendato e cioè nel (vano) tentativo di venire a capo della ‘guerra per bande’ che dilania il Movimento ha glissato, sul dossier, anche se, tra i pentastellati, i nostalgici e i vedovi del proporzionale, a partire da Brescia, sono tanti. I piccoli del centrosinistra, infine, per quanti sono e per quanto poco contano (LeU, SI, Verdi, Psi, Azione civile, +Europa, etc.) hanno poco da dire: purché qualche seggio – in carico, ovvio, al Pd – in posizione eleggibile ci sia, ‘tutto ci va bene’… Insomma, al momento, sembra un nulla di fatto, per il nuovo segretario dem, come una sconfitta fu, per Zingaretti, il voler imporre il Germanicum su suggerimento del ‘solito’ Goffredo Bettini. Pure dentro il Pd, alcune correnti (da Area dem a Base riformista ai Giovani Turchi ad area Delrio) si mostrano molto scettici sulle ‘nuove idee, in tema di sistemi elettorali, del nuovo segretario.

Ma come sarebbe strutturato, il Lettellum? E’ un doppio turno con eventuale ballottaggio

Eppure, qualcosa si sta muovendo e Letta ripone buone speranze nella possibilità di incardinare, e dunque di far correre, una nuova legge elettorale. Sempre che Salvini – con cui concorre su tutto -gli dica di sì e scopra, magari grazie al parere del mago di sistemi elettorali, Denis Verdini, che potrebbe anche convenirgli, il doppio turno.

Ma come si comporrebbe, il nuovo Lettellum? La proposta, per ora solo in fieri, è stata già studiata, e argomentata, dalle due teste d’uovo dem sulla materia, il deputato (e costituzionalista) Stefano Ceccanti e il senatore, presidente della Prima commissione del Senato, Dario Parrini. Entrambi toscani, entrambi cattolici, esponenti di Base riformista, la corrente degli ex renziani dem, Letta ha dato a loro due il ‘mandato’ di scrivere un testo. I due, già all’opera, lo stanno facendo. In pratica, la proposta si compone di un sistema a doppio turno: vince, al primo turno, chi supera il 40% dei votanti (e non, si badi bene, degli elettori o aventi diritto al voto), un’asticella posta volutamente assai ‘alta’ perché difficile da superare per qualsiasi coalizione, anche forte, ma che, per il centrodestra, può essere alla portata.

E poi un ballottaggio (detto secondo turno) cui accedono le due coalizioni (o i due partiti) meglio piazzati al primo turno. Ballottaggio che, però, assegna un ‘premio’ alla coalizione (o partito) vincente solo fino al 55% dei seggi presenti in Parlamento. Modo raffinato per non far ‘vincere troppo’ il vincitore scelto dagli elettori e, dunque, per impedirgli, in buona sostanza, di cambiare la Costituzione o di eleggersi, da solo, il futuro – non il prossimo, ma quello ancora dopo… - capo dello Stato. Come potrebbe avvenire, invece, dati gli attuali rapporti di forza, con il Rosatellum, ovviamente a favore dell’attuale centrodestra.

La domanda è, ora, se la Lega accetterà tale sistema: per Salvini il maggioritario è allettante, ma il sistema a doppio turno è, invece, negativo. Vedremo, ma il Lettellum potrebbe, presto, avere le ‘gambe’ per camminare da solo, in Parlamento.

Resta un busillis: come eleggere i parlamentari

Resta, tuttavia, nel Lettellum, un interrogativo ancora non sciolto e non di poco conto: ‘come’, con quale metodo, eleggere i parlamentari. Se farlo, cioè, con liste bloccate corte (modello proporzionale, alla spagnola) o soltanto in tutti collegi uninominali, dove vale il principio, tipico dei sistemi anglosassoni, del first win all (il primo vince tutto) o, ancora, di farlo con le preferenze. Quelle ‘vecchie’ del proporzionale stile Prima Repubblica, o quelle delle ‘nuove’ Provinciali. Manca pure una soglia di sbarramento che, però, potrebbe essere fissa (al 3% o al 5%) o variabile (come nel sistema spagnolo) a seconda della grandezza dei collegi. Grandezza che – combinata all’effetto del taglio dei parlamentari – sfavorisce le forze politiche piccole e favorisce quelle più grandi, tranne nei collegi delle città metropolitane, dove i piccoli avrebbero eletti. Tutti particolari non ininfluenti che solo una proposta di legge ‘depositata’ potrà chiarire. Ma il tempo perché si materializzi, il ‘Lettellum’, si avvicina a grandi passi. Why not? dirà Salvini? Oppure resterà un sogno lettiano di primavera?