[La polemica] Un ministro vestito da falso poliziotto non può augurare a Battisti di "marcire in galera"

Vestito da falso poliziotto (senza esserlo) in mezzo ad un plotone di poliziotti veri, ieri Salvini sembrava il “trova l’errore” della Settimana Enigmistica

[La polemica] Un ministro vestito da falso poliziotto non può augurare a Battisti di 'marcire in galera'

L’arresto di Battisti deve essere una operazione di polizia, non uno show. In queste ore infatti, sono tra quelli che gioiscono per l’arresto di un super latitante più volte condannato per omicidio, e allo stesso tempo si dispiacciono per il tentativo di trasformare un atto di giustizia di Stato in un cinegiornale di propaganda. Il primo problema, dunque, sono ancora una volta i due ruoli in conflitto di interessi tra loro, di Matteo Salvini: il leader della Lega ha tutto il diritto di fare anche la Ola per un arresto, ammesso che lo ritenga di buon gusto, ma un ministro che rappresenta lo Stato (e dunque tutti noi) no. Un politico qualunque può invitare a “marcire in galera” chi vuole, un ministro che amministra le regole dovrebbe evitarlo. Vestito da falso poliziotto (senza esserlo) in mezzo ad un plotone di poliziotti veri, ieri Salvini sembrava il “trova l’errore” della Settimana Enigmistica.

E quindi ieri, durante la conferenza stampa, la sobrietà de ministro Alfonso Bonafede, compìto fino alla noia, sfavillava di fronte al debordare di Salvini, così temerario dal tenere una diretta twitter persino dalla pista di atterraggio di Ciampino, prima ancora di realizzare una conferenza stampa ufficiale.

Ma il secondo motivo è forse più importante. La latitanza di Battisti è stata tra le più odiose che si ricordi perché segnata dall’impunità e della rivendicazione orgogliosa dell’impunità. Dell’ex terrorista si sono giustamente ricordate le ripetute professioni di estraneità, le ingiurie nemmeno tanto velate alle sue vittime, e  la campagna demenziale e contro l’Italia, raccontata come un paese - negli anni Settanta - in cui sulla democrazia prevalevano la repressione senza diritti e la negazione delle tutele legali. Una balla a cui potevano credere intellettuali superficiali come la giallista Fred Vargas: Battisti era stato processato e difeso con tutte le garanzie del caso, ovviamente da contumace, e con tutte le aggravanti dovute, per il fatto di essere evaso - pistola in pugno - dal supercarcere di Frosinone. Ad accusarlo non c’erano fumosi pentiti, ma il suo ex leader, Pietro Mutti. Proprio l’uomo che aveva puntato la pistola agli agenti per farlo scappare. E poi altri testimoni: amici dell’epoca, una sua parente, la sua ex ragazza.

Quindi l’Italia degli anni Settanta non era una dittatura cilena, come si leggeva negli appelli firmati a Parigi dalle sorelle Bruni, ma un paese in cui erano le Br - non altri - a sparare sugli avvocati e sui giudici. Purtroppo di questa propaganda grossolana arrivava l’eco anche italia: libri, pamphlet, appelli i prontuari del sito Carmilla online, i livelli simbolo come “Il caso Battisti”. Nel mio piccolo mi ritrovai a combattere un pezzo di questa battaglia, quando pubblicai a promuovere nella mia collana sugli anni di piombo “Gli amici del terrorista” di Giuseppe Cruciani, l’unico libro (tra i tanti) che ha raccontato la vera storia di Battisti.

Battisti era odioso soprattutto perché si era permesso di dire, sul figlio della sua vittima Torreggiani, costretto alla sedia a rotelle a vita dalla sua azione, che “era stato colpito perché suo padre non sapeva sparare”. Era una infamia figlia dell’ideologia avvelenata dei Pac: colpire e uccidere chi aveva osato difendersi da aggressioni e rapinatori proletari. Quindi Torregiani non era vittima dei Pac, che avevano ucciso suo padre, ma di suo padre a cui mentre moriva era partito un colpo. La vittima trasformata in carnefice.

Lo Stato italiano è stato molto severo nella repressione del terrorismo. Ma è stato anche molto magnanimo nell’applicazione delle pene. Dopo le condanne centenarie inflitte a chi ha sparato e dopo le leggi speciali  - giusto o sbagliato che sia - quasi tutti i terroristi hanno avuto una seconda possibilità, a parte quelli che hanno rapinato e sparato oltre il tempo massimo. Sono fuori dal carcere - con dispositivi di semilibertà - sia gli stragisti neri, che i brigatisti rossi che sequestrarono Aldo Moro. Lavora fuori dal carcere (e torna a Opera solo per dormire) persino l’ultimo capo delle Brigste Rosse, Mario Moretti. L’ultima beffa del “caso Battisti” riguarda la sua pretesa di impunità. Se Battisti non fosse scappato, sicuramente, oggi sarebbe fuori dal carcere.