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[L’analisi] Savona, il ministro dell’Economia del governo Lega-Cinque Stelle che vuole ripudiare l’euro

Una cosa, infatti, è immaginare un percorso, già diplomaticamente assai difficile, che smussi e modifichi regole europee di bilancio giudicate troppo stringenti. Un'altra è scegliere, fin dall'inizio, la via dello scontro, come se anche le altre capitali non avessero un'opinione pubblica a cui render conto. L’ipotesi è che 5Stelle e Lega siano fin d'ora pronti a gridare alla cospirazione, al “non ci fanno lavorare”, preparando la strada a nuove elezioni. Che porterebbero dove? Al referendum sull'euro. E' una strada difficilissima, complicatissima, delicatissima, inesplorata, tutta da inventare e, secondo il grosso degli economisti, suicida

[L’analisi] Savona, il ministro dell’Economia del governo Lega-Cinque Stelle che vuole ripudiare l...

“Si faccia gli affaracci suoi. Lui pensi alla Germania che al bene degli italiani ci pensiamo noi”. Chi parla è Matteo Salvini e il lui evocato è Manfred Weber, reo di aver espresso preoccupazione per il debito italiano. Ma Weber è il leader al Parlamento europeo dei popolari il partito di Angela Merkel, del presidente della Commissione Juncker e – Salvini lo sa benissimo – del suo “benevolo” interlocutore, Silvio Berlusconi che, proprio sull'aggancio ai popolari fonda quel che immagina il suo futuro politico. Se questo è il clima dei rapporti con l'Europa, la navigazione che si prepara al futuro governo sarà  tempestosa, nei palazzi delle capitali, come nelle loro Borse. E, forse, a Salvini, nel giorno in cui il famigerato spread – la differenza fra i rendimenti offerti dai titoli di Stato decennali tedeschi e quelli richiesti all'analogo titolo italiano – ricomincia a puntare, con velocità allarmante, verso l'alto, un giro in Borsa non farebbe male, tanto per apprezzare che più che i giudizi dei politici sono gli umori degli operatori a indirizzare i mercati. Ma Salvini, probabilmente, lo sa già e sparate come quella di ieri fanno pensare ad una strategia decisa a tavolino. Una cosa, infatti, è immaginare un percorso, già diplomaticamente assai difficile, che smussi e modifichi regole europee di bilancio giudicate troppo stringenti. Un'altra è scegliere, fin dall'inizio, la via dello scontro, come se anche le altre capitali non avessero un'opinione pubblica a cui render conto.

Un possibile passo falso

Anche perché Weber ha ragione a preccuparsi e anche il diritto. I 250 miliardi di euro di titoli italiani che la Bce ha in pancia e che la coalizione pentaleghista sembrava voler veder cancellati sono stati, infatti, pagati, pro quota (e la loro è la più grossa) dai tedeschi. Averli evocati è stato, forse, il più grosso scivolone di questi giorni. Non solo per il dilettantismo mediatico che ha rivelato (e la comunicazione – come mostra la cura maniacale con cui le banche centrali pesano ogni loro parola – è vitale nell'affrontare i mercati). Ma perché indebolisce una delle linee di difesa più importanti su cui l'Italia può contare se esplode la speculazione sul debito. La Bce, attraverso Mario Draghi, ha infatti sempre detto – suscitando solo qualche borbottio fra i rigoristi – che la fine degli acquisti di titoli pubblici europei che, negli ultimi due anni, hanno spento gli attacchi all'euro e avviato la ripresa economica significa che la Bce non aumenterà, mese dopo mese, la quantità di titoli in suo possesso, come ha fatto finora. Ma non che venderà quelli che sono già nelle sue casse. E' un punto cruciale. Mese dopo mese, fino a nuovo ordine, i titoli che arrivano a scadenza verranno ricomprati. E' un'assicurazione sul futuro. Il Tesoro sa che il 15 per cento del suo debito (i famosi 250 miliardi) sarà sistematicamente rinnovato, quali le oscillazioni dei mercati. Non è poco. Ma per Draghi diventa più difficile ora, dopo lo scivolone pentaleghista, giustificare questa politica, di fronte a chi non potrà fare a meno di fargli notare che sta trasformandosi in un creditore permanente di governi troppo prodighi.

Italia a rischio speculazione

Può rivelarsi una falla importante, anche perché le difese di cui dispone l'Italia di fronte ad un attacco della speculazione non sono molte, se l'ombrello della Bce si restringe. Rispetto agli anni caldi dello spread, la vita media dei titoli pubblici italiani è raddoppiata a sette anni. Questo significa che la quantità di titoli che il Tesoro deve mettere in vendita ogni mese per rinnovare il suo debito è minore e un attacco speculativo avrebbe un impatto più lento. Ma sono difese fragili, che non possono reggere se le forze del nuovo governo moltiplicano,  contro ogni previsione di prudenza, gli scossoni, come chiedere l'abbuono di 250 miliardi o fare le corna a Weber.

Torna l'incubo spread

I mercati, peraltro, sanno far di conto. Uno spread che arriva a quota 180 non è l'allarme rosso. Era a quel livello poco meno di un anno fa, ai tempi di Monti sembrava già un successo contenerlo a 240. Ma se restasse a 180 ballerebbero tutte le cifre attuali di bilancio. La spesa per gli interessi sui titoli pubblici messa da parte per il 2018 è di 62,5 miliardi di euro e prevede che lo spread si aggiri intorno a 165. Se la differenza con il Bund tedesco sale, occorrono più soldi per pagare interessi più alti e questi soldi vanno presi in bilancio. Quanti? Dipende dall'ampiezza dello spread. Ma possono essere miliardi di euro. Per un governo che – anche lasciando stare programmi ambiziosi come la flat tax – deve già trovare 20 miliardi di euro per sanare il buco 2018 è un sacco in più di zavorra.

La valutazione Fitch non è incoraggiante

I giurati del debito – ovvero le agenzie di rating – se ne sono già accorte. La valutazione fornita ieri da una delle più importanti, Fitch, non è incoraggiante, ma neppure una condanna. Probabilmente non molto diverso sarà, a fine settimana, il giudizio assai più importante che, su deficit e debito darà la Commissione europea. I numeri ci sono contro e giustificherebbero l'apertura di una procedura d'infrazione, di fatto un processo alla finanza pubblica italiana. L'intesa tacita, tuttavia, era soprassedere e rivedersi in autunno, davanti ad una nuova manovra e ad un nuovo governo. La temperatura dei rapporti fra Roma e l'Europa, tuttavia, è bruscamente salita e, anche se la Commissione eviterà pronunciamenti ufficiali, ce ne saranno probabilmente, a titolo individuale, ai margini della riunione. Del resto, a questo punto, non basta neanche che Bruxelles resta zitta. Se gli operatori hanno già fiutato la speculazione, per rovesciare l'onda psicologica ci vorrebbe una dichiarazione di incondizionato sostegno. A oggi, non appare probabile che qualcosa del genere arrivi da Bruxelles.

Mercati attendono i passi del nuovo governo

Può darsi, peraltro, che i mercati non ritengano matura, con la Bce ancora a rastrellare titoli sui mercati, la suggestione di un attacco speculativo. Molto dipenderà dai primi passi del nuovo governo. Continuerà sulla linea dello scontro, scelta in questi giorni? In questo caso, le spiegazioni possibili sono tre.

La prima è che, un po' alla Trump, la coalizione pentaleghista si sia convinta a fare la voce grossa per spaventare gli interlocutori e portare a casa obiettivi indigesti a Bruxelles e a Berlino, ma non dirompenti (e già percorsi da altri paesi, Francia in testa) come un innalzamento del deficit consentito dall'1,5 per cento, previsto ora, al 3 per cento e qualche margine in più per gli investimenti. E' già una scommessa azzardata, visto il clima a Bruxelles. Il punto chiave, tuttavia, è che questi soldi in più da spendere non basterebbero a Di Majo e a Salvini, che hanno bisogno di margini molto più ampi per varare la flat tax e gli altri provvedimenti del contratto di governo.

E allora? La seconda ipotesi è che 5Stelle e Lega siano fin d'ora pronti a gridare alla cospirazione, al “non ci fanno lavorare”, preparando la strada a nuove elezioni. Che porterebbero dove?

Ecco la terza ipotesi: il referendum sull'euro. E' una strada difficilissima, complicatissima, delicatissima, inesplorata, tutta da inventare e, secondo il grosso degli economisti, suicida. Questo, in uno scenario sereno e ordinato. Sarebbe un incubo arrivarci (come è più probabile, secondo i più inevitabile) strangolati da un'ondata speculativa che costringe a scelte affrettate e approssimative.

Per questo, la terza è un'ipotesi a cui credono in pochi. A meno che, il ministro dell'Economia prescelto non sia proprio Paolo Savona. Economista di sicure capacità, tecnico raffinato, ma anche umorale, impulsivo, incline al protagonismo, Savona, che ha da tempo pubblicamente ripudiato l'euro, sembra l'uomo più adatto e più disponibile ad affrontare un'avventura probabilmente impossibile.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci, giornalista economico   
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