[La polemica] Via i migranti per difendere la “razza bianca”. Il moderato di centrodestra Fontana e la frase inaccettabile e fuori dal vaso

Ecco perché quando un uomo delle istituzioni, un amministratore lega la parola “razza” all’aggettivo “bianco”, si resta increduli, perché fino a ieri questo era il lessico dei nazisti dell’Illinois, ma solo nella finzione cinematografica dei Blues Brothers Peggio della “razza bianca”, dunque, nelle parole di Fontana c’è il “noi ci dobbiamo ribellare”. Noi chi? E ribellare a cosa? Finché si parla di problemi si può discutere, quando si arriva alle razze no

Eccolo dunque, Attilio Fontana, il moderato della Lega: “Ci sono troppi immigrati, la razza bianca da difendere. Ci dobbiamo ribellare”. Ed è una dichiarazione, fra l’altro, che arriva dai microfoni di Radio Padania. Non uno sgambetto mediatico, dunque, o un colpo basso alla “non mi hanno capito bene” (inferto da qualche giornalista in malafede), ma una voce dal sen fuggita, con cui l’ex sindaco di Varese, giocando in casa l’ha fatta fuori dal vaso.

Stupisce perché tutti noi che abbiamo conosciuto Fontana in questi anni sappiamo che si tratta davvero di persona assennata, pragmatica, del tutto lontana dallo stereotipo della camicia verde fuori di testa, del leghista puro e duro che agita cappi e usa la chiave della paura etnica per acchiappare voti. Ecco perché l’indubitabile moderazione di Fontana, in questo caso, non è una attenuante ma una aggravante.

Anche la spiegazione del “lapsus”, poi (è quella che ha fornito lui stesso, a caldo) stupisce. Il lapsus è un refuso, uno scherzo della lingua che si attorciglia: qui invece si tratta di un concetto molto chiaro e non equivocabile. Nel nostro Paese (come nel resto del mondo) “razza” è una parola giustamente bandita, perché già prima di arrivare a pronunciare la doppia consonante devono suonare dieci campanelli di allarme. Ecco perché quando un uomo delle istituzioni, un amministratore lega la parola “razza” all’aggettivo “bianco”, si resta increduli, perché fino a ieri questo era il lessico dei nazisti dell’Illinois, ma solo nella finzione cinematografica dei Blues Brothers.

Persino l’ex sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini (e all’epoca destó scandalo) fu travolto da una polemica furibonda quandosi spinse fino ad usare la parola “razza Piave”. Di lui, genito Lini, soprannominato lo “sceriffo” (perché sbullonava le panchine per impedire ai barboni che ci dormissero sopra), dopo la morte, si scoprì che aiutava gli extracomunitari, in forma privata. Ed evidentemente preferiva che non si sapesse. Ecco perché non parlerei di “lapsus”, ma di spiriti animali che attraversano l’elettorato, i media, e diventano strumenti di pressione sui politici-spugna, pronti ad assorbire gli umori più scomposti, ad aderire al luogo comune in nome di un unico criterio, il  consenso facile.

Peggio della “razza bianca”, dunque, nelle parole di Fontana c’è il “noi ci dobbiamo ribellare”. Noi chi? E ribellare a cosa? Finché si parla di problemi si può discutere, quando si arriva alle razze no. E viene subito in mente l’ex campione del tennis Boris Beker che ha denunciato deputato di Afd, Jens Maier, secondo cui suo figlio doveva essere considerato “un mezzo negro”. E - c’è un unico filo che lega tutto - i “paesi cessi” di Donald Trump.

Il tempo dei social rende il bene e il male, i top trend e le parole come virus che ci attraversano e ci contagiano. Il mite Attilio Fontana, proprio perché non è un barbaro, non dovrebbe invocare il diriitto lapsus, ma dire: scusatemi, mi sono fatto contagiare da un clima, ho sbagliato.