Letta, Meloni, Salvini: tre “metodi” contro, ciascuno per sopravvivere al governo Draghi

Il segretario dem vorrebbe spingere la Lega fuori dalla maggioranza e andare avanti con i centristi anche di Fi. Salvini vuole blindare il “centrodestra di governo” e spingere all’estremità Fdi. Meloni si candida premier

Letta, Meloni, Salvini: tre “metodi” contro, ciascuno per sopravvivere al governo Draghi
Letta, Salvini e Meloni (Ansa)

Una guerra di “metodi”. Non ci aveva pensato, in questi termini. Ma adesso Draghi ci deve fare i conti. Un po’ come il maestro che deve tenere buoni in classe i ragazzi divisi per bande ma costretti nella stessa aula.

C’è il metodo Salvini, quello di lotta e di governo, cioè alzare sempre l’asticella, una volta sul coprifuoco la volta dopo sulla tipologia dei sostegni alle imprese e intestarsi ogni volta la presunta vittoria che ovviamente non è la vittoria di Salvini. Ma c’è anche il “metodo Letta” che non consiste tanto nell’indossare una felpa con la scritta Open arms nel giorno in cui il leader della Lega viene mandato a processo per sequestro di persona. Quando piuttosto nel fare di tutto per spingere la Lega fuori dalla maggioranza mettendo sul  tavolo argomenti “divisivi” e “di bandiera che non sono nel recinto dell’area di azione del governo di unità nazionale”. “Anzichè accantonare i temi che hanno marcato le differenze tra i partiti negli ultimi vent’anni come ci chiede Draghi – precisa il capogruppo della Lega al Senato Massimiliano Romeo – si forza la mano su temi ideologici avvelenando il clima di unità nazionale”. In sostanza, se il governo Draghi è nato per vaccinare il paese, gestire il virus, fare le riforme e rilanciare l’economia, di questo si deve parlare e non di legge contro l’omofobia o di cittadinanza agli stranieri. Nello scontro tra i due metodi, ci si mette poi anche Giorgia Meloni che, con grande lucidità tattica, provoca di qua e di là, evidenzia le incoerenze e batte cassa nei sondaggi. Quindi, poi, c’è anche il “metodo Salvini 2”, che è quello necessario per tenere testa alle incursioni di Fratelli d’Italia. 

Ciascuno “metodo” si alimenta con le polemiche di giornata  

Ci vuole tanta pazienza. Draghi pare ne sia fornito. E tira dritto. Non avrebbe, del resto, neppure alternative. Usque tandem, fino a quando abuserai della nostra pazienza direbbe Cicerone alle prese con la congiura di Catilina. E guarda caso, anche allora, il 63 avanti Cristo, c’era di mezzo il Senato romano.

Ogni “metodo” si alimenta ogni giorno. E anche questo è un rischio per la tenuta del governo. O meglio per la serenità necessaria a governare in questa fase in cui non sono più possibili rinvii o perdite di tempo in discussioni inutili perchè il cronometro del Pnrr è già scattato.

Quella che segue è dunque la cronaca di “tre metodi” a confronto, comprese alcune varianti, che hanno come obiettivo la sopravvivenza politica di ciascun partito nella stagione del governo di unità nazionale senza perdere di vista la propria identità politica che prima o dopo, nel 2022 o nel 2023 dovrà tornare a misurarsi con le urne.  

Meloni lancia la sfida a Salvini: “Io premier”

Prendiamo Meloni. Oltre al solito pressing sulle aperture, sta letteralmente facendo di tutto per far saltare i nervi a Salvini.  Ieri ospite di “In mezz’ora in più” su Rai Tre si è candidata a governare il paese. “Mi preparo a governare la nazione. Sono pronta a fare quello che gli italiani mi chiedono di fare comprendendone la responsabilità. Mi tremerebbero le mani, ma cosa farei a fare politica se non fossi pronta a confrontarmi con le sfide?”. Quarantaquattro anni, si propone come la prima donna premier della Repubblica Italiana. Forte dei sondaggi, di un consenso in lenta ma costante crescita e della scelta di restare all’opposizione, unica forza politica, che a quanto pare paga. Ma fino a quando visto che il gradimento di Draghi è tornato altissimo (oltre il 70%) dopo un vistoso rallentamento (poco sopra il 50%) nel mese di aprile? Il successo della campagna di vaccinazione (che anche Meloni ha dovuto ammettere) ha ribaltato la percezione che gli italiani hanno di Draghi.

Il centrodestra di governo

L’autocandidatura di Meloni ha soprattutto un destinatario politico: Matteo Salvini e quella “cosa” che il leader della Lega ha ribattezzato “centrodestra di governo” (cioè Lega e Forza Italia) a cui, come scritto ieri, lo stesso Salvini potrebbe voler dare una forma ufficiale tentando un’opa consensuale con Forza Italia. Per fare questo deve però prima dare credibilità alla sua “trasformazione” in un leader di una destra moderna, moderata ed europeista. Non c’è dubbio che mai come in questo momento i due partiti abbiano bisogno l’uno dell’altro: la Lega di avere un’ala centrista e moderata; Forza Italia è di nuovo e disperatamente in cerca di un leader.  Così come è chiaro che Meloni non può permettere che avvenga questa saldatura del centrodestra di governo. Il rischio per Fratelli d’Italia è di venire “estremizzati”, di restare fuori con il marchio della destra estremista. Che vorrebbe dire mettersi fuori con le proprie mani dall’ipotesi di andare a governare il paese.

Ovviamente di tutto questo non c’è traccia nelle dichiarazioni in chiaro dei due leader. Meloni dichiara grande sintonia, pur nelle “differenze” e addirittura racconta che insieme “ridono su” di chi li vorrebbe in lite. Basta allontanarsi da un microfono e viene fuori invece una rottura che mai come adesso sembra non più componibile. “Si odiano, inutile cercare altri termini” raccontano da Forza Italia, dalla Lega ma anche da Fratelli d’Italia. La faccenda del presidenza del Copasir (che spetta a Fratelli d’Italia ma la Lega non la molla e i presidenti di Senato e Camera non intervengono) è una ferita che non si rimargina.    

La battaglia per il Quirinale è la cartina di tornasole

Quindi è tutto un prendere distanze. Marcare differenze. Distinguersi. Meloni non segue Salvini neppure nel progetto di spianare a Draghi la strada del Colle (che sembrava un dato acquisito fino al giorno prima pur non essendo chiaro quando) e all'Italia quella del voto. “Non ho ancora gli elementi per dire se Fdi possa sostenere Draghi al Quirinale” ha affermato avvalorando la tesi di chi pensa che le gioverebbe prendere tempo e spostare il voto al 2023 per irrobustire la sua leadership all’opposizione e contendere a Salvini la premiership del centrodestra. Ritardare il voto, però, vorrebbe anche dire dare tempo al centrodestra di governo di crescere come soggetto unico.  Insomma, Meloni deve stare attenta a non tentare fughe in avanti per poi trovarsi sola e isolata.

Questione di giorni e Draghi potrebbe togliere a Salvini e Meloni l’arma che per loro è stato più facile brandire in questi mesi: le riaperture. Alle luce del crollo di decessi, ricoveri e contagi (tutto tra l’80 e il 90 per cento) nonostante le riaperture del 26 aprile e del  successo della campagna vaccinale, il premier oggi convoca la cabina di regia per decidere altre aperture pur mantenendo i criteri della prudenza e della gradualità. Nell’attesa e per ottenere “tutto e subito”, Salvini e Meloni si punzecchiano a vicenda. “Pensavo che Draghi fosse meno schiacciato a sinistra come è questo governo” dice la leader di Fratelli d’Italia. “Noi stiamo dentro e facciamo cambiare le cose, inutile stare fuori e fare polemica”  è la replica di Salvini. Non c’è dubbio che il pressing interno di Lega e Fi abbia costretto Pd e M5s a cambiare strada.   

I dem temono che la Lega si rafforzi stando al governo  

E adesso arriviamo al “metodo Letta”. Nell’intervista uscita sabato il leader della Lega ha lanciato una provocazione: “Questo governo non potrà mai fare certe riforme come fisco e giustizia perchè Pd e 5 Stelle non troveranno mai la sintesi”. Qualcuno ci ha voluto leggere uno strappo. In realtà è una provocazione e un cambio di campo perchè il tema aperture cesserà a breve di avere peso (coprifuoco alle 24 già dal 24 maggio e tra il primo e il 15 giugno tutto il resto) ed è necessario averne pronto un altro. Assai più importante: le riforme. 

Letta ieri mattina ha mandato avanti il vicesegretario Beppe Provenzano, uno di quelli che neppure fa mistero di voler buttare fuori la Lega dal governo Draghi. “Se Salvini non vuole i fondi Ue si dimettano i ministri chiamati a gestirli” ha attaccato Provenzano. Fare le riforme, ormai lo hanno capito tutti, vuol dire realizzare il Pnrr. Senza le riforme, salta anche il Piano e i 209 miliardi e gli altri trenta collegati. Non solo le riforme devono avere un cronoprogramma serrato e inderogabile. 

Cosa che Draghi non ha alcuna intenzione di fare. Anzi, in linea generale il premier tira dritto e scansa con abilità le conseguenze quotidiane della “guerra dei metodi” con la tolleranza di chi sa che i partiti devono fare qualcosa per mantenere una propria identità.  

Ma Draghi tira dritto

Draghi non ha alcuna intenzione di rallentare. Anche se qualche difficoltà - tecnica ma anche nella maggioranza - comincia a rallentare la tabella di marcia. I due primi decreti post-Recovery, quello sulle semplificazioni e quello sulla governance saranno varati dal governo nell’ultima settimana di maggio e non la prossima. Non subirà  ritardi, invece, il decreto sostegni-bis, che potrebbe essere approvato tra mercoledì e giovedì nel Consiglio dei ministri. Prima di ultimarlo, infatti, Draghi vuole avere chiaro il calendario delle riaperture. La speranza è che quello della prossima settimana sia l'ultimo decreto sostegni.

Le tensioni che ci saranno oggi sulle riaperture (Salvini ha convocato una riunione prima della cabina di regia) saranno comunque nulla rispetto a quelle che rischiano di emergere sulla governance del Recovery e sulla riforma della giustizia. “Letta stia sereno, Draghi farà le riforme, anche con la Lega” ha replicato ieri il capogruppo azzurro Roberto Occhiuto. Lo stesso Salvini ha ribadito: “Non siamo certo noi il problema ma Pd e 5 Stelle: non vedo come possano trovare una sintesi compatibile con una vera riforma”.  Draghi vuole incassare la riforma della giustizia ( i 5 Stelle vorrebbero fare prima quella del Civile e del Csm e lasciare il penale in fondo) e quella del fisco prima dell'elezione del Presidente della Repubblica, sia che sia un nuovo Presidente o il bis di Mattarella. vero e proprio spartiacque del governo. Il decreto Semplificazione è atteso entro maggio. Così come la governance. Due ottimi laboratori per capire la capacità di lavorare di questa maggioranza.  E del governo comunque “pensato” e “costruito” per andare avanti a fare le cose grazie alla squadra dei “tecnici” a cui Draghi ha nei fatti affidato il Pnrr: i ministri Franco, Cartabia, Colao, Giovannini, Cingolani, Messa e Bianchi.